Togliere i commissari esterni alla maturità è una decisione demente

di Christian Raimo

Qualche mese fa, al momento dell’insediamento, Matteo Renzi ha detto che la priorità del suo governo sarebbe stata la scuola. Al netto della retorica di prammatica, sembrava almeno un bel cambio di segno. Per Berlusconi sarebbe stato impensabile usare una retorica simile, ma anche Monti e Letta non erano stati capaci di presentarsi in questo modo – preferendo l’evocazione dei fantomatici “giovani su cui investire”. Renzi in un modo semplice poneva invece la questione del rapporto tra le generazioni, l’investimento sul futuro, il tema della responsabilità.
La questione della scuola appunto richiama altro oltre le assunzioni dei precari o la ristrutturazione delle aule scolastiche; e al secondo avvio del programma (i mille giorni dopo i cento giorni), il governo ha varato la sua riformina Giannini e inaugurato questa piattaforma di discussione che si è chiamata La buona scuola.
Sarebbe stato insomma rinfrancante credere che a questa retorica anche facile corrispondesse un’idea di società diversa, antifrastica rispetto a un pensiero comune che si ha sulla scuola.
Questo pensiero comune, pervasivo fino a quasi a diventare totalitario, per me si può riassumere in questo modo: la scuola serve a preparare per la società. Ci possono essere varie versioni di questo pensiero: la scuola serve a formare per il mondo del lavoro, la scuola serve a rispondere alle sfide della società globalizzata, etc…
Per me la scuola non serve a questo, anzi: questo è il contrario della sua missione. La scuola non deve preparare per un ingresso nella società. La scuola deve immaginarsi una società diversa. Per questo a scuola si leggono – per fortuna finora – le poesie di Leopardi e non le interviste a Sergey Brin, e si analizzano i libri di Nietzsche e non i discorsi di Steve Jobs.
Ma le cose appunto stanno cambiando, e in peggio. Ci sono molti esempi di questa fantomatica modernizzazione che mostrano invece l’involuzione di un’idea di scuola immaginativa e non adattiva. Ve ne faccio tre.

Uno è l’articolo di giornale. Come molti di voi sapranno, da circa una quindicina d’anni, c’è la possibilità quando si fa il compito in classe d’italiano nelle scuole superiori, di scegliere forme alternative al classico tema: per esempio il saggio breve, e per esempio l’articolo di giornale.
Ora, lo capite bene l’idea che un quindicenne che magari non ha mai letto un giornale e che non ha alcuna competenza professionale su come si possa scrivere un articolo di giornale – come raccogliere le fonti, come usarle, come verificarle etc… invece possa e anzi debba prendere un foglio protocollo, piegarlo a metà e scrivere tipo “dal Corriere della Sera”, è la caricatura di qualunque idea educativa. Ne ho letti a centinaia di questi compiti in classe, e non per colpa loro, anche quelli degli studenti migliori, sono ovviamente dei prodotti ridicoli. Gli insegnanti d’italiano sono tenuti a fotocopiare alcune fonti (brani di articoli di giornale) su un certo tema, e ai ragazzi viene richiesto di fare un lavoro di copia e incolla, farcendolo poi di opinionismo da tuttologi senza freni. Alcuni di questi compiti in classe non sono nemmeno la simulazione di un articolo di giornale, ma la telecronaca di una programma televisivo (si può scegliere anche questa formula): e così gli studenti iniziano a scrivere “Siamo qui con la troupe del Tg5 davanti a Palazzo Chigi, mentre è appena uscito il presidente del Consiglio…”, oppure a inventarsi inviati di Report o delle Iene. Che idea di scuola è questa, di fronte alla quale la Marylin Monroe di Nanni Moretti sembra un modello di autorevolezza gesuitica? Perché quest’obbrobrio – questa condanna celebrata del dilettantismo e del qualunquismo – deve andare avanti, insegnando ai ragazzi che il giornalismo non sia altro che opinionismo rabberciato, infarinatura impressionistica dell’ultimo minuto?

