Tolkien e la destra: una storia italiana

Fin dagli anni Settanta è cominciato un processo di sistematica appopriazione dell’universo tolkieniano da parte dei movimenti e partiti di Destra; poiché in questi giorni si è riaperto il dibattito su questo autore e sul suo immaginario, pubblichiamo un estratto da L’anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere, testo da noi pubblicato qualche tempo fa. È una lunga argomentazione, ma avete tutto il weekend per leggerla.

Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai (nonché curatore delle opere di Julius Evola) spesso citato come autorità in materia di letteratura fantasy, ha accennato in più di un’occasione a un fenomeno che è, a ben vedere, tipicamente italiano: la relazione tra la letteratura fantasy e la destra, anche estrema. Ecco quello che dichiara in proposito in un’intervista relativamente recente:

«La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare.
Ed ecco perché i Campi Hobbit si chiamarono così, ed ecco perché la Nuova Destra pose molta attenzione prima a Tolkien e poi alla “fantasy” più in generale.
Il “significato” di questo interesse nella Destra, che si è estrinsecato da un lato in una produzione narrativa ed in un approfondimento critico di questa narrativa, ma anche in alcuni tentativi comunitari da un altro, è per me importantissimo, anche se a qualcuno potrà sembrare eccessivo ed esagerato; nei momenti più tragici degli “anni di piombo”, nei momenti più deprimenti degli “anni di latta”, nei momenti più scoraggianti degli “anni di fango”, il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo del piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni. Invece di disperdersi, invece di annullarsi, invece di chiudersi in se stessi, sono sopravvissuti alla mediocrità, al conformismo, alla massificazione, al politicamente corretto».

Si tratta di dichiarazioni emblematiche, anche solo da un punto di vista linguistico, in cui viene ben sintetizzata la vicenda tolkieniana nella sua duplicità di fenomeno politico e critico-letterario.

Gli anni Settanta

Prima ancora di riflettere sulla natura del legame letteratura fantasy-destra, è opportuno cercare di delineare la storia delle vicende che sono alla base di questo apparentamento. La penetrazione di elementi, simboli, persino espressioni tolkieniane nel linguaggio politico delle destre italiane comincia attraverso la musica. Il 6 dicembre 1976, al Teatro delle Muse a Roma, si esibisce, di fronte a un pubblico tanto folto da non entrare nella sala destinata al concerto, la Compagnia dell’Anello, un gruppo destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito neofascista di Giorgio Almirante e attivo ancora oggi (anche se con una formazione diversa rispetto agli anni Settanta), al punto che una sua canzone, «Il domani appartiene a noi», è considerata oggi come «l’inno di Azione Giovani». The Fellowship of the Ring, in italiano La Compagnia dell’Anello, è il titolo della prima parte del Signore degli Anelli: la citazione è dunque evidente. Il complesso – in un primo momento con il nome di Gruppo Padovano di Protesta Nazionale – circolava sin dall’autunno del 1974, quando aveva cominciato la sua attività concertistica nei locali del Fronte della Gioventù di Padova. Al di là del nome assunto, tuttavia, di tolkieniano la band ha ben poco. Soprattutto nella sua prima fase, la produzione musicale della Compagnia si riduce essenzialmente a una serie di stornelli o ballate folk per voce e chitarra di contenuto politico, scritte soprattutto per fornire ai militanti più giovani un corpus di canzoni con cui sostituire o integrare i «classici» del fascismo (come «Faccetta nera», per intenderci): tra le prime canzoni composte dal gruppo figurano hit dal titolo eloquente quali «La foiba di San Giuliano», «Storia di una SS» o «La ballata del nero» (destinate a decenni di ininterrotta fruizione underground negli ambienti di destra), per i quali sarebbe difficile trovare punti d’aggancio con elfi, hobbit o Terre di Mezzo di sorta. L’ispirazione tolkieniana si riduce, dunque, a poco più di un pretesto, a un simbolo alternativo a quelli ereditati direttamente dal fascismo, su cui far leva per attirare nuovo consenso.

