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Tommaso Besozzi e il giornalismo che non c’è più

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

In un’epoca in cui i giornali sono in crisi e, per molti di essi, si affaccia lo spettro della chiusura, non è forse inutile volgere lo sguardo ai grandi esempi del passato, in particolare a quel giornalismo che negli anni quaranta e cinquanta, sui settimanali ancora di più che sui quotidiani, seppe raccontare un paese che usciva dalla dittatura e dalla guerra, innovando le sue forme e anticipando per certi versi lo stesso boom economico. Nel recentissimo meridiano Scrittori italiani di viaggio, a cura di Luca Clerici, sono raccolti molti di questi esempi e degli autori che hanno dato loro vita. Uno in particolare, tra gli autori antologizzati, merita di essere ricordato: Tommaso Besozzi, firma dell’“Europeo” fuori dagli schemi, scomparso esattamente cinquant’anni fa, nel 1964, e oggi pressoché dimenticato.

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Quando Salvatore Giuliano fu assassinato il 5 luglio del 1950, la prima versione fornita nelle ore successive dai carabinieri, e subito accreditata dallo stesso ministro dell’interno Mario Scelba, sosteneva che il famigerato bandito di Montelepre fosse rimasto ucciso al termine di un conflitto a fuoco con gli uomini del reparto speciale per la repressione del banditismo tra le stradine di Castelvetrano. Ma la verità era un’altra: Giuliano fu ammazzato nel sonno dal cugino ed ex luogotenente Gaspare Pisciotta che aveva già “trattato” la sua eliminazione, dopo che la stessa mafia aveva voltato le spalle a quello strano intreccio di criminalità, banditismo, anticomunismo, separatismo isolano. È uno delle prime  pagine nere della Repubblica, strettamente intrecciata a quello che viene a ragione indicato come il primo grano del lungo rosario delle Stragi di Stato: la mattanza di Portella della Ginestra, quando il primo maggio del 1947, undici braccianti vennero falcidiati dai colpi sparati dallo stesso Giuliano e dai suoi uomini.

A svelare come erano andate realmente le cose fu Tommaso Besozzi sulla prima pagina del settimanale “L’Europeo”, in quello che rimane uno dei grandi reportage della nostra tradizione giornalistica.

Besozzi, che conosceva bene l’isola e il fenomeno del banditismo, si immerse per giorni nei paesi della Sicilia occidentale, tra le provincie di Trapani e Palermo. Visitò i posti dell’agguato, ascoltò gli abitanti di Castelvetrano che, tra mille reticenze, iniziavano a far emergere qualcosa. Parlò a lungo con coloro i quali erano accorsi per primi sul luogo dell’agguato, confrontò le foto scattate sul cadavere con la versione ufficiale. E la smontò pezzo per pezzo in un lungo articolo uscito il 16 luglio del 1950 con il titolo Di sicuro c’è solo che è morto.

Senza fare il nome di Pisciotta (verrà fatto sul numero successivo dell’“Europeo” in un  articolo di Nicola Adelfi), Besozzi scrisse subito come erano andate le cose. Le ricostruì al dettaglio, in un meticoloso lavoro di contro-inchiesta: “chiunque sia stato il traditore, entrò nella camera dove era nascosto Salvatore Giuliano, ma gli mancò il coraggio di svegliarlo e di condurlo fuori. Preferì sparargli a bruciapelo nel sonno. Poi, si sa: a nessuno poteva far piacere che si venisse a conoscere un così brutto episodio. Forse anche colui che ospitava il brigante era a parte del primitivo progetto, aveva aderito a facilitare la cattura e non si poteva ripagarlo lasciandogli in casa il cadavere (quel cadavere) fino al momento in cui sarebbero venuti il giudice, i fotografi, i becchini. Allora lo portarono nel cortile di via Mannone. Spararono. Il capitano andò a bussare alla porta e gridò che gli portassero acqua per un ferito, perché tutti sentissero che Giuliano non era morto ancora.”

Besozzi ricompone la messinscena, lasciando intendere di sapere molto di più. E tuttavia già quel che scrive produce un terremoto che investe carabinieri e governo. È  impossibile smentire l’articolo nei suoi dati essenziali: i colpi sono stati sparati a bruciapelo su un uomo in canottiera, inerme, che non ha fatto niente per difendersi.

In Besozzi, però, in questo come in altri articoli, non c’è per contrasto nessuna edulcorazione del bandito. Non cede mai alla mitologia dell’eversione antistatale che tanto aveva affascinato altri giornalisti (per la verità americani o nord-europei, più che italiani) e legge fin da subito la sua fine come il prodotto di una trasformazione dei rapporti di forza tra mafia, politica, banditismo: Giuliano era ormai divenuto “anacronistico” per la mafia che voleva farsi istituzione.