Due è l’insegnamento di una materia in lingua. La riforma Gelmini prevedeva che una materia – Storia dell’Arte, Matematica, Storia, una materia qualunque – all’ultimo anno delle superiori fosse insegnata in lingua. “Nel quinto anno (dei licei) è impartito l’insegnamento in lingua straniera di una disciplina non linguistica compresa nell’area delle attività obbligatorie per tutti gli studenti. Tale insegnamento è attivato in ogni caso nei limiti degli organici a legislazione vigente”. Su questa misura ogni tanto sono state inviate alle scuole circolari per farla applicare: quante ore, se fare compresenza con il lettore della lingua straniera, che strumenti didattici usare, se insegnarla all’orale o allo scritto… L’ultima circolare che è arrivata a scuola è meravigliosa: dice sostanzialmente Fate come cazzo vi pare. Non parla di strumenti, di un organico dedicato, di valutazione. Io domattina potrei entrare in classe e spiegare Kant in tedesco. O in spagnolo, perché no. Magari nel mio tedesco risibile, e nessuno mi direbbe nulla. Il mio quinto prenderebbe appunti dalla mia versione del professor Kranz. All’esame di maturità poi gli studenti potrebbero con questo globish magari svolgere un tema di storia, o direttamente compilare un articolo di giornale.
Tre è il fare collegamenti. L’ultima riforma ha introdotto anche l’obbligo per gli studenti di portare una tesina alla maturità. L’argomento della tesina è qualunque. Parti da una cosa che ti interessa, viene consigliato agli studenti. Vanno bene i Queen? Va bene il piercing?, chiedono loro. Va bene qualunque cosa, certo, rispondiamo noi professori, costretti a questa farsa a due, e proveremmo a aggiungere: Va bene qualunque ricerca, basta che la ricerca sia svolta in modo rigoroso, con il metodo che abbiamo imparato, le note, la bibliografia… Ma in realtà la vulgata dei professori è un’altra, e l’unico suggerimento che viene ammannito agli studenti – consiglio che poi diventa un diktat – è: Fai i collegamenti. I collegamenti che tocchino tutte le materie, mi raccomando. L’idea della multidisciplinarietà dei saperi viene ridotta a questo feticcio demenziale. Ci sono studenti incolpevoli che lo prendono alla lettera e fanno una tesina che parte da Storia parlando dei mezzi di comunicazione di massa (la radio), passano a Chimica (il radio), per arrivare a Educazione fisica (il radio e l’ulna).

Nonostante queste innovazioni pagliaccesche, però, chiunque di voi abbia assistito a un esame di maturità può ammettere che si tratta ancora di un momento forte con un suo valore rituale e effettivo. Ogni volta che faccio gli esami di stato, si sviluppa in me spesso un principio di commozione. Mi sembra di stare davanti a una cosa importante. Sentire ragazzi di diciannove anni padroneggiare bene o male, una serie di materie diverse, dalla tettonica a placche alla poetica di Seneca, vederli saper tradurre all’impronta in latino e risolvere subito dopo un problema di analisi, ecco – e qui vorrei dirlo in modo consapevolmente retorico – che mi passa tutto lo scoramento endemico della fatica dei lugli inoltrati a riempire i moduli del Ministero dell’Istruzione, e riconosco il senso dell’insegnamento.
Ora, questo rito, secondo l’ultima legge di stabilità, dovrebbe essere eliminato. Da giugno dell’anno prossimo, come sapete, gli esami di maturità si dovrebbero svolgere solo con commissari interni, e con solo un commissario esterno a vigilare (più un notaio che un professore, a questo punto). Qual è il motivo di questa riforma di un governo che dice di avere come sua priorità la scuola? Il risparmio di 140 milioni, dicono. Per un piatto di lenticchie neanche troppo consistente si mina ancora una volta l’idea di scuola come impegno, dispositivo di trasformazione, etc…
Quale sarà l’evidente effetto di questo provvedimento? Che la valutazione dell’esame di Stato sarà meno credibile. Il rapporto tra famiglie e docenti sarà ancora di più sotto ricatto. Che senso avrà bocciare? Per qualunque giudizio potrebbe essere ancora più facilmente chiamato in causa il TAR, che già ora è lo spauracchio delle commissioni di esame che temono di dover essere richiamate dalle vacanze da studenti che fanno ricorso. Le scuole private, soprattutto quelle che funzionano come diplomfici, saranno l’eldorado di qualunque famiglia che cerca facilitazioni: l’unico ostacolo che si frapponeva all’equazione pago = mi promuovi mio figlio sarà rimosso.
Ma è proprio il concetto stesso di educazione come passaggio all’età adulta che verrà a essere svilito. I professori saranno chiamati, ancora di più di quanto siano oggi, a essere materni. Il ruolo terzo della scuola nel patto educativo si perderà. La relazione scolastica diventerà promiscua: un pregiudizio negativo o positivo su uno studente continuerà a rimanere fino all’uscita dei quadri. Nessun ragazzo avrà diritto a capire quanto veramente vale, al di là del buon rapporto con il professore.
Togliere un esame serio ai ragazzi è quanto di peggiore si possa fare loro. Non serve un pedagogo a capirlo. I ragazzi, come chiunque, vogliono essere valutati. E vogliono che quell’esame sia difficile. È un loro desiderio, e un loro diritto costituzionale verrebbe da dire. A diciott’anni chi non ha desiderato una sfida? Eliminare le sfide vuol dire alienare in un’eterna adolescenza una serie di generazioni che voleva solo crescere, e non essere falsamente rassicurata.

