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How to disappear completely. Un dialogo su memoria e oblio

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Photo by Hamish Weir on Unsplash

Pubblichiamo un dialogo tra Ade Zeno (il suo ultimo libro, L’incanto del pesce luna, è in cinquina al premio Campiello) e Davide Sisto, filosofo all’università di Torino, autore del libro La morte si fa social.

Zeno: Da dove partiamo?

Sisto: Magari da quello che è successo negli ultimi mesi. Da ciò che hai potuto osservare nel tuo lavoro durante il periodo dell’emergenza sanitaria da Covid-19.

Zeno: L’aspetto che mi ha colpito di più, assistendo agli eventi dalla prospettiva assolutamente anomala del mio anomalo lavoro, è stato l’effetto devastante provocato dall’impossibilità di celebrare riti di commiato. Per ragioni di sicurezza i parenti dei defunti non potevano accedere alla sala in cui solitamente si svolgono le funzioni che presiedo. L’ingresso al cimitero era contingentato, massimo due o tre congiunti, e solo per accompagnare il feretro davanti alla porta. Nessun discorso, nessuna musica, una carezza alla bara e via. Questo ha comportato la vanificazione di tutti i presupposti che consentono un saluto strutturato. Un trauma spaventoso, per molti inaccettabile, che ha amplificato all’inverosimile l’intensità del dolore della perdita, già di per sé enorme. Tutto questo ha posto ancora una volta in evidenza quanto sia indispensabile l’aspetto rituale nel complicato percorso dell’elaborazione del lutto. Credo che per molte famiglie sarà difficile risollevarsi da un trauma simile, potrebbe rivelarsi importante immaginare eventi di commemorazione collettiva che sopperiscano a queste migliaia di adii interrotti. Tu invece cosa hai visto dalla tua prospettiva di studioso dei fenomeni social?

Sisto: A me tutto questo inferno ha rievocato la suggestione del “Sottosopra” di Stranger Things, sai, la serie Netflix. Dal momento in cui, una volta infettato, l’ambulanza ti portava via, scomparivi letteralmente. E i tuoi cari, di colpo, non avevano più modo di vederti. Magari mi sbaglio, ma dal punto di vista dell’impatto sociale forse è la prima volta che una malattia comporta a livelli simili la scomparsa immediata e totale della persona fisica, come avviene solitamente in un incidente aereo o in un annegamento in mare. Il tempo di realizzazione e concettualizzazione dell’assenza è venuto a mancare insieme alla rimozione del corpo, che dal momento in cui è uscito di casa per finire in un’ambulanza o dietro le porte del pronto soccorso non è stato più né visto né toccato dai suoi congiunti. Questo è sicuramente il primo aspetto che ha ostacolato l’elaborazione della perdita. L’unico contatto, quando era possibile, sono state le videochiamate. Alcuni medici hanno stilato delle vere e proprie liste d’addio, man mano che stabilivano l’orario della videochiamata tra un determinato paziente e i suoi cari. Molto spesso queste videochiamate sono state registrate e condivise sui social, dunque è venuto meno anche l’aspetto privato dell’ultimo saluto.

Poi, certo, è avvenuto anche quello che dicevi tu: la vanificazione del rito, a cui in certi casi si è cercato di sopperire con le tecnologie digitali. Funerali in diretta streaming attraverso la piattaforma Zoom, per fare un esempio. In Texas hanno perfino organizzato il funerale drive in, ma si tratta comunque di surrogati, perché manca il contatto fisico, i vari aspetti sensoriali che supportano la percezione della collettività. Tornando al discorso delle registrazioni, il fatto di rendere archiviabili, e dunque costantemente fruibili, le immagini, ci pone di fronte al problema della reiterazione del dolore. La possibilità di ripetere più volte l’esperienza del funerale, o peggio ancora dell’ultimo saluto al defunto, limita di fatto il percorso di elaborazione.