Questo attivismo musicale muove i suoi primi passi in un momento in cui la lettura del Signore degli Anelli viene stimolata in tutti i modi. Riviste di estrema destra come «L’Italiano» o «Idea» dedicano al romanzo recensioni entusiastiche (si vedano ad esempio gli articoli scritti da due nomi illustri, come il già menzionato Gianfranco de Turris e il medievista Franco Cardini), che contribuiscono a fornire l’immagine di una Bibbia per camerati vecchi e nuovi. Marco Tarchi, voce estremamente influente tra i giovani missini dell’epoca (ancor più popolare nell’area, a suo tempo, di un politico destinato a una carriera ben altrimenti brillante, Gianfranco Fini), invita a immergersi nell’universo letterario del Signore degli Anelli sia su «Diorama letterario» che sulla «Voce della Fogna». I luoghi in cui si diffondeva la stampa militante di destra, come la libreria Europa di Roma, vendono centinaia e centinaia di copie del libro. Si sviluppa, insomma, una fitta rete di attività culturali accomunate da un richiamo almeno esteriore all’opera di Tolkien, funzionale a veicolare il messaggio ideologico e i valori politici del movimento anche al di fuori dell’ambiente cui normalmente si riferisce e rompere l’isolamento culturale in cui era rimasto per trent’anni. È proprio il successo delle iniziative intraprese sotto l’egida del professore di Oxford – non certo enorme in termini numerici assoluti, ma pur sempre significativo per un’area culturale minoritaria nel corso di tutto il periodo in questione – a contribuire a fare del Signore degli Anelli un serbatoio fondamentale cui attingere in cerca di iconografie o slogan accattivanti.
Un esempio per tutti: sempre nel 1976, il Movimento Sociale decide di fondare una rivista per rilanciare la propria concezione della donna e mostrare come essa sia ormai affrancata dagli stereotipi mussoliniani (madre integerrima e buona massaia che cura i suoi balilla, o, all’estremo opposto, donna-oggetto da bordello), e al tempo stesso non legata nemmeno alle idee femministe. Il titolo prescelto per la testata è «Eowyn», dal nome di un personaggio femminile minore del Signore degli Anelli (in originale, Éowyn), che secondo i redattori rappresenta il modello perfetto di un modo nuovo di vivere la femminilità. Per comprendere i meccanismi dell’operazione, vale la pena confrontare il personaggio di Tolkien con il modo in cui viene trasfigurato da destra.
Nel libro, Éowyn è una nipote un po’ sfortunata di Théoden, il re dei Rohirrim (un popolo che passa il suo tempo ad allevare cavalli enormi e semi-intelligenti e addestrarsi nella nobile arte del combattimento contro gli orchi: molto fieri, ma un po’ decaduti, come spesso accade nel Signore degli Anelli). Avendo perduto il padre da piccola, Éowyn vive, in un primo momento, rinchiusa nella reggia ad accudire lo zio – vecchio, quasi infermo e vittima dell’influenza perniciosa di un consigliere traditore, almeno prima dell’arrivo dei nostri eroi – e per di più si innamora senza essere ricambiata di Aragorn, uno dei personaggi principali del libro, che però è già promesso all’elfa Arwen. In seguito, a Éowyn toccherà di partecipare alla grande guerra contro il Male, imbracciare la spada, affrontare, nel corso di una battaglia campale, uno dei terribili Nazgûl (gli Spettri dell’Anello forieri di morte e devastazione), riportando così una ferita quasi mortale ma contribuendo alla sua distruzione in maniera determinante, e finalmente essere prescelta come sposa, dopo un corteggiamento fatto di silenzi e passeggiate nei boschi al tramonto, da Faramir, uno dei figli del Sovrintendente della Rocca di Gondor (il quale casualmente era stato curato proprio nella stanza accanto alla sua). Da un punto di vista squisitamente fisico, il look del personaggio nasce da una sorta di mix tra certe eroine dei poemi epici quattro-cinquecenteschi, in particolare Clorinda della Gerusalemme liberata di Tasso, e le algide bellezze preraffaellite del tardo Ottocento. Ecco come viene presentata dallo scrittore: «La trovò bella» – il soggetto è Aragorn –, «bella e fredda, come una mattina di pallida primavera, e non ancora maturata in donna»; e ancora, quando ormai la ragazza da “infermiera” del re matura sino ad assurgere al ruolo di donna-guerriero: «Éowyn si ergeva sola in cima alle scale, avanti alle porte della casa; teneva la spada dritta innanzi a sé, e le mani poggiate sull’elsa. Portava addosso la cotta di maglia e scintillava come argento al sole».
Sulla rilettura di destra la componente guerresca esercita un suo fascino: «Eowyn è una donna cui non pesa il ferro della spada, Eowyn è tutte noi, donne che combattiamo questa società», si legge nella prima pagina del numero 4 della rivista (giugno 1977). Ma la spada resta un proclama: attraverso il ricorso a iconografie e simboli tratti dalla fantasy tolkieniana e da una sorta di astorico medioevo in cui coesistono celti, druidi e cavalieri, si cerca piuttosto di trasmettere un’immagine della donna tranquillizzante, cosa tanto più significativa se si pensa alle forti tensioni innescate nella società dal movimento femminista. Copertine e illustrazioni ammiccano così a un tipo femminile che si concretizza in una galleria di donne di gusto vagamente liberty, con gli occhi fissi nel vuoto, i tratti del volto stereotipatamente affusolati e delicati e le lunghe chiome bionde scompigliate dal vento: fatine, elfe, donne in tuniche finto-vichingheggianti, persino pastorelle. Per caratterizzare la lontananza cronologica, abbonda ovviamente il ricorso a diademi e monili di gusto medievale (a volte viene dottamente riesumato persino il torques, il