 

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
18 Commenti a “Togliere i commissari esterni alla maturità è una decisione demente”
  1. LucaT scrive:

    Sono d’accordo quasi su tutto. Io insegno alle medie. Da noi l’esame contiene una prova d’italiano (il tema), matematica, inglese, francese, il famigerato invalsi delle crocette, l’esame orale sulle materie non valutate nelle prove già fatte. Sei prove in pochi giorni, per alunni che non hanno mai fatto un esame.
    Sembra più arduo della maturità. Soprattutto di quella da te paventata. Credevo che l’esame che conclude le Superiori fosse meno pecoreccio e ridicolo del nostro delle Medie, ma, per come lo descrivi, mi devo ricredere. Da noi c’è chi porta come collegamento:
    Musica: il basso come strumento musicale; Geografia: la Cina (si sa, sono bassi), etc.
    Sulla questione dell’adattività della scuola però non mi convinci del tutto.
    Mi sembra che trascuri la ratio delle altre discipline. Come fa chi insegna Geometria o Scienze Motorie o Francese ad immaginare un altro mondo? E naturalmente non è pertinente l’eventuale forma mentis del singolo docente, preparato magari a mostrare anche la possibilità di cercare ALTRE misure, altri modi di vedere lo sport (non competitivo ad esempio) etc.
    Io credo molto in questa potenzialità utopica dell’insegnamento, ma io sono un umanista, un logodipendente, un amante delle parole. Ma chi deve insegnare la grammatica di una lingua straniera, i principi della dinamica newtoniana, le regole della pallavolo, il teorema di Pitagora? Prima di accendere la fantasia dei possibili bisogna insegnare il reale, no?

  2. Giorgio Allulli scrive:

    Assolutamente d’accordo. Ho lanciato una petizione su Change contro la decisione di togliere i commissari esterni agli esami di maturità, che in 4 giorni ha raccolto quasi 3000 adesioni. Se interessa sta sul seguente link
    https://www.change.org/p/ministero-dell-istruzione-mantenere-le-commissioni-esterne-agli-esami-di-maturit%C3%A0

  3. Lalo Cura scrive:

    raimo, dopo aver letto questo tuo articolo, ho deciso: ti azzero totalmente il debito residuo

    spero soltanto che qualche citrullo, di fronte a questa ennesima trovata da ruota della fortuna, si ricreda e capisca finalmente quali impresentabili e dmenziali ciofeche politiche (e culturali, e etiche) siano il p.c.f. (*) e il suo baraccone di ingiallite figurine da avanspettacolo di quart’ordine

    lc

    (+) p.c.f.: non si tratta del “partito comunista francese”, come qualche nostalgico può essere indotto a credere, ma del “piccolo cazzaro fiorentino” – quell’aborto politico-culturale partorito per via anale dal nano di arcore