Il reportage Di sicuro c’è solo che è morto costituisce il momento di massima notorietà per un giornalista in fondo molto schivo, riservato, taciturno come Tommaso Besozzi. Oggi pressoché dimenticato, se non nelle antologie che includono quel pezzo, fu tuttavia una delle principali firme di quel nuovo giornalismo esploso nel dopoguerra, che ebbe il suo fulcro in settimanali come “L’Europeo” di Arrigo Benedetti e “il Mondo” di Mario Pannunzio, entrambi promossi da Gianni Mazzocchi. Era un giornalismo che mescolava modelli anglosassoni e lavoro sul campo, scrittura letteraria priva di fronzoli e gusto del racconto, intarsio dei personaggi e cronaca dei costumi. Un giornalismo che seppe raccontare il paese al paese, mescolando testi e foto, quando ancora la tv non c’era e quando ancora i quotidiani erano fatti di poche pagine e venivano chiusi in fretta e furia.

Su “L’Europeo” di quel decennio d’oro, tra il 1945 e il ’54, scrissero oltre a Besozzi, Emilio Radius, Camilla Cederna, il già citato Adelfi, e poi i più giovani Manlio Cancogni e Giancarlo Fusco. Un gruppo irrequieto, anticonformista, attento a quello che allora veniva definito “impressionismo”, e che rivoluzionò il modo di scrivere al di qua delle Alpi, prima delle grandi stagioni del “Giorno” o dell’“Espresso”.

Besozzi fu il grande outsider di quel decennio. Per Oreste del Buono e Bernardo Valli fu un maestro. In una intervista con Enrico Emanuelli, Hemingway lo definì addirittura l’unico Hemingway italiano. Ed hemingwaiana è stata la sua vita, oltre che la sua scrittura, vorticosamente attratta verso la progressiva dissipazione di sé. Se Tommaso Besozzi oggi è pressoché dimenticato (a parte un bella biografia scritta da Enrico Mannucci una ventina di anni fa: I giornali non sono scarpe, Baldini&Castoldi), è anche perché egli stesso, per primo, ha fatto di tutto per scivolare fuori da un mondo della stampa che non riconosceva più. Nella seconda metà degli anni cinquanta, dopo aver lasciato “L’Europeo” nel frattempo passato a Rizzoli, scrisse sempre meno articoli. Le nuove collaborazioni, prima con “il Corriere d’Informazione” poi con “il Giorno”, si esaurirono presto. Fu colpito da una grave forma di depressione, ormai convinto che di non saper più scrivere e di essere incapace di andare al di là di poche righe. Il 18 novembre del 1964 si uccise nella sua casa a Roma, una palazzina alle spalle di via Dandolo, con un cannone rudimentale che aveva costruito con le sue stesse mani. Erano giorni, settimane, che non vedeva più nessuno.

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A Besozzi non è mai interessata la Storia, con la s maiuscola. Provava una sorta di fastidio per gli Eventi, i Personaggi, i Sistemi. Preferiva lavorare sui margini, sulle storie minute, sugli sconfitti. Dopo aver lavorato al “Corriere della sera” negli anni trenta, e in seguito per giornali di secondo piano negli anni della dissoluzione del fascismo, Besozzi esordì sulle pagine dell’“Europeo” in una Milano appena liberata. Tra i suoi primi pezzi vi è un racconto autobiografico, che è un po’ lo specchio della sua scrittura e del suo stare a mondo: L’asino di Nimis. Il protagonista (alter ego dello stesso giornalista) attraversa nella seconda metà dell’aprile ’45 il Nord Italia in macerie, a dorso di un asino da consegnare a un amico. Parte dal Friuli insieme alla bestia per arrivare alle porte di Milano: un lungo viaggio in cui la Storia (come in un celebre saggio di Nicola Chiaromonte su Fabrizio Del Dongo) scorre via incomprensibile. A valle sembra fatta di detriti e frammenti dalla cui massa informe è impossibile ristabilire un discorso unitario. Più che una visione apolitica, quella di Besozzi appare radicalmente impolitica, venata da una sorta di anarchismo.

Le decine di pezzi che scrive in quelli anni per il settimanale ricostruiscono storie a lato. Minatori, emigrati, marinai, preti di periferia, ciclisti, sfollati dell’Istria, gente della foce del Po, carcerati che si ribellano a San Vittore, abitanti di Africo, in Calabria, che non hanno mai visto un auto né un carro. C’è perfino un ritratto, quasi simenoniano, di uno degli ultimi boia parigini, odiato e disprezzato da tutti. In Francia, tra l’altro, Besozzi era già noto prima del  celebre reportage sulla fine di Giuliano, perché un’altra sua contro-inchiesta aveva scagionato Gino Corni, un emigrato condannato a vent’anni di lavori forzati per un omicidio che non aveva commesso, e ribattezzato – proprio dopo l’inchiesta di Besozzi – “il mancino innocente”.