collare celtico) e in particolare a un oggetto destinato a diventare mezzo di agnizione fondamentale per ogni buon camerata, la croce celtica. Ma non mancano elementi attinti a tradizioni completamente diverse: nelle illustrazioni di «Eowyn» il medioevo celtico si unisce inaspettatamente a simboli ispirati a dottrine orientali, come il tao, preludendo così a una fusione di sistemi mitici e simbolici diversi, assai caratteristica della cultura della destra italiana e che, com’era inevitabile, ha finito con l’influire pesantemente sulle modalità di ricezione del Signore degli Anelli. L’esempio migliore è la donna-druido dipinta sulla copertina del numero 1 della nuova serie della rivista (datata 1980): ha lunghe trecce e lo sguardo assente; indossa una sorta di tunica bianca, con un vistoso torques al collo; con la mano destra regge un falchetto e con la sinistra due lunghe lance; alle sue spalle, una vegetazione lussureggiante, e in primo piano, in particolare, delle piante di vischio. Subito dietro, viene dipinto uno splendido tao con la dicitura «complementarietà, non uguaglianza». Molto più rare sono le donne in pantaloni e solo in un paio di occasioni si sceglie di raffigurare un’immagine di femminilità più aggressiva: sulla copertina di un fascicolo del 1979 campeggia un’illustrazione dei fratelli Hildebrandt in cui una Éowyn trasformata in valchiria bionda fronteggia il Nazgûl; ancor più sorprendente è una foto posta alla fine del numero di marzo-aprile 1978, in cui si può vedere una donna che spara con un kalashnikov e sotto la didascalia «miliziane falangiste in addestramento militare a nord di Beirut».
Questo melting pot di simboli mitologici e letterari viene impiegato per illustrare testi che trattano per lo più, in chiave ultra-conservatrice, problemi di costume (alcuni argomenti: parolacce e femminilità; crisi del pudore; ruolo della donna nella coppia; donne e droghe), sessualità (con frequenti moniti ad astenersi dalla contraccezione), lavoro femminile (per ribadire spesso che il fatto che le donne lavorino come gli uomini non necessariamente è un elemento di libertà), aborto (con attacchi continui alla legislazione in materia, allora appena varata). In alcuni casi il legame è particolarmente labile, ma ugualmente rivelatore. In un articolo dal titolo «L’educazione la pedagogia il gioco», firmato da Giuseppe Del Ninno, si offrono consigli pedagogici ai genitori e viene sostenuta l’importanza di un’educazione «neo-pagana», in cui il bambino sia abituato a riappropriarsi «della natura, della festa, della vittoria nel gioco e nello sport»; un’educazione, insomma, «ad una presenza eroica, per ritrovare il filo di un’identità di stirpe da troppo tempo smarrita». A illustrazione di questo concetto educativo vengono scelte tre immagini: un Sigfrido a colori pastello che uccide il drago Fafner; il primo piano di un’elsa di spada conficcata nel suolo su uno sfondo di draghi e demoni; infine una scena tolkieniana, e cioè l’arrivo della compagnia dell’anello a Lórien, il reame degli elfi (un’illustrazione degli Hildebrandt). Il Signore degli Anelli viene così esplicitamente equiparato a una saga nordica. In altre occasioni, i riferimenti a Tolkien restano sospesi nel vuoto: ad esempio, ogni tanto viene pubblicata una foto a tutta pagina con il volto dello scrittore e l’immancabile «radici profonde non gelano», quasi a suggerire un’affinità elettiva privilegiata o una comunanza d’intenti non meglio specificata.
Insomma: in una rivista come «Eowyn» l’universo narrativo tolkieniano è in primo luogo repertorio di simboli di comodo, utili per catturare l’attenzione del lettore. Nelle rare occasioni in cui l’attenzione si focalizza più propriamente sulle qualità letterarie dei romanzi e sul loro contenuto, viene privilegiata una lettura essenzialmente in chiave «eroica». Non a caso, in una sorta di introduzione all’universo del Signore degli Anelli apparsa sul numero 4 della rivista, l’amore dei militanti per Tolkien viene spiegato in questi termini: i suoi personaggi «ci ricordano il coraggio, la dignità, la fierezza e la forza d’animo di quanti, uomini e donne, combattono al nostro fianco…»
Tutto questo armamentario iconografico e simbolico confluisce nella più significativa manifestazione cui abbia dato vita la destra giovanile a partire dal secondo dopoguerra, e cioè i Campi Hobbit. È proprio a partire da questi eventi che il binomio Tolkien-destra comincerà ad apparire a molti inscindibile.
Il primo Campo Hobbit è un raduno giovanile che si è tenuto nel campo sportivo di Montesarchio, un piccolo paese in provincia di Benevento, tra l’11 e il 12 giugno 1977. I promotori della manifestazione sono un gruppo di dirigenti del Fronte della Gioventù di area rautiana, tra cui Generoso Simeone, Marco Tarchi, Nicola Cospito, che tra l’altro escogitò il nome con cui indicare l’iniziativa. Nei loro propositi doveva trattarsi di una sorta di risposta alla festa-assemblea-concertone organizzata da varie formazioni politiche a sinistra del PCI (tra cui figurano sigle estremiste di varia natura come Lotta Continua, IV Internazionale, Falce Martello, ma anche il Partito Radicale…) l’anno precedente nel Parco Lambro di Milano, nell’ambito della VI Festa del Proletariato Giovanile. La musica dei gruppi e dei cantautori di destra doveva essere il vero collante della manifestazione, ma erano previsti anche momenti di dibattito e approfondimenti politici: sarebbe dunque profondamente sbagliato considerare l’iniziativa, come pure si è fatto, alla stregua di un banale campo paramilitare. Marco Tarchi reclamizza così l’evento sulla «Voce della Fogna»:

«Che ne pensate di un “Parco Lambro” di segno opposto? Ovvero di una vera due-giorni musicale, alternativa, con tende e sacchi a pelo (le orge non ve le possiamo assicurare: ma le nostre lettrici ci potranno finalmente conoscere di persona …esperienza indimenticabile)? Bene: il miracolo sta per avvenire. Mobilitate parenti e amici/amiche. Tutti al CAMPO HOBBIT 1° (e leggete Tolkien, stolti!)… »

Mentre al Parco Lambro accorsero decine di migliaia di persone, la risposta di destra fu ben inferiore numericamente, dal momento che nella zona di Montesarchio confluirono tra le 1300 e le 1500 persone. Tra di essi, tuttavia, figurano molti nomi di spicco dell’attuale destra di governo, da Gianfranco Fini a Gennaro Malgieri (deputato e membro del direttivo nazionale di AN) a Pasquale Viespoli (sottosegretario al Lavoro, alla Salute e alle Politiche Sociali nell’attuale governo) a Marcello Veneziani (membro del Consiglio di Amministrazione della RAI, con un passato di fecondo pubblicista). Gli organizzatori poterono parlare a buon diritto di un grosso successo: con il «Campo Hobbit 1°» la destra non solo tenta di uscire dalla fascia di marginalità in cui era relegata, ma passa al contrattacco, a una sorta di vera e propria controffensiva culturale con cui cominciare a riscuotere nuovo seguito tra i giovani. E lo fa all’insegna del medioevo e di Tolkien.
Ancora una volta, tuttavia, «medioevo» e «Tolkien» sono una verniciatura superficiale, almeno negli intenti degli organizzatori. Ecco come il campo viene descritto da un cronista contemporaneo:

«Un palco ingombro di strumenti musicali e amplificatori, una tendopoli variopinta, bancarelle che vendevano manifesti, ciondoli, libri e magliette. Complessini urlanti e pubblico in delirio. Un’ottantina di ragazzi muscolosi formava il servizio d’ordine, una fascia, su cui era riprodotta la croce celtica, li distingueva. Il pubblico era abbastanza eterogeneo, predominavano naturalmente le sfumature alte, abbigliamento militare, fazzoletti neri ma circolavano anche capigliature moderatamente lunghe e barbe».

Il richiamo al medioevo avviene soprattutto a livello iconografico, e in particolare promuovendo in tutti i modi tra i partecipanti la diffusione del simbolo della croce celtica – apposta su adesivi, magliette, poster, persino monili d’argento – allo scopo di sostituire il simbolo del fascio littorio, ormai retaggio del passato (tra le altre cose, il 12 giugno, prima della chiusura del campo, i convenuti improvvisarono una sorta di enorme croce celtica umana). Va detto, en passant, che l’operazione è stata senza dubbio coronata dal successo, dal momento che la croce celtica è ormai divenuta il simbolo neofascista di gran lunga più diffuso: la cosa, tuttavia, non mancò di provocare polemiche con i gerarchi più anziani del MSI e con lo stesso Almirante, che emanò una circolare rivolta ai quadri del partito per frenare la diffusione del simbolo.
Quanto a Tolkien, nelle intenzioni degli organizzatori doveva trattarsi solo di un simbolo per richiamare l’attenzione del pubblico: «L’iniziativa in sé aveva un carattere politico, non aveva un carattere di seminario, di gruppo di studio o di ricerca», afferma Nicola Cospito. «L’approfondimento e l’analisi testuale o era un fatto individuale o è venuta dopo». L’esperienza dei Campi Hobbit, tuttavia, segna in qualche modo la storia della critica tolkieniana italiana. Molti dei più attivi studiosi di Tolkien in Italia, quali Paolo Paron, presidente della Società Tolkieniana Italiana, Adolfo Morganti (uno dei fondatori della casa editrice Il Cerchio), o il già menzionato Gianfranco de Turris, hanno partecipato all’esperienza dei Campi Hobbit traendo una diversa percezione: «Io credo che Tolkien», ha dichiarato Paron «permeasse interamente i nostri campi, in cui c’era sì della politica, perché ovviamente si faceva e si parlava anche di politica, ma c’erano tutti quei seminari, tutti quegli incontri, quei momenti in cui ci si trovava non solo davanti al fuoco, ma anche nelle varie stanze dove si faceva capannello, e lì si parlava del pensiero dell’autore, come si parlava anche delle fonti, dell’interpretazione se vogliamo evoliana, guenoniana o dumeziliana […] e andavamo a cercare in noi le motivazioni per cui […] ci piaceva quest’autore e non Umberto Eco o altre persone». È in seno ai Campi Hobbit, insomma, che quella lettura simbolica e allegorizzante del Signore degli Anelli, già tipica dell’Introduzione che Elémire Zolla scrisse per l’edizione italiana del libro, matura e si innesta su uno sfondo intellettuale permeato di rifiuto dello storicismo, di propensione al misticismo, di fascino per le dottrine esoteriche.
La scelta di Tolkien quale nume tutelare di un meeting di neofascisti in cerca di identità costringe inevitabilmente i promotori rautiani a giustificarsi in qualche modo di fronte agli occhi dei vecchi del partito e a elaborare una lettura del Signore degli Anelli che ne mettesse in evidenza le potenzialità politiche. Simeone spiega la scelta in questi termini:

«Ricorrendo ai personaggi creati dalla fantasia di Tolkien e alle sue favole che assai bene adombrano la realtà, abbiamo voluto dimostrare e confermare che sì, non siamo nati certamente oggi, che abbiamo radici profonde [ancora il riferimento alle radici che non gelano!], ma abbiamo voluto anche dire che questo mondo così com’è non ci piace né lo accettiamo. Ed allora guardando al futuro evochiamo dalle favole di Tolkien quelle immagini che arricchiscono la nostra fantasia e appagano la nostra sete di contenuti. Sì, siamo anche noi abitatori della “mitica terra di mezzo”; anche noi siamo in lotta con draghi, orchi ed altri personaggi malefici. Favole, illusioni? No, questa è la realtà…»