  4. Valerio Valentini scrive:

    Più che condivisibile la parte iniziale.
    Quanto alla questione dell’esame di Stato, ho seri dubbi che le cose stiano davvero come scrive Raimo. Alcuni punti:

    1) “Quale sarà l’evidente effetto di questo provvedimento? Che la valutazione dell’esame di Stato sarà meno credibile. Il rapporto tra famiglie e docenti sarà ancora di più sotto ricatto. Che senso avrà bocciare?”
    Ma già oggi il tasso di bocciature in sede di esame di maturità si aggira intorno all’1%. Non credo che la situazione possa cambiare così drasticamente. In realtà, forse bisognerebbe domandarsi se davvero sono solo “le scuole private” a funzionare “come diplomifici”.

    2) “Ma è proprio il concetto stesso di educazione come passaggio all’età adulta che verrà a essere svilito. I professori saranno chiamati, ancora di più di quanto siano oggi, a essere materni”.
    Ma davvero il passaggio all’età adulta è segnato da un esame assurdo (come è quello della maturità oggi), in cui delle persone che non hanno mai visto in vita loro un ragazzo sono chiamate a giudicarne la preparazione su un cumulo di nozioni vastissimo e arbitrariamente imposto dall’alto? Si dirà che anche questo, nel mondo di oggi, significa diventare adulti. Ma allora ci si ritroverebbe in contraddizione con quanto (giustamente) detto da Raimo in apertura, e cioè che la scuola non deve preparare i ragazzi a entrare nella società, ma sforzarsi di immaginare, insieme a quei ragazzi, una società diversa. Uno società, mi permetto di dire, che non dia un giudizio (con velleitarie pretese di oggettività) su cinque anni di studi sulla base di un colloquio di un quarto d’ora (e sorvolo sulle prove scritte, su cui andrebbe fatto, credo, un discorso a parte).

    3) “Nessun ragazzo avrà diritto a capire quanto veramente vale, al di là del buon rapporto con il professore”.
    E dovrebbe essere la valutazione datagli da persone mai viste in vita sua, a far capire a quel ragazzo “quanto vale”? E una volta che avesse scoperto di valere 94/100, quel ragazzo, avrebbe fatto passi avanti nel suo cammino verso “l’età adulta”?

    4) “I ragazzi, come chiunque, vogliono essere valutati. E vogliono che quell’esame sia difficile. È un loro desiderio, e un loro diritto costituzionale verrebbe da dire”.
    Davvero i ragazzi vogliono essere valutati? Davvero vogliono che quell’esame sia difficile? Siamo sicuri che non si tratti piuttosto di un’assuefazione a delle logiche a cui sono stati costretti a rassegnarsi? Quando toccò a me fare l’esame di Stato (quattro anni fa) ricordo decine di ragazzi e ragazze per nulla esaltati dall’idea di sostenere quell’esame: ricordo crisi di panico, ansia, notti insonni, giorni e giorni spesi ad imparare mnemonicamente una miriade di nozioni per nulla interessanti nella consapevolezza di poterle dimenticare il giorno dopo dell’esame.
    Quanto al diritto costituzionale, va detto che già in sede di costituente molti relatori (anche e soprattutto di sinistra) fecero grandi discorsi per ribadire la necessità di far sì che l’esame di stato non restasse quella pagliacciata a cui era stato ridotto (1948!), ma tornasse ad essere una cosa seria. C’è sempre stato, nel passato, un esame di maturità migliore rispetto a quello di oggi. Non sarà che questo continuo rimpiangere quello che fu l’esame di Stato sia un’implicita ammissione della sua assurdità?