Zeno: Sì, certo. La tesaurizzazione di questo tipo di informazioni ha in effetti due possibili modalità di impiego. La prima è immediata, cioè la fruizione hic et nunc, al servizio del momento stesso in cui viene esperita. La seconda, senz’altro più pericolosa, è quella di riviverla all’infinito. Questo ci porta ancora una volta a parlare del nostro rapporto in un certo senso perverso con la tecnologia. Da una parte, grazie agli strumenti offerti dai social, abbiamo la possibilità di riflettere con maggiore intensità sull’idea della nostra finitezza, però con tutto il bagaglio di irrisolto che abbiamo rispetto al fine vita. Dall’altra, il modo con cui li utilizziamo è sbagliato, e per sbagliato intendo dire che non è risolutivo, questo tu lo hai visto molto meglio di me.

Sisto: No, infatti. Quando ci siamo iscritti su Facebook, tra il 2007 e il 2008, lo abbiamo fatto per gioco. I materiali archiviati erano pochissimi e, soprattutto, nessuno poneva l’attenzione sul fatto che ciò che veniva condiviso sarebbe rimasto registrato a tempo indeterminato. Facebook rappresentava un inedito modo di godere dell’istante: si lasciavano da parte le incombenze quotidiane, ci si piazzava davanti al computer e si entrava lì dentro per cazzeggiare. A distanza di più di dieci anni, si calcola che l’utente medio di Facebook condivide sulla propria pagina circa novanta contenuti al mese. Questo vuol dire che, se si è iscritto nel 2007, ha un profilo che conta oggi circa quindicimila condivisioni registrate. Certo, molte di queste riguarderanno cose futili, senza alcun tipo di valore personale; ma ci sono anche innumerevoli tracce della sua esistenza.

Le persone comuni, al di là dell’accumulo di oggetti materiali che rappresentavano i loro ricordi, un tempo non avevano la possibilità di archiviare parole e immagini in questa misura, e soprattutto all’interno di un contesto intersoggettivo. Per tale ragione, mi piace citare Kenneth Goldsmith quando definisce i social network come “esperimenti di autobiografia culturale collettiva”. Stiamo inconsapevolmente costruendo – su piattaforme digitali – le nostre memorie insieme agli altri e senza aver coscienza dell’impatto che tali memorie registrate hanno tanto sulla nostra vita quotidiana quanto sul nostro modo di ripensare il passato, di stare in equilibrio tra la speranza e il rimpianto.

Zeno: Credo che il vero dramma in questo momento sia la quantità di dati privati immagazzinati a livelli parossistici. Dei dati che a tutti gli effetti costituiscono il nostro passato, anche se si tratta di un passato che non esiste se non attraverso la nostra narrazione. Immagazzinarlo e riviverlo continuamente ci porta a restare ancorati lì. In qualche modo, anche se stiamo ragionando di tecnologie proiettate verso il futuro, possiamo dire che usiamo le tecnologie talmente male da autocongelarci in un perpetuo revival? Ecco, penso che il problema principale sia la nostra incapacità di pensare a un futuro in cui non esistiamo più.

Sisto: Succede soprattutto alle persone che hanno un rapporto conflittuale con la crescita e con il tempo che passa. L’anno scorso è morto un mio carissimo amico, e il mio primo istinto è stato quello di andare a rileggere compulsivamente i messaggi che ci eravamo inviati e che conservavo nella memoria del telefono. Un tempo c’erano le lettere cartacee, certo, ma l’impatto che ha il digitale attraverso la sua immediatezza è formidabile. Restituisce l’idea che il passato possa essere sempre presente, tratta i flussi di dati come archivi. Pertanto, è normale illudersi per qualche minuto che il tuo amico morto possa ancora inviarti, da un momento all’altro, un messaggio su WhatsApp.

