tokyo_daryan_shamkhali

Un estratto da “Tokyo transit”

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal romanzo Tokyo transit, in libreria per 66thand2nd.

di Fabrizio Patriarca

Ventitré

Ispido, screpolato, tossicchiante, con mezzo grammo di cocaina in corpo, un altro mezzo infrascato nei pantaloni, le spalle curve e l’aria derelitta di un Bruce Willis ridotto all’impotenza dall’artrosi, Alberto Roi era sgusciato fuori dal Gas Panic sottobraccio con Luther. Le luci zannute di Roppongi Crossing li avevano investiti con un uppercut alla mascella. Davanti a loro si sgranava un quartiere che assorbiva energia elettrica come una succhiacazzi da milioni di yen, poi la restituiva pacatamente al suolo: automobili e taxi, soprattutto, e il glitter dei fari nel tremolio della vista – bagliori stellati, la corona epilettica dei semafori. Certe volte immaginiamo la salvezza come il passaggio da uno stato a un altro, ma è più stretta di un maledetto catetere. Alberto salutò istintivamente il cielo notturno, la fricassea di bianchi bocconi stesi a galleggiare in un vapore fosfenico. L’americano aveva la faccia un po’ gonfia, ma non sembrava passarsela male.

«Direi che a Jacob è andata meglio di tutti».

Prima che Alberto potesse rispondere furono separati da uno sciame di ragazze ubriache, dai garruli visi color cistifellea: biondamente alte, biondamente rumorose, giallicciamente bionde. Piedi grossi, un pallore autoptico diramato dalle braccia nude. Come facevano a non congelare? Luther inciampò in una di loro, produsse in automatico un paio di espressioni di scusa, in cambio ricevette un mitragliata di gestacci da parte di tutto il gruppo.

Incassò. Commentò.

«C’è qualcosa di fetido nelle australiane, non trovi?».

Sotto cocaina rasentava la simpatia, ma Alberto non aveva più tempo per lui. In realtà non aveva più tempo per niente, a cominciare da sé stesso – anche se la bustina che pigolava in fondo alla tasca stava insinuando l’esatto contrario.

«Che dicevi di Jacob?».

«Quel figlio di…», Luther represse un ghirigoro che stava per arricciargli la faccia, «si è preso il boccone migliore».

«Tu credi?».

«Le donne, amico mio, sono la porta del paradiso».

Quanta beota confidenza. Amico mio. Era la cocaina.

«Le donne sono una porta e basta» disse Alberto. Se c’era dello sprezzo, nella sua risposta, se ne stava arrotolato con cura sotto un tono discreto e neutrale. Diffidava della gentilezza indotta dalla droga: quel fobico travaso di parole, l’eccesso di fiducia di chi spalanca sul mondo un paio d’occhi temporaneamente nuovi – l’euforia pensa al resto. Non scherzare con la gentilezza, perché è l’avamposto della negazione. La cipria della reticenza. Che sarebbe della proverbiale cortesia giapponese, senza il mistero che l’accompagna? Il topos della geisha. Proprio in quel momento ne vide passare una: imbracciava un cannone laser e sparava salve fosforescenti, ma non era altro che una frode, una parodia geishiforme, un ottuagenario travestito che gridava gli slogan pubblicitari di qualche cyberbettola. Luther fece un cenno, accompagnandolo con lo sguardo di chi ha appena visto schiaffare un neonato nel forno a microonde.

«Che vuoi farci. Questa città è così. Puoi andartene in giro vestito da cazzo, coi peli, il ciondolo dei coglioni e tutto l’apparato di vene pulsanti, non gliene frega niente a nessuno. Ma prova a soffiarti il naso in pubblico, vedrai il disgusto zigzagare come uno scarafaggio».

«Ah!» fece Luther.

«Cosa?».

«Mmm. Qualcosa qui, come un dente spezzato».

Lasciò saettare un paio di volte la punta della lingua fra le labbra, finché non portò alla luce l’oggetto della sua perplessità: una specie di calcolo marroncino, piatto e friabile. Lo prese fra le dita, lo annusò.

«È un pezzo di tartaro, cristo! È venuto via dagli incisivi, qua dietro» e mostrava generosamente ad Alberto la bocca spalancata «non capisco come diavolo avrà fatto, si è staccato di netto».

«Scusa se non mi abbandono all’entusiasmo».