A essere enfatizzata è ancora una volta la componente eroica del romanzo, presentato quasi come una riedizione del ciclo bretone: secondo Cospito, per i lettori degli anni Settanta Il Signore degli Anelli «era un po’ come una ricerca del Graal in un’altra veste».
C’era, tuttavia, un’altra critica da cui difendersi: quella di connivenza con il nemico. I contestatori sinistrorsi che avevano dato vita al ’68 statunitense avevano fatto del Signore degli Anelli un testo di riferimento fondamentale, al punto da coniare, con operazione anche in questo caso del tutto arbitraria, lo slogan Frodo lives (con Frodo si fa riferimento, ovviamente, allo hobbit protagonista del romanzo, che si offre di portare l’Anello del Potere verso la sua distruzione finale). Persino l’editore – destrorso – Rusconi non aveva potuto fare a meno di apporre, sulla prima ristampa tascabile del 1977, una fascetta con la dicitura «la bibbia degli hippies». L’Italia era l’unico paese al mondo in cui si cercava di conciliare la destra – o si può meglio dire il neofascismo – con l’opera di uno scrittore che le bombe nazifasciste le aveva viste cadere sulla propria testa. Se si aggiunge a questo il fatto che molte parole d’ordine impiegate per propagandare il campo erano mutuate di peso dal linguaggio della contestazione di sinistra – e si tratta di slogan celebri come «fantasia al potere», preso in prestito dal maggio francese, oppure «io sono mio», ispirato al linguaggio del femminismo – si può facilmente immaginare il sospetto con cui alcuni guardavano all’operazione.
L’improbabile quadratura del cerchio viene tentata da Marco Tarchi, il quale propone, in un intervento scritto poco dopo la fine del Campo, una lettura singolarmente bi-partisan: Il Signore degli Anelli è per lui

«il breviario dei ribelli, dei disperati, degli emarginati, che in esso ritrovano una “altra dimensione” dell’esperienza intellettuale, capace di fondere l’elemento mitico e i richiami dell’attualità. Delusi dalle contraddizioni del progresso, giovani di destra e di sinistra, anarchici d’ogni segno, contestatori, vi trovano una profonda aspirazione ideale al cambiamento, alla costruzione di un mondo diverso…»

La lettura del romanzo viene cioè intesa come uno stimolo a cercare valori estranei alle logiche del consumismo, capace di congiungere idealmente contestatori radicali che partivano da presupposti completamente antitetici. Questo si verifica perché il mondo creato dallo scrittore «coinvolge ed investe, non perché è allegorico, ma bensì perché è applicabile: ovvero, riproponibile al lettore nella propria, personale ed irripetibile, condizione». Può essere interessante notare come la linea di Tarchi rappresenti una sorta di punto d’incontro tra concezioni destrorse di Tolkien diverse tra di loro, ma che continuano ancora oggi a incidere profondamente sulle letture date della sua opera: da un lato si offre al militante un modo di leggere Il Signore degli Anelli che non si ferma alla mera esaltazione degli ardori guerreschi, della componente eroica; dall’altro, si pongono le basi per un’utilizzazione in chiave simbolica del testo (la Terra di Mezzo come prefigurazione di un altro mondo possibile: pare di udire certi slogan odierni antiglobalizzazione…), che privilegi i temi politici, senza strabordare nella trasfigurazione mistico-religiosa.
Al raduno di Montesarchio seguiranno altri due appuntamenti analoghi. Il Campo Hobbit II si tiene dal 23 al 25 giugno 1978 in località Fonte Romana (vicino Sulmona), ed è descritto dai suoi partecipanti come una sorta di riedizione annacquata del raduno precedente, svolta sotto la tutela diretta della direzione nazionale del MSI e del tutto insoddisfacente (anche se coronata da un buon successo di pubblico). Il Campo Hobbit III, invece, tenutosi tra il 16 e il 20 luglio 1980, rappresenta il rilancio in grande stile del connubio tra fantastico e militanza, cui era stato affidato il restyling della comunicazione politica di destra. Dibattiti, concerti e quant’altro sono inseriti nell’ambito di una sorta di masque su grande scala – ma senza costumi – in cui i partecipanti sono chiamati a ripopolare un villaggio diroccato, privo di acqua e di luce, e vivere un’esperienza comunitaria scandita da regole e ritmi ben precisi, fingendo una sorta di regressione in un’epoca indefinita, precedente l’avvento della civiltà industriale. Il luogo scelto per l’esperimento è il paesino abbandonato di Castelcamponeschi, a pochi chilometri dall’Aquila, immerso ancora oggi in una vegetazione lussureggiante: l’impatto di un ambiente naturale incontaminato, l’apparente lontananza da ogni segno del progresso erano componenti fondamentali dell’effetto-fantasy su cui contavano gli organizzatori. L’uso della croce celtica viene ridotto al minimo indispensabile. Si punta maggiormente, invece, su un’iconografia medievaleggiante, in cui finzione letteraria e rievocazione dei secoli bui della storia europea vengono accomunati in un unico calderone simbolico: sul manifesto ufficiale del Campo vengono raffigurati dei nanetti che indossano elmo e armatura e hanno in mano una lancia, al di sotto dei bastioni merlati di un castello, sopra i quali campeggia la dicitura «Una festa a lungo attesa», che corrisponde, come ben sanno i lettori di Tolkien, al titolo del primo capitolo della prima parte del Signore degli Anelli; accanto alle bandiere di partito compaiono stemmi araldici (e non a caso, tra gli argomenti dei dibattiti, largo spazio viene dedicato alla «cultura regionale europea» e alla «connessione tra sviluppo urbanistico e tradizioni culturali»); persino il foglio ciclostilato su cui veniva stampato il «giornalino» interno della manifestazione viene trasfigurato in quest’ottica e battezzato, con ulteriore e sottile citazione tolkieniana, «Libro rosso dei confini occidentali», che è poi, nel Signore degli Anelli, un’opera storiografica fittizia (contenente in origine le memorie degli hobbit Bilbo e Frodo), in cui si immagina siano raccontati gli eventi alla base della storia del libro. Da un punto di vista musicale, i gruppi e i cantautori convenuti tendono a presentarsi sempre più come autori di musica fantasy o almeno celtica. Gli stilemi adottati sono in realtà ancora quelli folk della canzone politica italiana, con al più qualche concessione al rock. Sono semmai i testi a mostrare sempre più una patina fanta-medievale: la Compagnia dell’Anello presenta, accanto ai suoi classici e all’inno «Il domani appartiene a noi», canzoni come «Terra di Thule» o «Il costume del cervo bianco» che hanno alla loro base un pot-pourri di fantasy e storia.