Zeno: Di fatto la nostra idea di tempo è limitata. Non riusciamo a concepire davvero un prima e un dopo, siamo geneticamente tarati nell’ottica di questa impossibilità. Con tutti gli sforzi che ha fatto, nemmeno la scienza è riuscita a farci capire davvero quando è iniziato il tempo. L’invenzione di dio, per chi ci crede, è in effetti molto rassicurante. Ma concettualizzare questa idea è impossibile, così come è impossibile concettualizzare l’infinito, specialmente a ritroso. Di fatto sembra meno disagevole proiettare questa dilatazione in avanti, vale a dire verso il futuro. Eppure, paradossalmente, pur non riuscendo a figurarci questi due estremi, siamo più portati a proiettarci a pensarci come qualcosa che può durare, anche se sappiamo bene che nell’arco di pochissimi anni spariremo. Non solo noi, ma tutto il mondo, e in seguito l’universo.

Quando verrà il momento il sole inghiottirà tutto ciò che oggi ci sembra così naturale e familiare, e sarà come non essere mai stati. Un cataclisma che non siamo in grado di accettare nel modo più assoluto, e che è all’origine dell’utilizzo dei social come strumento per prolungare il più possibile la nostra permanenza su questo monto. Quella dell’ultimo utente Facebook che si trova al cospetto di un immenso cimitero virtuale popolato da identità appartenute a utenti defunti è un’immagine impressionante. Perché diamo così tanta importanza alla memoria, quando forse sarebbe fondamentale cominciare a ragionare sul valore dell’oblio? Imparare a dimenticare, a mettere da parte, a fare pulizia: non potrebbe essere anche questo un decisivo strumento per fare la pace con il fatto che saremo dimenticati?

Sisto: Io ho vissuto quasi tutti i miei quarantadue anni di vita in questo quartiere, e ho assistito, com’è naturale che sia, al cambiamento e alla scomparsa di molti luoghi simbolici che in qualche modo hanno accompagnato la mia infanzia o la mia adolescenza. Penso a locali, a negozi, librerie. Ecco, penso spesso alla loro sparizione con un senso di nostalgia che però mi fa riflettere sulla nostra provvisorietà. Noi scriviamo libri, che ci piaccia o no lasciamo delle tracce, ma a un certo punto in effetti queste tracce svaniranno. Ero convinto che questo dialogo sarebbe stato contrappositivo, invece ci troviamo a convergere.

Zeno: Questo perché durante la nostra ultima conversazione – che usava come spunto il tuo primo libro – avevo espresso perplessità rispetto a un certo uso delle tecnologie digitali che tu, da studioso che si approcciava al tema senza pregiudizi e con curiosità entomologica, in quell’occasione le difendevi a spada tratta, ponendo l’accento soprattutto sul valore terapeutico della condivisione online nell’ambito dell’elaborazione del lutto. Io invece ero più propenso a individuare gli aspetti critici di un processo in cui l’esposizione esasperata delle esperienze individuali mi sembrava sintomo di deficit di elaborazione a livello profondo. Però direi che sul tema dell’oblio, o meglio sull’importanza di valorizzare la sua centralità, sembriamo abbastanza d’accordo. Io credo davvero che questo sia l’argomento centrale su cui concentrarsi per tentare di risolvere il nostro rapporto con la finitezza.

Sisto: Da quando è uscito La morte si fa social ho iniziato a ricevere molti messaggi dai lettori, spesso scritti da genitori che hanno perso i figli. Bene, la maggior parte di loro sottolinea come il fatto di disporre di materiali audio o video riguardanti i loro figli, da un lato li aiuta a sentirli più vicini, dall’altro li costringe a fare continuamente i conti con un dolore reiterato. Disporre di questi archivi digitali può insomma essere un’arma a doppio taglio, mi spingerei a parlare di ricatto: al sollievo che viene provato nell’avere a disposizione questo materiale, il quale permette di continuare a vedere e a sentire il proprio caro, si contrappone lo scotto di un dolore che si rinnova costantemente. Come se la rottura cagionata dalla morte venga ogni giorno ripetuta.