«Mi sto sfaldando. Questo è solo l’inizio, ti dico. Tra un po’ non sarò altro che un cumulo di briciole».

«È quello che temono tutti».

«Cadrò a pezzi prima dell’alba, vedrai».

«Ehi, senti… amico: è la cocaina che parla. Ti sta braccando. Non lasciarglielo fare».

«Ho voglia di vomitare».

«Fallo. Vai laggiù, dietro la macchina».

«Non ho detto che devo vomitare. Ho detto che vorrei».

«Scusa. È che io so farlo a comando. Al funerale di mio padre ho vomitato addosso a un tipo. Era mio zio. Mi aveva preso da parte per, ehm, manifestarmi la sua disapprovazione. Il posto in cui stavamo mettendo mio padre, insomma, pare che spettasse al suo. Non che la cosa mi fosse particolarmente chiara, questioni di gerarchie di famiglia. Che cazzo di colpa avevo se mio padre aveva steso le gambe e il suo, a novant’anni, ancora se ne andava a spasso? Comunque la faccenda mi ha dato sui nervi: dovevamo seppellire papà, e quello stronzo… Così, mentre lui blaterava di diritti e priorità, ho pensato adesso gli vomito addosso. E l’ho fatto».

«Come?».

«Su una spalla».

Il vecchio addobbato da geisha tornò a incrociarli. Probabilmente seguiva un itinerario predefinito, cocciuto e rettilineo, con semplici punti di riferimento presso cui svoltare e tornare indietro. Il labirinto della senilità, che è poco meno di un segmento. Sotto il belletto muliebre da gerontofrocione potevi seguire le linee di un teschio sdentato con appeso qualche millimetro di pelle, riuscivi a immaginare il catrame.

Alberto dovette arrendersi a uno spasmo, un’interruzione del flusso d’aria nella gola, sprognock – il tasto rosso dell’epiglottide in allarme, la congiura occlusiva di alveoli e bronchioli. Un secondo dopo provò a sgravarsi con un sordo colpo di tosse che gli fece salire le lacrime agli occhi. La cariatide li aveva già superati e proseguiva stolida la sua migrazione anulare, come uno scoiattolo sulla ruota. La senescenza ha un battito spento ma un’aura feroce, una cadenza ottusa. Il cerchio si screpola, ma non smette di essere cerchio. Alberto si era fermato, perché l’umidità lo stava attaccando alle caviglie. Fissò vacuo gli ideogrammi delle insegne attorno a Roppongi Crossing finché non li vide trascendere in un larghissimo, stemperato bagliore. Si sentì diluire a sua volta. E fu precisamente lì che prese a canticchiare quella triste robetta da emigranti.

Buongiorno Italia gli spaghetti al dente / un partigiano come presidente

Con uno zapping neuronale imputabile alla cocaina ascese fra i chiarori di una radura etimologica. Vitulus, vitèliu, Uitulia. Italia, la terra dei vitelli. Tutto qui il suo pellegrinaggio? Dalla Chianina al manzo di Kobe? Probabile. E la nostalgia? Come la mettiamo con la fottuta nostalgia? Non la mettiamo. Tra le similitudini preferite di Alberto c’è l’Italia: un nonno con l’Alzheimer. Quando il senso di colpa eccede i limiti del tuo istinto di conservazione, allora lo vai a trovare. Depressione da visita all’infermo: ti aspetta imbacuccato nella posa ieratica del rincoglionimento – poltrona spellata, angoluccio con calorifero, badante all’erta. Stringi la sua mano per tutto il tempo: è croccante come un calzino sporco di giorni. Te lo coccoli, nonno, racconti storielle, gli fai una carezza sul cranio, lo accompagni a pisciare, ma soffri come una bestia, perché vedi che proprio non capisce un cazzo di quello che dici. Alla fine lo saluti, sperando che gli salga alle labbra qualcosa d’imprevisto. Qualcosa di te. Qualcosa di voi. Appena avrai voltato le spalle nemmeno si ricorderà che esisti.

«Allora, bello, che si fa? Andiamo a Akihabara?».

«No, ti chiamo un taxi».

Alberto setacciò la tasca dei pantaloni, finché non chiuse il pugno e lo tirò fuori. Con discrezione, con la scusa di stringergli la mano – il mestiere è tutto gestualità collaudata –, passò a Luther la bustina col mezzo grammo.

«Ecco. Un richiamino per domattina».