Il Ritorno di Tolkien

Dopo l’esperienza di Castelcamponeschi, la tolkienizzazione del linguaggio politico della destra complessivamente si attenua per più di un decennio, in primo luogo perché il gruppo del Fronte della Gioventù che aveva promosso i Campi Hobbit originari si divide per motivi politici. Le riflessioni su Tolkien diventano dottrinarie, quasi esoteriche: nell’ambito della corrente della Nuova Destra, nata per impulso di Marco Tarchi, in cui si riunivano intellettuali missini con lo scopo di elaborare una nuova Weltanschauung conservatrice, trova un fertile terreno in cui svilupparsi la lettura in chiave simbolica del romanzo, con l’applicazione di categorie desunte da uno dei più influenti pensatori di destra, Julius Evola. Tuttavia, a un livello di semplici slogan, la permanenza di Tolkien è duratura: negli anni Ottanta la festa annuale del Fronte della Gioventù romano si chiamerà «Il raduno della Contea» (nel Signore degli Anelli la Contea è il paese degli hobbit); «Radici profonde non gelano» continua a essere motto di riferimento per gruppi di destra di varia estrazione; e non mancano anche dei Campi Hobbit su scala più ridotta, come quelli organizzati dai fratelli Tony e Andrea Augello (all’epoca esponenti di spicco del MSI).
Sarà solo dopo la trasformazione del MSI in Alleanza Nazionale che comincerà di nuovo una riutilizzazione sistematica di Tolkien, su scala ancor più larga che in passato (il nuovo partito può contare su un apparato e su fondi di gran lunga maggiori rispetto agli anni Settanta ed è oggi forza di governo), ma in forme ben diverse. AN e la sua organizzazione giovanile, Azione Giovani (AG), non organizzano più Campi Hobbit ufficiali, ma accostano il proprio simbolo a quelli tolkieniani con meticolosa sistematicità. Ci sono altri episodi significativi: qualche tempo fa a Roma un meeting con gli esponenti di AN nelle istituzioni è stato propagandato con un manifesto in cui campeggiava la scritta «L’anello del potere» (accostamento in verità poco felice, visto che si legava il nome di personaggi come il ministro Gasparri e altri rappresentanti istituzionali a un gingillo creato per portare devastazione e schiavitù nella Terra di Mezzo…). Ma l’iceberg ha proporzioni talmente vaste che una rassegna superficiale può solo farne intuire le dimensioni.
Cominciamo dal modo in cui fanno politica le realtà locali. Spesso i riferimenti a Tolkien possono prendere la forma di semplici citazioni. Il gruppo torinese di Azione Giovani affida a una citazione tolkieniana l’onore di aprire il proprio sito internet: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo», parole pronunciate dal mago Gandalf (il personaggio che più di tutti, come si vedrà, stimola la fantasia dei giovani di AN). Il circolo cittadino di Como si appoggia ancor di più al Signore degli Anelli: il sito curato dagli iscritti si apre con un’animazione in cui frasi inneggianti alla forza e alla tradizione («Amo solo ciò che difendo») scorrono sullo sfondo di un disegno che raffigura due enormi statue di guerrieri con il braccio sinistro romanamente proteso in avanti a protezione simbolica dell’accesso a un canyon misterioso. Si tratta – inutile dirlo – di una scena tolkieniana, e in particolare di una libera reinterpretazione di un’illustrazione degli Hildebrandt raffigurante l’arrivo della compagnia presso gli Argonath (due immense colonne scolpite in foggia di statua che segnavano l’inizio del territorio di Gondor). Appena si entra nel sito, accanto ad articoli sulla faziosità dei libri di testo e all’inno di Azione Giovani, si trova una foto appena deformata del faccino sorridente dell’attrice e teen-idol Liv Tyler sopra il quale campeggia la scritta invitante «C’è qualcuno che la pensa come te»; si è poi guidati verso uno speciale sul Signore degli Anelli ricchissimo di immagini, sfondi per desktop, testi di canti e canzoni, un dizionario mitologico della Terra di Mezzo… tutto quello che può fare la gioia del fan tolkieniano. Insomma: Tolkien e un sex-symbol cinematografico (Liv Tyler) fianco a fianco per invogliare a seguire la politica di AN.
La frequenza con cui il nome di Tolkien compare nelle iniziative di AN è impressionante, fa quasi girare la testa: a Imperia un circolo di AN ha organizzato conferenze sul tema «Tolkien e il Signore degli Anelli» nella centralissima piazza del Duomo, e nel manifesto dell’iniziativa, ancora una volta, domina il mago Gandalf con la spada in pugno, verso il quale si indirizzano gli sguardi sbigottiti di due piccoli hobbit; nell’aula Calasso della facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma si è svolto, per iniziativa di Azione Universitaria (divisione di Azione Giovani), un convegno dal titolo Tolkien e il movimento giovanile. L’elenco potrebbe allungarsi facilmente. Si ha l’impressione, in poche parole, che Tolkien e la fantasy siano ancora più che in passato pretesti per raggiungere un bacino tendenzialmente sordo alle tematiche politiche.
Ma ci sono forme di tolkienismo ancora più profonde e sintomatiche, perché ammantate di un superficiale alone culturale. Qualche esempio: a Cagliari il circolo universitario di Azione Giovani si autodefinisce Azione Studentesca Hobbit (e fin qui niente di originale, se non che ricompaiono, nel logo del circolo, gli stessi nanetti in armatura ideati per il manifesto dell’ormai lontano Campo Hobbit III). Nei suoi volantini utilizza esplicitamente iconografie che si richiamano a Tolkien: in uno di questi, scritto in occasione dell’apertura di una nuova sede, si può leggere l’invito «Entra nella compagnia» e, per rendere il messaggio ancor più chiaro, in un angolo è disegnato Gandalf che scruta l’orizzonte, con accanto due hobbit spauriti avvolti in pesanti mantelli. In un altro, ambiguamente razzista, si proclama che «Civiltà è difesa delle proprie radici», e dunque basta con l’invasione degli extracomunitari. A illustrazione di questo profondo concetto si sceglie il solito dipinto degli Hildebrandt, raffigurante in questo caso un po’ di personaggi tolkieniani (la compagnia originaria al completo) che sfilano sotto un grande albero. (Anche in questo caso, come con l’anello del potere, c’è da chiedersi se la scelta iconografica sia indovinata. La compagnia dell’anello di Tolkien è composta da persone appartenenti ad almeno quattro razze differenti: hobbit, nani, elfi e umani, anzi Numenoreani. Non si tratta di un’accozzaglia multietnica e multiculturale?) Ma c’è di più. Nella sezione cultura del sito si pretende di fornire un elenco, in progress, di personaggi che «hanno avuto in comune un’importanza particolare nella nascita e nella crescita della nostra comunità nazionale», e di spiegare, in una breve scheda biografica, il motivo della scelta. I redattori accomunano senza distinzione alcuna personaggi come: Italo Balbo, Julius Evola, immancabilmente Mussolini e, con logica non immediatamente perspicua, Carlo Magno e Tolkien. A chiarire le idee di chi dovesse restare un po’ perplesso nel notare l’inserimento dello scrittore inglese nella lista ci pensa il contenuto della scheda biografica: l’universo di Tolkien «affondava le sue radici nei miti ancestrali dell’Europa che gli serviranno per idearne e proporne di nuovi adatti al XX secolo», e i suoi personaggi letterari «sono spesso diventati moderni eroi, esempi cui ispirarsi»: ovvio, no?