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Forse i reportage più belli di Tommaso Besozzi sono quelli scritti dall’Africa, in seguito  raccolti nel volume Il sogno del settimo viaggio, pubblicato da Fazi nel 1999.

Come recita il titolo del primo pezzo, inserito anche nel meridiano Scrittori italiani di viaggio, Besozzi era attratto innanzitutto dalle mille peripezie de I disperati dell’Africa orientale. Cioè, dice il sottotitolo, da “Come vivono i camionisti italiani tra gli avanzi dell’impero sulle strade tra Addis Abeba e Gondar”.

Sono gli “insabbiati”, gli ultimi rappresentanti di un mondo coloniale in putrefazione. Coloro i quali, dopo la fine della guerra, si sono arenati in Africa, non volendo o non potendo fare ritorno in Italia. L’assurdità della loro vita è racchiusa da Besozzi in poche righe: “Nel 1940 gli autocarri veloci che trasportavano la frutta impiegavano trentasei ore a compiere il tragitto Asmara-Addis Abeba, che è di 1075 chilometri. Oggi, se tutto va bene, un autotreno impiega un mese tra l’andata e il ritorno. Ma quel ‘tutto va bene’ è un po’ come il dodici alla Sisal.”

Il viaggio in realtà dura molti mesi in più. Non ci sono più strade che siano tali, non c’è più asfalto, i ponti sono crollati, le pietre spuntano aguzze metro dopo metro. Attraversare l’Africa orientale vuol dire viaggiare a 3-4 chilometri all’ora, quando non si è costretti a fermarsi per giorni interi.

Il tempo non conta più, è una variabile impazzita. Eppure sono ancora diverse centinaia i camionisti “insabbiati”, legati ai loro camion (la loro unica fonte di sostentamento, arenatasi con loro nei dintorni di Asmara). I reportage di Besozzi diventeranno un modello per quei pochissimi giornalisti e scrittori che proveranno a narrare il nostro post-colonialismo. Nelle sue pagine non c’è né il trionfalismo del passato, né l’esotismo o l’orientalismo di tante scritture di viaggio. L’Africa in fondo non gli interessa se non come immenso scenario tragico. I protagonisti che escono dalla sua penna sono questi antieroi melanconici, ultimi epigoni di un’Italia scomparsa, che non hanno più alcun rapporto con la nuova Italia.

Forse gli autisti asmarini, insabbiati ai margini in un mondo che non riconoscono più, sono la metafora di qualcosa di molto più ampio. Senza dubbio, Besozzi vedeva in loro molte affinità. Ormai si sentiva sempre più inattuale, aveva capito che – con l’avanzata della tv e la proliferazione delle agenzie – il mestiere del “giornalista impressionista” sarebbe mutato. Soprattutto, come nota Mannucci nella sua biografia, Besozzi aveva intuito (proprio a partire dal celebre caso di Wilma Montesi) la nuova voglia di protagonismo delle “fonti” che si accalcano intorno ai fatti di cronaca. Un mondo stava cambiando, l’Italia stava cambiando, e non si sentiva più a suo agio.

Sono passati cinquant’anni dal suo suicidio. Quel giornalismo, anticamera del giornalismo attuale, è stato sommerso sotto una montagna di trasformazioni tecniche e meno tecniche. Quegli stessi settimanali degli anni cinquanta appaiono reperti archeologici (e forse iniziavano a essere tali già negli anni del boom). Eppure, per chiunque oggi voglia accostarsi al reportage narrativo, quell’ossimoro che altri in seguito avrebbero definito new journalism, Tommaso Besozzi continua a essere un riferimento imprescindibile.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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4 Commenti a “Tommaso Besozzi e il giornalismo che non c’è più”
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  1. […] Non è un nome da grande pubblico ma il suo giornalismo oggi farebbe molto comodo. Lo raccontano qui. […]

  2. […] certo c’è solo che è morto. Quel che il giornalista Tommaso Besozzi scrisse a proposito della fine del bandito Giuliano, sbugiardando la versione ufficiale, si può […]

  3. […] Tommaso Besozzi (1903-1964) Nel 1950 diventa noto (ma oggi è stato completamente dimenticato) con un’inchiesta sulla vicenda dell’uccisione del bandito Giuliano dal titolo “Di sicuro c’è solo che è morto”, nella quale smentisce la versione ufficiale del fatto. […]



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