«Fottiti! Con questa vado avanti per tutta la notte. Che me ne faccio da solo?».

«Sei in un albergo internazionale, giusto? Quando arrivi in stanza ti dai una rinfrescata, ti metti comodo, alzi il telefono. Ci sarà un bottone con scritto “massaggio”. Premi quello».

Non aggiunse altro. Qualche minuto più tardi era lì che guardava Luther infilarsi cauto nell’abitacolo tuttopelle della Nihon Kotsu, allungare la testa fra i sedili davanti e proferire qualcosa d’incomprensibile a un tassista con scarsissima voglia di comprendere. La macchina si dileguò a fatica, incolonnandosi in una rada del traffico come un vecchio bisonte dal fiuto svaporato.

Alberto pensava di fare quattro passi prima di tornarsene a Shinagawa. Il freddo prepotente gli aspirava la punta delle scarpe. Un uomo sui sessant’anni, di una barcollante bellezza est-europea, sbregato da un angolo all’altro della faccia (l’appeal heavy-metal di un motociclista in cassaintegrazione) lo agguantò alle spalle per estorcergli l’indirizzo della Motown House – un club sulla Gaien-higashi dalla clientela decimata, ma sempre piuttosto pingue di alcolizzati, transex e laide giapponesi di mezz’età con l’hobby del brivido. Alberto lo rifornì di istruzioni dettagliate, cosa che per un istante lo fece sentire perfettamente integrato nella vita notturna del quartiere, come se lo sconosciuto, con la sua domanda, gli avesse involontariamente accreditato un diritto di cittadinanza, poi riprese a passo vivace, tanto per smaltire l’ultima botta.

Le stelle più brillanti del cielo notturno, Sirio e Canopo, se ne stavano rintanate sotto la linea dell’orizzonte, dunque il puntolino sfolgorante che si era affacciato sopra la cima della Mori Tower doveva essere Arturo, la terza reginetta, ma lui naturalmente non ci fece caso. Non ci volle molto perché si ritrovasse di fronte all’albero di Natale. Stavolta scrutò a fondo le palline e si accorse che portavano incisi dei segni geometrici: quadrato rosa, cerchio rosso, triangolo verde, poi vide una x violetta seminascosta tra le foglie unte di lucido e la falsa frutta secca. I trigger della Playstation, a ciascuno il suo colore, come le vocali di Rimbaud. Alberto misurò velocemente quel dilemma dall’infido aspetto circolare: Giappone uguale Playstation uguale salotto di casa Roi uguale megastore di videogiochi all’angolo uguale punteggi stellari a Tekken 2 sovrascritti nel tiepido pomeriggio di Cinecittà uguale Playstation uguale Giappone. Decise che il Natale lo avrebbe passato a casa. Con Motoko.

Thomas era nel vicolo lurido. Per la cronaca: odiava essere nel vicolo lurido. Per un attimo immaginò il falansterio di locali là fuori… tuffati nella luce del giorno: un serraglio di scale e porticine disgraziate in bilico su un tratto di strada relativamente spopolato. Finestre crivellate, bidoni e casse di plastica, biciclette in disarmo dentro una selva di scatoloni. Di notte questi luoghi si vendono come surrogati dell’inferno, di giorno qualcosa li strappa alla loro vocazione e li sprofonda nel blando anonimato di una Civiltà del Lavoro. Il vicolo lurido era la mediana fra due regimi, una zona franca sfuggita al tecnigrafo dell’urbanista, in cui la violenza poteva finalmente esercitarsi senza riguardi per il biasimo o per l’idolatria. Di fatto, la vera violenza è imperturbabile. Ma pure Thomas non scherza: ha letto Byron, per Byron il limite insuperabile delle passioni è trent’anni, e lui è sempre stato un ragazzo precoce.

Di solito si lasciava trascinare assieme alla vittima del momento, giù, fino al vicolo lurido – o anche su, fino a un terrazzo sgombro e salmastro. Più raramente a destra, o a sinistra, oppure in fondo, verso spaziose toilette dagli arredi neogotici e più in generale vampireschi. Non era il caso del Gas Panic. Gli yakuza avevano decretato la punizione standard. Quindi vicolo. Quindi giù. Per abitudine Thomas non iniziava a parlamentare finché pestatori e pestandi non abbandonavano le sale di una discoteca (frequente), di un night-club (raro), di un bordello (rarissimo) e scendevano nell’arena.