    5) “A diciott’anni chi non ha desiderato una sfida? Eliminare le sfide vuol dire alienare in un’eterna adolescenza una serie di generazioni che voleva solo crescere, e non essere falsamente rassicurata”.
    Vero. Ma credo che uno degli elementi che segnano il passaggio alla “maturità”, sia il poter scegliere le sfide che si vogliono affrontare, nelle quali ci si vuole impegnare e sentire realizzati. Sapere “tutto il programma” del V superiore non credo rientri tra le sfide desiderate di alcun adolescente (e in fondo neppure degli adulti).

  5. andrea capocci scrive:

    Era la “Marilyn Monroe”, non la Walt Disney.

  6. Pietruccio Soraperra scrive:

    Pienamente d’accordo dove scrivi:

    “Per me la scuola non serve a questo, anzi: questo è il contrario della sua missione. La scuola non deve preparare per un ingresso nella società. La scuola deve immaginarsi una società diversa. Per questo a scuola si leggono – per fortuna finora – le poesie di Leopardi e non le interviste a Sergey Brin, e si analizzano i libri di Nietzsche e non i discorsi di Steve Jobs.”

    Poi dici:

    “Ma le cose appunto stanno cambiando, e in peggio.”

    Anche qui pieno accordo (il discorso sarebbe lungo)… però credo che l’animo (e il cervello) umano non sia così facilmente imbrigliabile come pensa qualche fanatico di questo squallido periodo storico, nonostante lo smisurato potere di fuoco dei media volto alla demenzializzazione della popolazione…

    Poi le cose cambiano e visto che è da decenni stanno cambiando in peggio spero che fra qualche decennio magari si rimettano a cambiare in meglio.

  7. Christian Raimo scrive:

    Andrea, corretto.
    Io penso che la capacità di sostenere un esame così impegnativo sia una sfida cognitiva esaltante, poi si possono cambiare molte cose.

  8. Stefano scrive:

    Guarda che sei assurdo. Prima descrivi l’esame come l’equivalente simbolico del passaggio liminale studiato in antropologia e poi pretendi che la scuola immagini società diverse. Il passaggio liminale prepara all’ingresso in società, in quella che c’è, non in quella che ci sarà. La scuola deve dare strumenti cognitivi, non far leggere Leopardi. Un esame non dà strumenti cognitivi, quindi è del tutto inutile al fine della scuola, è uno strumento che gli insegnanti dovrebbero usare come valutazione del proprio operato, usando dei protocolli che siano influenzati dai loro bias cognitivi il meno possibile. Uno studente va valutato per capire se sta facendo un buon lavoro.

  9. Eva scrive:

    Le società da sempre hanno i loro riti di iniziazione: la circoncisione per alcuni, la prima comunione per altri, gli esami alle medie, lo spauracchio della “Maturità” alle superiori… Io credo che sia un grave danno eliminare questo “rituale” e condivido punto per punto il discorso di Raimo. Gli esami di maturità rappresentano certamente una sfida per tutti ed è giusto così perché in fin dei conti la vita non sempre ci offre la possibilità di scegliercele, le nostre sfide, e deve arrivare il momento in cui si deve indicare al ragazzo che l’età adulta è arrivata, con tutto il carico di responsabilità che essa richiede. Diversamente, il “rito di iniziazione” spetterebbe esclusivamente a quelle aberranti feste per i diciotto anni che sempre più assomigliano a feste di matrimonio, indebitano le famiglie e gli invitati e mostrano solo il luccichio degli anni verdi, rinviando ulteriormente il momento in cui ci si renderà conto che essere adulti significa anche avere delle responsabilità verso se stessi e verso la società.
    Tra l’altro, trovo queste mezze misure terribilmente ipocrite: meglio, più semplicemente, eliminare del tutto gli esami di maturità, piuttosto che riproporre la sceneggiata già vista e subita durante gli esami di scuola media, dove la minore età di ragazzi e il fatto che non abbiano mai sostenuto esami in precedenza potrebbero almeno offrire qualche giustificazione.
    E in fondo, sono la felice dimostrazione che la commissione esterna può anche ribaltare cinque anni di profonde ingiustizie, imputabili al fatto che ero l’unica della scuola a provenire da un paese diverso da quelli arrotolati intorno al liceo che frequentavo, quindi lontana da tutte quelle meschine trame di provincia che troppo spesso s’infiltrano negli istituti, inquinandoli.
    Un plauso speciale per il riferimento a quella immensa pagliacciata che è l’insegnamento di una materia qualunque in lingua straniera, da parte di un docente che, magari, quella lingua straniera l’ha lasciata al tempo della maturità e l’ha recuperata in tutta fretta, forse costretto da un dirigente in cerca di visibilità, o più semplicemente di iscrizioni.