Zeno: La prospettiva di archiviare tutto mi sembra mostruosa. Immaginare una memoria in grado di registrare ogni momento della nostra vita ha qualcosa di perverso, eppure è quello che stiamo facendo, più o meno consapevolmente. Mi viene in mente l’esempio che citi in Ricordati di me, l’ambizioso progetto di Gordon Bell e Jim Gemmel, ideatori di quel lifelogging che avrebbe dovuto registrare e archiviare ogni singolo momento della loro vita quotidiana, con l’obiettivo di farla durare per sempre; come torna alla mente il racconto di Borges, Funes o della memoria, in cui il protagonista, a forza di ricordare tutto, si ritrova con una mente incapace di fare altro. Perché rincorrere l’ossessione dei ricordi quando potremmo cercare un equilibrio virtuoso con l’arte di dimenticare?

Sisto: La leggerezza di cui parla Nietzsche nella Seconda Inattuale, quando dice che liberarsi del passato significa pervenire a una certa serenità… Lui immagina il caso di un uomo come Funes, quindi privo della facoltà di dimenticare e condannato a vedere in tutto un divenire: un uomo simile, secondo Nietzsche, “non crederebbe alla propria esistenza, non confiderebbe in sé, vedrebbe tutto dissolversi in una moltitudine di punti mobili e perderebbe l’equilibrio in questo fluire del divenire”. Canetti, a sua volta, dice significativamente che i gradi della disperazione sono tre: non ricordarsi nulla, ricordare qualcosa, ricordare tutto.

Zeno: Sì, liberarsi del passato, e anche appropriarsi del futuro. Benché l’idea di dimenticare tutto sia in effetti piuttosto estrema. Dove si collocherà il punto di equilibrio?

Sisto: È molto difficile da dire. Io ad esempio ho un rapporto complicatissimo col passato, sono affetto da una nostalgia perpetua. Sono uno di quelli che vanno a leggersi i vecchi scambi di mail, foto, lettere, registrazioni di trent’anni fa, che magari riguardano amici che non ci sono più. D’altro canto questa ossessione verso ciò che è stato e non tornerà può essere malsana. Produce una malinconica pesantezza. In certi casi vale la pena resettare e proiettare la testa in avanti.

Zeno: Fra l’altro non bisogna dare per scontato che il passato sia solo pieno di fantasmi. Ci sono anche i bei ricordi, quelli rassicuranti.

Sisto: Certo. Ovvio che il passato può essere terapeutico. Il problema sorge quando si resta congelati lì. Le tecnologie digitali, in questo senso, possono risultare infide. YouTube, ad esempio, è una specie di mondo parallelo, un immenso archivio di spettri in cui passato e presente vanno in cortocircuito, basta un attimo per esserne rapiti.

Zeno: Nei tuoi libri hai parlato diffusamente di identità digitali. Semplificando molto, tutti i dati relativi alla nostra vita che archiviamo e condividiamo vanno a formare le alterità che di fatto ci sostituiranno quando saremo morti. Mi viene da pensare che anche corteggiare l’oblio ci porterebbe comunque a una nuova identità, o se preferiamo a una non identità, comunque a qualcosa di altro. Alla fine l’oblio ci può fornire la possibilità di un altro io, un io dimenticante, resettato. Tu con l’oblio che tipo di rapporto hai?

Sisto: L’idea di non lasciare una traccia non mi sconvolge, anzi mi restituisce un senso di pace. Il mondo va avanti, non è importante la fine della mia vita. Poi certo scrivo libri, incontro gente, tengo seminari, è comunque un segnale di ricerca della continuità. Ma in effetti l’idea di scomparire non mi angoscia. È anzi affascinante pensare di essere una parentesi che, aperta il 02 giugno 1978, anno della mia nascita, cerca di raccogliere e di dare il più possibile, per poi chiudersi definitivamente il giorno della morte, lasciando lo spazio necessario per l’apertura di altre parentesi. Molte delle persone che ho incontrato, in seguito all’uscita del mio primo libro, mi hanno confessato invece di essere spaventatissime all’idea di scomparire.