Là era il suo teatro, là finalmente riusciva a esigere qualcosa da sé stesso, un risultato. Controllare la violenza, selezionare le mosse più adatte a soffocare il dramma. Dirottamenti e illusionismo, la retorica del resto nasce dai litigi, per diradare le zuffe. Devi conoscere la mentalità. Con un avanzo di galera giapponese che ha tutta l’intenzione di stendere qualcuno non puoi usare ama il tuo prossimo, la prenderebbe come un’autorizzazione a procedere. Ama il tuo prossimo va bene fino a un certo punto. Puoi amarlo, ma non è che devi per forza inculartelo. Così quando le cose si erano messe male, e gli yakuza avevano invitato George a seguirli fuori, Thomas si era semplicemente sistemato accanto a lui. Certo, conoscere la mentalità non basta, devi anche conoscere qualcuno.

A Tokyo da qualche tempo si respirava aria pesante: due gang erano entrate in guerra – il che significava pistolettate in fronte su Roppongi-dōri, cadaveri ingolfati nel sangue sotto le vetrine catatoniche di Shu Uemura. La Yamaguchi-gumi era una seria multinazionale del crimine, la Sumiyoshi-kai un fastello di bande minori. Thomas godeva dei favori della prima – beneficio che gli era stato accreditato per facile intercessione di sua moglie. Diciamo che quello con Shizuka andava considerato sotto molti aspetti un matrimonio riuscito.

Le clausole dell’accordo di protezione erano scarne, di una precisione vagamente e variamente razzista. Thomas vendeva la cocaina della Yamaguchi-gumi soltanto ai gaijin. Thomas doveva sorvegliare la condotta dei suoi clienti, ma gli sgarri venivano puniti con assoluta tempestività, anche per consentirgli di evitare – quasi sempre – che il cliente venisse ammazzato come un cane. Qualcuno ha detto che il flâneur non è che un metafisico inerme, curioso del crimine, ma incline a schivarlo – Thomas prendeva la familiarità con questa gente come un’impronta necessaria. Thomas e le faccende della malavita, cocaina in primis: non amava la lunga sosta, ma nemmeno il digiuno forzoso.

Stavolta, però, il momento era delicato: il quattro del mese il padrino assoluto della Yamaguchi-gumi, Tsukasa Shinobu, l’omaccio cattivo in baffi e doppiopetto, era stato arrestato per possesso illegale di armi da fuoco. Fermento nelle sfere dei clan, la slabbrata Storia del crimine pronta a scompaginarsi ancora una volta. Thomas in tutto questo occupava il ruolo di un insetto, l’irrilevante parassita esotico. Se ne stava lì al bancone del Gas Panic, alle prese con una mistura di gin e vodka, quando aveva intercettato gli yakuza che circondavano George. Svelto, aveva raccolto e infilato la giacca di cuoio piegata a fisarmonica sullo sgabello fra lui e Alberto:

«È cominciata, ci siamo. Prendi quell’altro e fallo sparire, poi fila anche tu. Ci sentiamo domani».

Ed eccoci nel vicolo lurido, in compagnia di tre giapponesi dalla silicea volontà di nuocere al prossimo, con un americano strafatto e la sua stupida cravatta annodata sulla fronte. Eppure i conti non quadrano. George si era lasciato tranquillamente condurre fin lì. Più che tranquillo… neghittoso, come certi tristi pachidermi del circo che vedi vagare in cerchio, assopiti in una demenza da sedativo. Adesso però si stava rimboccando allegramente le maniche della camicia. La sua faccia aveva preso il tono latteo-relax di un pomeriggio postanalgesico, col rosa incendiato del buonumore a soffondere gli zigomi, le spalle basse, basse come quelle di chi tira il fiato dopo qualche ora di naufragio in un mal di denti infernale. Thomas sapeva che laggiù, nel meraviglioso regno dei neurotrasmettitori, la cocaina assunta dall’americano stava bloccando l’uptake della dopamina nel neurone post-sinaptico. È il ciclo motivazione-ricompensa, soddisfazione-punizione, euforia-depressione. La roba aiuta a far pendere la bilancia tutta da una parte, e quanto te la godi.