  10. Jacopo scrive:

    Non concordo del tutto con la prima metà (se fatto bene, il collegamento disciplinare è una buona risorsa e lo dico da insegnante delle superiori) ma con la seconda sì: tenendo presente che un esame serio non dev’essere per forza un esame che mette paura. Per Stefano: la scuola non deve dare “strumenti cognitivi”, deve dare strumenti critici. E in ciò Leopardi, se l’insegnante ci si è confrontato per davvero, è efficacissimo.

  11. Stefano scrive:

    Jacopo, ti rispondo anche per l’altro post.

    La mia domanda era anche per tutti: io non conosco nessuno che ha cominciato a leggere dopo un evento di promozione. Quindi per ora la sua efficacia è come quella per i farmaci omeopatici, ovvero siamo all’effetto placebo. Con la differenza che è chi organizza queste promozioni che crede che siano efficaci. Ci sono studi in merito?

    Invece per la scuola. Che Leopardi sia efficace non lo rende necessario, non penso che nel resto del mondo abbiano qualcosa in meno. Poi a me sta benissimo che si faccia Leopardi, ma mi sta più a cuore che a scuola si insegni a ragionare, e questo non viene fatto, non ci sono test che valutino la capacità in questione. Ho appena finito la scuola serale, mi sono diplomato. In tre anni di test di storia e italiano, mai nessun raffronto con le cose scritte in passato, solo gli stessi test con gli argomenti diversi. Ha senso tutto ciò? A nessun mio compagno è stato mostrato come scriveva prima, che tipo di analisi era in grado di fare e cosa è cambiato nel tempo. Tre anni completamente inutili, fino alla presa per culo finale dell’esame in cui ti fai il tema libero su un argomento idiota qualsiasi. Però yeah, la strizza, il rituale…

  12. SoloUnaTraccia scrive:

    Insegnanti, con tutto il cuore… (da figlio di insegnante compagno di figli di insegnanti, eccetera):
    avete rotto il cazzo.

    Invece di blaterare (l’ultimo pensiero di un governo i-Tagliano, dal 1994 in poi, è aumentare il livello d’istruzione dei cittadini del paese sottostante: solo un popolo di subnormali e ignoranti può tollerare il trattamento degli ultimi 20 anni senza esigere cambiamenti drastici e/o netti… ci arrivate da soli o vi serve un disegnino?) agite: sciopero di due settimane consecutive.
    I ragazzi sarebbero felici, i genitori meno, gli occupanti le istituzioni per niente (un paese nel caos non è carino). Finalmente diventereste una priorità, come lo sono i camionisti ogni volta che si mettono di traverso sulla A1.

    Obiezione: e io come faccio due settimane senza stipendio?
    Respinta: con la chiusura/privatizzazione della scuola pubblica (obbiettivo decennale) starai tutto il resto della vita senza. Meglio provvedere ora che sei ancora in forze per campare di ripetizioni private.

    Obiezione: non serve a niente!
    Respinta: provare per credere.

    Obiezione: non si riuscirà mai a mettere d’accordo la totalità del corpo docente, i soliti crumiri/animati da vocazione faranno come se niente fosse, inoltre migliaia di insegnanti mai rinuncerebbero neppure per 24 ore alla loro sacro-santa-amen funzione educativa (sarebbe un controsenso difendere la scuola chiudendola ecc. ecc.) e dunque è un’ipotesi impraticabile.
    Accolta: ah già, siete i-Tagliani. Tirate innanz’.

