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Tommaso Pincio ha vinto il Premio Sinbad: un estratto da “Panorama”

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Panorama di Tommaso Pincio (NN Editore) ha vinto la prima edizione del Premio internazionale degli editori indipendenti Sinbad – Città di Bari nella sezione narrativa italiana. Ne pubblichiamo un estratto, ringraziando l’autore e l’editore. (Immagine: particolare dell’illustrazione di copertina di Tommaso Pincio)

di Tommaso Pincio

Mai, la parola chiave è mai. Il resto può discutersi, ma quanto al punto nodale, al nocciolo, un fatto è pacifico: in quei quattro anni Ottavio Tondi non ha mai incontrato Ligeia Tissot. Mai, neppure una volta. L’ha vista in foto, questo sì, in molte foto. L’ha vista ritratta in immagini del passato, del tempo in cui lei era ancora adolescente e sgraziata, e in foto più recenti, scattate in quei quattro anni o poco prima, foto che lei, almeno nei primi tempi, gli spediva in continuazione e nelle quali appariva già donna e padrona della sua bellezza; foto in cui poggiava sui palmi il viso imbronciato o sedeva sull’erba di un parco, illuminata dal sole, o se ne stava in piedi e infreddolita, di notte, a fumare in strada, avvolta in uno scialle che pareva una coperta militare; foto in cui era sempre spietatamente giovane e sempre elegante, sempre con quella sua luce nello sguardo, una luce irruenta e folle, da assassina.

Le tante immagini che Ligeia gli ha spedito in quei quattro anni di scambi epistolari sono tuttavia nulla al confronto del numero di ore trascorse da Tondi a osservarle; un numero enorme, insano. A forza di guardarle, non soltanto perse la cognizione del tempo, le trasformò. A un tratto, sotto i suoi occhi, quelle foto smisero di essere semplici foto per diventare ricordi, foto interiori, scatti della sua mente, di una memoria immaginaria nella quale la persona di Ligeia era ricomposta in ogni dettaglio, inclusi quelli che non poteva conoscere, l’odore della pelle, dei capelli, il calore dell’alito.

Ma anche questo spreco di tempo è niente se paragonato all’abisso di accidia, alla scriteriata infinità di ore che Ottavio Tondi dissipò guardando il letto sempre sfatto di Ligeia Tissot; ammesso e non concesso che “guardare”sia il verbo appropriato e che il letto fosse davvero quello in cui dormiva Ligeia Tissot. I suoi occhi vivevano per quel giaciglio in disordine. Lo fissavano, lo contemplavano, lo studiavano, lo sorvegliavano. Ci fosse un verbo che raduni queste quattro azioni sotto il senso di un’estenuante attesa, quel verbo renderebbe un’idea di cosa volesse dire, per Tondi, guardare. Aspettava lei, ovviamente; aspettava di vedere Ligeia Tissot infilarsi sotto quelle lenzuola e scompigliarsi i capelli sopra quei cuscini. Ma non è mai successo.

Non gli è mai capitato di vederla. Né lei né nessun altro. In compenso ha visto una gran quantità di oggetti, le cose con le quali lei si era coricata e che lasciava lì dopo essersi alzata, cose di ogni sorta e sempre diverse, prove incontestabili che qualcuno occupava quel letto, anche se a lui non è mai riuscito di vedervi altro che oggetti inanimati. A detta di Ligeia, l’entropia del letto non era senza ragione. È per gli acari, gli scrisse il 4 gennaio del secondo anno di corrispondenza. Hanno bisogno di umidità, ricavano l’acqua dall’aria, gli spiegò.

Un letto rifatto appena dopo il risveglio è il loro ambiente ideale. Lasciandolo in disordine, cuscini e lenzuola perdono l’umidità accumulata nella  notte, gli acari si disidratano e muoiono. I contatti di Ottavio Tondi con Ligeia Tissot non andarono oltre la corrispondenza digitale, i messaggi più o meno lunghi scambiati su Panorama, in quei quattro anni, acari a parte. Fu una corrispondenza a tal punto intensa e ricca di reciproche rivelazioni che l’aggettivo “intimo” riferito al loro rapporto non suona fuori luogo, malgrado nei toni che entrambi usavano non si scorgono mai, se non per brevi periodi e in maniera comunque ambigua, gli accenti di una vera intimità.

D’altra parte, considerate le tante cose che lei gli diceva di sé e le tante foto che lei gli spediva assieme ai messaggi e la miriade di oggetti che lei lasciava sul letto sfatto e che lui inventariava con metodo ossessivo, Tondi riteneva di conoscere quella ragazza meglio di chiunque altro o comunque abbastanza bene da indurlo a dare per verosimile questa sua fantasia: che sarebbe bastato un nonnulla, un incontro o poco più, perché il loro rapporto virtuale sfociasse in ciò che biblicamente si intende con intimità. Tondi restò a lungo persuaso che questo nonnulla fosse una possibilità nell’ordine delle cose, uno sviluppo pressoché inevitabile della loro corrispondenza, una logica conclusione che solo il caso, anzi no, lui stesso aveva impedito.

Da dove traesse un simile convincimento è un mistero. Nella realtà, Tondi non impedì alcunché. A parte un paio di battute e un vago accenno a una sua venuta a Roma, Ligeia non gli propose mai di incontrarsi né manifestò concretamente un simile desiderio. Lui non fu da meno. Non propose nulla, non manifestò niente. Il solo effettivo ostacolo che si frappose all’eventualità di un appuntamento fu la totale mancanza di iniziativa, peraltro espressione tipica dell’inazione propria di tutti quegli individui marginali che, come lui, amavano leggere, ma che in lui acquistava un risalto emblematico, essendo lui non un lettore qualunque, ma l’epitome, l’incarnazione di una passione già rara in passato e oggi del tutto scomparsa.

Se di molte persone, al semplice guardarle in faccia, si può dire che finiranno male, qualcosa di non molto diverso era possibile dedurre dallo speciale talento di Tondi nel non incidere sulle cose, per restare assente, inerte in ogni circostanza, a meno che non ci fosse in ballo la lettura di un libro. Da una persona così era folle aspettarsi sviluppi diversi da una deriva irrefrenata degli eventi.

© NN Editore – 2015

 

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