Ma attento Thomas, perché quella di George non è autostima dopaminica. Sai leggere i sintomi tossici, scrutare sotto la patina, dài: osservalo bene. Gli hai fatto da balia per una giornata e l’hai visto annoiarsi, incazzarsi, preoccuparsi, sbigottire, produrre lamenti più o meno giustificati, blaterare intorno al cibo, assumere un tono verdognolo di fronte al cadavere di Doraemon e ringalluzzire al cospetto della droga, ma non l’hai visto veramente spassarsela. Per quello, per uno sguardo finalmente divertito, lo hai dovuto spingere fin qui, sull’orlo delle trasparenti certezze della punizione corporale.

Thomas offrì in pegno agli yakuza un brandello della sua perplessità, allargando le braccia, come a dire: ragazzi, capisco la situazione e sono confuso quanto voi, lasciatemi ritagliare il tempo di una domanda.

«George, che stai facendo?».

«Li prendo a calci nel culo».

«Sei impazzito? Sono gangster, mica impiegati».

«Lo sai cosa diceva il generale MacArthur di questa gente? Una nazione di dodicenni. Ecco cosa diceva il vecchio Mac­Arthur».

«Sessant’anni fa, George. Nel frattempo sono cresciuti».

«E allora? Vedremo se hanno qualcosa da insegnare a una teppa di Detroit».

Detto questo, scattò. Tutta la faccenda durò pochi secondi, durante i quali Thomas ebbe modo di riflettere seriamente sul talento. È il talento a dividere il mondo, si disse. Il talento o qualcosa di altrettanto autentico. George puntò dritto il tanghero col berretto numero 23 – due colpi: un pugno alla gola e un altro rapidissimo alla base del naso, lo accecò con le dita e lo disarmò. I compari avevano tirato fuori i coltelli. Thomas li compatì. Sotto il doppiopetto, 23 portava una quarantacinque nichelata che tra le mani di George mandò un bagliore di redenzione. Puntandola contro gli yakuza rimasti in piedi ammiccò soddisfatto:

«Visto? Che ti dicevo? Buon ferro americano».

Radunò con qualche secca istruzione la squadra dei punitori in fondo al vicolo, li fece mettere in fila, quindi li pestò alle tempie col calcio della Colt. Gli yakuza svennero uno dopo l’altro. George continuò a pestare. Thomas guardava. George pestava. La cocaina, il vicolo lurido, Thomas che guardava, George che pestava.

«Questo è per Pearl Harbor!», la sua voce esasperata, rotta dalla fatica, mentre assestava un colpo molle, forse il trentesimo, alla mandibola tumefatta di 23.

«…e questo per quel film di merda!».

È il talento a dividere il mondo – vero, Thomas? Dov’è finito il tuo talento? C’è mai stato un talento? E cosa ne hai fatto? Forse ti è semplicemente mancata l’occasione. Guarda il talento di George, come trabocca la sua purezza, adesso che l’occasione gli è stata messa sotto il naso.

«Dobbiamo toglierci di qui».

L’americano annuì.

«Li hai ridotti male».

«Sì».

Thomas non riusciva a reprimere una smorfia ammirata:

«Detroit, uh?».

«La gente ha un passato. Tutta la gente ce l’ha. Non lo sai?».

«Ogni tanto me ne dimentico. Quando avete il volo di ritorno?».

«Dopodomani».

«Okèy. Sparisci, vattene a dormire. Domani se fossi in voi mi farei vedere giù al consolato, per il vostro amico. Confermate le deposizioni. Andate presto, in mattinata».

«E questi? Voglio dire…».

«Stai tranquillo, nessuno vi verrà a cercare».

Sbucarono fuori dal vicolo lurido e si allontanarono dandosi le spalle. Roppongi Crossing era un bassorilievo al neon, un ideogramma di lava inciso nel tessuto dell’architettura olografica: assicurava la vita energetica, prometteva la morte per illuminazione.

Nessuno vi verrà a cercare. Ovvio, perché cercheranno me. Morte al ribasso. Mi daranno la caccia in questa valle di elfi e funghi positronici. Thomas si voltò in un’ansia contemplativa: Gaien-higashi-dōri in caduta libera verso la Tokyo Tower, tutto un romanzo sperimentale di schiacciamenti prospettici e testardi errori di parallasse. Domattina verranno a stanarmi. Forse già stanotte. Il freddo democratico e digitalizzato torna a colpire, il giaccone di pelle fa quello che può – domani mi trovano, forse già stanotte. Ispezionò il taglio foderato all’interno del risvolto, c’era un quadernetto abbandonato sul fondo, gli bastò individuarne i bordi con le dita per avvertire una specie di calore, come il contatto con un dolce corpo estraneo. Il suo diario. Ultima pagina scritta: una nota verbosa sull’estinzione della civiltà Maya – sociologia Asca-style, i giapponesi alla conquista delle stelle.