  13. anna scrive:

    @Stefano

    Certo che ne hai di pretese!
    Con tutto il tempo che occorre per l’educazione alla cittadinanza, alla legalità, alla pace, alla multiculturalità, alla salute e all’affettività, come vuoi che la scuola trovi il tempo di fornire strumenti cognitivi e addirittura di verificare i progressi del loro utilizzo? :-)

  14. jacopo scrive:

    SoloUnaTraccia, temo che tu non abbia idea del livello di impatto che può avere uno sciopero dei camionisti non di due settimane, ma di soli due giorni, rispetto al danno che può fare uno sciopero di insegnanti: la cui innocuità nei confronti della società italiana non dico sia pari al cosiddetto sciopero degli studenti (che difatti non arrestando alcun tipo di produzione non ha alcun potere cogente), ma quasi. Il danno, se noialtri scioperiamo, lo si vede solo a distanza lunghissima; ed è appena il caso di notare che ad essere danneggiati siete prima di tutto voi studenti (cioè gente che non vota e che non può influire in alcun modo sulle decisioni governative).

  15. girolamo scrive:

    @ SoloUnaTraccia
    Te lo dico da insegnante: hai ragione da vendere. Di più: da lanciarci un’OPA. Ho passato anni a ripetere in tutti i modi e in tutti i luoghi le stesse parole che scrivi. E a pensare, come te: “insegnanti, avete rotto il cazzo”. Poi me ne sono andato via io.

  16. @melamela scrive:

    Faccio esami da 15 anni dalla riforma del ’99, o come commissario, ultimamente come presidente.
    I docenti, non sempre e non esclusivamente per colpa loro, non sono nemmeno riusciti a capirne lo spirito.
    Il colloquio è rimasta un’interrogazione, le tesine sono liquidate come copiate, le III prove un terno al lotto, la prima o la seconda dipendono da come si sveglia la mattina l’esperto ministeriale, a volte scrive strafalcioni.
    I ragazzi arrivano a fine Giugno spompati per verifiche fatte sul filo di lana e tutte insieme, perché, mi devi scusare, ma sulla capacità organizzativa didattica di tanti colleghi pongo qualche riserva.

    Con la commissione tutta interna ipotizzerei una trattazione di un percorso culturale o di competenza a seconda dell’indirizzo di studi. E sarebbe ora che i prof si mettessero in ascolto, anziché voler sentirsi dire quello che si aspettano.

    Non è un paese per vecchi.

  17. stefano doponotaro scrive:

    Gentile Christian Raimo, ha visto Class Enemy, l’interessante opera prima di Rok Bicek? Se l’ha visto, cosa ne pensa?
    Il film affronta decisamente di petto proprio le questioni centrali poste dal suo intervento. (Credo meriterebbe una recensione su m&m).
    S.D.

  18. barbara albanese scrive:

    Sono d ‘accordo su tutta la linea, hai fotografato perfettamente la situazione , il costante svilimento della scuola da parte di governi che inseguono un ‘idea di didattica sempre più vuota. Vorrei fare però alcune considerazioni tratte dall’ esperienza sul campo: i famigerati e tristissimi diplomifici se la cavano sempre , con qualunque tipo di commissione, perché i commissari e i presidenti , solitamente arsi dallo zelo quando arrivano nelle paritarie normali, dove si lavora, diventano incomprensibilmente ciechi quando varcano le soglie di quegli istituti. Con l ‘ovvio risultato che un “ottista” di diplomificio (termine orrendo per indicare un alunno che abbia otto in tutte le materie) della preparazione del quale è quantomeno lecito dubitare, uscirà sempre e comunque con un voto superiore all’ alunno di una paritaria normale. Potrebbe essere un ‘idea applicare il modello francese: un esame fuori sede, a livello nazionale, per tutti. Probabilmente si avrebbe finalmente una valutazione più obiettiva , e non si priverebbero i ragazzi della prima, grande occasione per crescere.

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