Spostiamoci in Calabria. Il sito internet di Azione Giovani di Crotone dedica a Tolkien le sezioni cultura e goliardia, e nello spazio biblioteca, in cui sono implicitamente suggeriti i testi che ogni buon militante deve possedere, al primo posto figura Il Signore degli Anelli, seguito dallo Hobbit e quindi dalla biografia di José Antonio Primo de Rivera scritta da Giorgio Almirante; seguono, a diverse posizioni di distanza, alcuni scritti di Evola, di Codreanu, di Mishima e qualche monografia dedicata alla storia delle SS e dei movimenti neofascisti italiani. Peraltro, la biblioteca del circolo crotoniate è perfettamente in linea con quanto emerge anche da altre fonti: a nord, il periodico «Barbarossaonline» – giornale telematico destinato in primo luogo ai militanti «della Destra dell’Altomilanese, dell’asse del Sempione ma con un occhio di riguardo alla città della vittoria di Alberto da Giussano», e che proclama di non dipendere da nessun partito «anche se vi scrivono uomini e donne di Alleanza Nazionale» – indica il canone degli scritti di riferimento del perfetto militante di destra, in un articolo a firma Massimiliano Mingoia dal titolo sintomatico: «Bibliodestra, ecco i ‘magnifici dieci’. Da Evola a Tolkien: viaggio tra i libri più letti dai militanti di AN e AG». «I libri nella biblioteca dei “camerati”», scrive soddisfatto l’autore dell’articolo,«rimangono più o meno sempre gli stessi». E sono naturalmente Il Signore degli Anelli («il libro dei libri, il libro che più di tutti spiega cosa vuol dire essere di destra», e poi ancora il corpus degli scritti di Evola («il Barone Nero»), i libri di Pierre Drieu La Rochelle e di Céline (e qui il giornalista ha un brivido di piacere nel rivelare «una curiosità: i racconti di Céline sono tra i preferiti anche del “compagno” Bertinotti»), e poi quelli di Mishima, di Jünger e così via.
Documenti come questo mostrano bene come sia in atto ancora una volta un’operazione di ricollocazione forzata di Tolkien all’interno di un comodo canone di scrittori e pensatori non solo intrinsecamente di destra, ma validi per un’educazione sentimentale del futuro militante: un militante, però, che stavolta deve essere ricondotto nelle maglie di un partito di governo e non di una formazione semi-underground di contestazione dell’establishment. È a Roma che spetta il primato degli sforzi in questa direzione. Presso il Circolo della Garbatella di Azione Giovani si organizzavano, almeno fino a tutto il 1999, corsi di formazione per militanti, in cui venivano svolti argomenti come Fascismo: valore e limiti; Jünger: il testimone del secolo (e fin qui niente di strano) e quindi Tolkien: la fantasy tra simbolo ed allegoria, scelta, quest’ultima, che potrebbe lasciare un osservatore superficiale un po’ sconcertato, perché comprendere per qual motivo un partito politico ritenga opportuno che i suoi militanti siano formati a una lettura in chiave simbolica o allegorica dei romanzi di Tolkien non è immediato, se si prescinde dal contesto che abbiamo descritto.
Tutto questo trova una giustificazione ufficiale nelle dichiarazioni di una giovane nazionalalleata, Giorgia Meloni (proveniente, tra l’altro, proprio dalle fila del circolo della Garbatella), già consigliere provinciale nonché responsabile del partito per le politiche dell’istruzione: in un’intervista rilasciata all’edizione on-line della rivista «Ideazione» del 3 luglio 2002,46 per illustrare quale sia «la specificità dell’approccio esistenziale e culturale, ancor prima che politico, dei giovani di destra» ha dichiarato senza indugio alcuno che «la nostra Bibbia è il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien: ci piace sentirci portatori dei valori della spiritualità e trasmettere pulsioni, sentimenti, idee…»
Visto che le cose stanno così, niente di strano, allora, che in occasione dell’uscita dei due film di Peter Jackson tratti dal Signore degli Anelli si siano scomodati molti big del centrodestra: alla proiezione dell’anteprima della Compagnia dell’Anello erano presenti, tra gli altri, tre ministri della Repubblica (Gasparri, Alemanno e il guardasigilli Castelli) e numerosi vip vicini al centrodestra, quasi si trattasse di una prima all’Opera. Anche in occasione della proiezione delle Due Torri sono intervenuti diversi ministri.
C’è da chiedersi se e in che misura il romanzo giustifichi un interesse di questo tipo, e quali siano le fondamenta testuali di questa vera e propria mania. Da un esame dei documenti finora citati, emerge una lettura estremamente superficiale del testo, che ne privilegia sguaiatamente gli aspetti più pacchiani, appiattendone e banalizzandone i contenuti. Anche nell’iconografia dei manifesti i personaggi tolkieniani perdono ogni loro fisionomia per trasformarsi in qualcosa di completamente diverso dai modelli originari. Non a caso, lo schema più frequentemente incontrato prevede un paio di hobbit che seguono obbedienti il mago Gandalf, alto e terribile, quasi a voler veicolare un messaggio di questo tipo: i deboli devono appoggiarsi, se possono, a un duce autorevole e saggio. Qualcosa di completamente estraneo all’orizzonte del libro.
La trasformazione del romanzo in epica o saga eroica è un processo che comincia con gli anni Settanta, senza dubbio, ma se non altro è accompagnato, nella prima fase, da un dibattito intellettuale capace di evidenziare sfumature, cogliere nessi problematici. Il maquillage nazionalalleato punta ora soprattutto sul gadget e sul merchandising.