Rigettò l’impulso di concedersi a un sommario bilancio della giornata. No. Doveva aprire lo sguardo di qualche grado. Le finestre accese ai piani alti dei grattacieli di Roppongi Hills irradiavano un certo volume di alogena tranquillità. Thomas fissò un paio di punti a caso nello spazio e vi agganciò i termini sicurezza e felicità. Poteva eleggere due parole come quelle e poi metterci in mezzo, che so, un’equazione? Ogni volta che pensava alla sicurezza l’immagine di un cerchio bianco si metteva a danzare, sfocata, nel rettangolo grigio della sua concentrazione. La parola felicità, d’altro canto, gli suggeriva figure più complesse, di un espressionismo segretamente condizionato: le dorsali spumeggianti dell’insieme di Mandelbrot. La felicità ha una geometria frattale? È un’opzione, why not. La felicità annidata in una struttura autosimile, come i fiocchi di neve, i cavolfiori, le coste inglesi, il triangolo di Sierpinski. Per tornarsene nell’appartamento di Asakusa avrebbe dovuto risalire Tokyo costeggiando in taxi il buco nero del Kōkyo, il Palazzo Imperiale blindato di verde, l’ovatta silvestre di Chiyoda, dopo essersi lasciato alle spalle Ginza, la sua favola notturna assorta nei chiarori poco invitanti di un pezzo di città da cui gli umani sono stati smantellati con cura.

Da lì il taxi poteva intrufolarsi fra le stalagmiti bancarie di Nihonbashi con le lobby illuminate a piena potenza e le mitragliette delle guardie spigolate fra dischi di luce, poi Kanda, Akihabara, ballando sulle diagonali elettroniche dell’estetica superflat: più o meno a questo punto Thomas avrebbe dedicato un istante di comprensibile trasporto a Murakami Takashi, l’artista, l’affarista, l’affartista che aveva fatto milioni appiccicando fiorellini rosa shocking su una borsa di Louis Vuitton. Abbandonando il quartiere avrebbe rivolto il suo sguardo più consapevole a una metropoli plasmata da piccoli nerd fuori di testa affamati di manga e videogiochi (estrusioni del tessuto sociale che vomitavano zaffate di energia creativa): otaku, kogyaru, maid-café, Para Para. Tokyo come la cameretta di un adolescente corale, fissato con mille gingilli, mascherato da Pokemon. L’avanguardia del capitalismo giapponese, una tavola di sottocultura espansa, la risposta al dominio americano: la più congrua, perché formulata da ragazzini, alle accuse del vecchio MacArthur.

Tutta una mirabile giustificazione intellettuale. Se non fosse che Thomas aveva visto i giapponesi sopraffatti ancora una volta. Era bastato un tizio di Detroit con un passato decente (ex marine? ex navy-seal? ex bassifondi?). Questo ci vuole, un passato passabile. Entrando a Ueno, nella pace di una città dall’apparenza risolta, libera dalle frustrazioni, si sarebbe sorpreso a detestare entrambi, vincitori e vinti. Sul confine di Nishiasakusa sarebbe sceso, per proseguire a piedi fino a casa senza dare nell’occhio, ricapitolando la rotta del taxi: nervosa, piena di uncini, il profilo stilizzato di un cavalluccio marino che accostava – rettificandole – le curve del fiume. Tastò ancora il diario, questa volta facendo scorrere il palmo della mano lungo il cuoio della giacca, poi sentì quell’odore.

All’inizio non lo riconobbe, tanto che girò e rigirò il collo nello sforzo di captarne con più precisione l’origine. Riuscì a distinguere… sì, una fragranza. D’un tratto una nota dolciastra, ancora lontanissima. Non era che un annuncio, ma bastò a procurargli una lancinante contrazione del trigemino. La tempesta di merda. Un sogno furioso, di maestosa deterrenza. La tempesta di merda, addensata all’orizzonte. La senti, Thomas? Appartiene a una meteorologia del probabile, promana dalle costole dell’eventuale. Del viste-le-condizioni. In ogni caso appartiene al futuro. Il che vuol dire che presto sarà qui.

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