Zeno: Sì, credo che questo sia un tema centrale. Mettendo un attimo da parte il problema della morte degli altri – io stesso non riesco ad accettare l’idea di perdere delle persone che amo, i miei figli in primis – resta comunque diffuso l’incapacità di pensare il mondo senza di sé. Io credo che la vera angoscia per chi ha paura di morire non sia quella di trovarsi in un aldilà sconosciuto, ma quella di scomparire del tutto. Credo che sia questo il motivo di fondo che spinge gli utenti dei social a esporsi così tanto. Più o meno consapevolmente. L’angoscia di essere dimenticati. E sono convinto che quest’ansia potrebbe attenuarsi se iniziassimo a familiarizzare col tema della dimenticanza. Sono abbastanza certo del fatto che i social abbiamo creato qualche ostacolo in più a questo tipo di percorso. In altre parole credo che il modo in cui vengono utilizzati siano da una parte l’espressione di una necessità, dall’altra un’occasione mancata che tende a sfuggirci di mano. Non penso che la soluzione sia l’oblio, quanto la volontà e la capacità di ragionare su di esso, di affacciarci con naturalezza sulla prospettiva del nulla, che in fondo è il nostro destino.

Sisto: Ovviamente con i distinguo di chi crede a una religione.

Zeno: Certo. Io ragiono in termini di ateismo.

Sisto: Proprio ieri ho scoperto questa iniziativa americana, Afterlife telegrams, risalente al 2002 o 2003. L’azienda che se ne occupava selezionava un certo numero di malati terminali ai quali, chi lo desiderava, poteva affidare dei messaggi da consegnare ai parenti già defunti. Venivano insomma designati come emissari, messaggeri dell’aldilà.

Zeno: Sono cose che a noi fanno sorridere, ma anche in questo caso denunciano un grande irrisolto. Tu a chi la scriveresti?

Sisto: Cosa, la lettera?

Zeno: Sì.

Sisto: Mah, immagino a Kurt Cobain. O a Chris Cornell.

Zeno: Kurt, anch’io. E a Bolaño, senz’altro. Ma a questo punto sarebbe meglio incontrarli di persona.

 

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Davide Sisto, filosofo presso l’Università di Torino, si occupa da molti anni di tanatologia in relazione alla medicina, alla cultura digitale e al postumano. Insegna presso il Master «Death Studies & the End of Life» dell’Università di Padova, collabora con diverse Asl piemontesi ed è curatore, insieme a Marina Sozzi, del blog Si può dire morte. Oltre a numerosi saggi su riviste nazionali e internazionali, ha pubblicato: Lo specchio e il talismano. Schelling e la malinconia della natura (2009), Narrare la morte. Dal romanticismo al postumano (2013) e Schelling. Tra natura e malinconia (2016). Presso Bollati Boringhieri sono usciti La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale (2018) attualmente in corso di traduzione in inglese per MIT Press, e Ricordati di me. La rivoluzione digitale tra memoria e oblio (2020), in corso di traduzione in inglese per Polity Press e in finlandese per Niin & Näin.

Ade Zeno è nato a Torino nel 1979. Ha esordito nel 2009 con il romanzo Argomenti per l’inferno, finalista al premio Tondelli, cui è seguito, nel 2015, L’angelo esposto. Come drammaturgo ha scritto Il tiranno (2006), Velvet Bunny (vincitore del premio Nuove Sensibilità 2010), Wonder Woman + Gesù Cristo (finalista al premio Scenario 2011), e Le ultime ore dell’umanità, per la regia di Jurij Ferrini. Il suo ultimo romanzo è L’incanto del pesce luna (Bollati Boringhieri, 2020), in cinquina al premio Campiello 2020. Da anni lavora come cerimoniere presso il Tempio crematorio della città in cui risiede.

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