Commenti
3 Commenti a “Tolkien e la destra: una storia italiana”
  1. Marco Crestani scrive:

    Molto illuminante. Grazie di aver pubblicato questa preview.

  2. Almotasim scrive:

    Ho letto Il Signore degli anelli da adolescente, e l’ho riletto da adulto, con immutato godimento. Con altrettanto godimento mi son beato gli occhi della fenomenale trasposizione cinematografica di Peter Jackson. Pur essendo personcina colta cui intelligenza non difetta, faccio enorme fatica a capire come un tale libro possa prestarsi alle farneticazioni destrorse, al punto da diventare lettura obbligata ai fini di una formazione politica. Potrei capire che nella biblioteca dell’intellettuale di destra (se mi passate l’ossimoro) troneggi Spengler, se persino me la sua piana, classica prosa, può avvincere, seppur non convincere; ma che Tolkien venga letto come la bibbia negli ambienti di destra lascia perplessi. Viene da pensare che la ragione della fortunata ricezione di Tolkien stia nel fatto che, quale contraltare delle nutrite letture mancine, il suo capolavoro, pur ponderoso quanto Il Capitale, sia assai più scorrevole, e quindi certamente consigliato a quanti, leggendo, muovono ancora le labbra.

  3. Silmarillon scrive:

    Ho fatto le superiori negli anni 70 e l’università i primi anni 80. Le scuole erano in mano a farneticanti squadristi rossi che picchiavano tutti i sospettati di essere di destra ed capiato anche a me di esserlo (ho ancora la denucia ed i verbali della questura) in quattro mi attesero e la colpa fu proprio che avevo portato in classe il signore degli anelli che nei farneticanti cercelli ottenebrati dei sinistrati era letteratura chiaramente si stampo nazista.

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