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“Topeka school”, il nuovo romanzo di Ben Lerner

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

È un romanzo a chiave: in America, il paese degli avvocati, le scuole partecipano ai campionati di retorica. Non è la retorica di Cicerone, del ragionare e costruire un mondo, quella nel libro non compare; invece “un ragazzino con indosso un completo della misura sbagliata era in grado di parlare della crisi in Kashmir come se ne avesse un’idea precisa[,] la raffinatezza formale poteva compensare la scarsità della sostanza”. Nel 1997, Adam, maturando, cresce tra queste gare, l’affine gangsta rap, e la comunità di psichiatri di provincia cui appartengono i genitori, due ex newyorkesi sofisticati. Un giorno diventerà un poeta sensibile e impegnato, come Lerner, ora è un ragazzino con la parlantina che deve confrontarsi con temi oratori come: «La caduta del Muro di Berlino segna il trionfo globale della democrazia liberale?»

Topeka School  (uscito in Italia per Sellerio) fa girare una saga famigliare intorno a quell’anno senza eventi. Oscilliamo tra l’umanesimo steroideo della scuola, dei maschi selvaggi, e l’interessante vita professionale dei genitori, che si occupano di disagio giovanile e ruolo della donna nel patriarcato. Ogni tema è affrontato con esaustiva profondità in lunghi, fluidi capitoli che hanno l’unico difetto di far sentire troppo la chiave: la retorica, e quindi il linguaggio, il gioco di potere, l’analisi, la lingua come simbolo soverchiante: “Come interagire con Amber in un modo che rendesse evidente la sua differenza in positivo rispetto agli altri tipi, in quanto poeta, protofemminista e futuro iscritto all’Ivy League, senza però annullare nel contempo la propria virilità? Con il cunnilingus: l’arte della linguistica…”.

Come si vede, al centro c’è la formazione di Adam, che è l’adolescenza di Lerner raccontata in terza persona con uno stimolante senno di poi: “Uno di loro, quando la storia riprenderà il suo cammino, diventerà uno dei principali architetti del governatorato più a destra che il Kansas abbia mai conosciuto, operando tagli radicali ai servizi sociali e all’istruzione…”. Siccome il romanzo è scritto per un pubblico che legge non fiction, pubblico che Lerner ha conquistato con l’ibrido Nel mondo a venire, anche questo romanzo profuma di non fiction: si consegna come documento della Storia che porta a Trump, e Martina Testa, oltre a tradurre bene lo arricchisce di note che ci rinfrescano la memoria sui fatti di politica e costume con cui Lerner ritrae il suo paese infantile e rissoso (“l’America è un’adolescenza senza fine”), trumpiano ante-litteram.

Questa chiave – il presente è fatto di quella retorica frattanto esplosa nel populismo reazionario – si stabilisce in via definitiva con l’ultimo capitolo, una coda ambientata oggi che non “spoilera” niente anzi starebbe bene anche come introduzione. È un dittico di scene, una sull’attivismo politico e una su quello privato. Adam-Ben, in veste di padre, affronta la retorica della polizia e quella di un altro padre che al parco giochi non interviene a limitare i comportamenti del figlio, un irritante bulletto che monopolizza lo scivolo. Con finezza, Lerner illustra come tutta la retorica di cui si è detto nel corso del libro, quella tendenza ad asfaltare, si giochi poi nel pubblico e nel privato, e dobbiamo usarla anche noi, a fin di bene.

Questa coda “spiega” a cosa è servito raccontare il 1997. Topeka School ci chiede una lettura complice e usa un apparato romanzesco, tra virgolette postmoderne, per tenere il timone della nostra lettura quasi fossimo a un’orazione pubblica.

Questo atto di forza e di retorica risulta insieme affascinante e immorale, ma merita, perché Lerner, che nel libro precedente aveva giocato con verità e finzione imponendosi come scrittore guida della nuova generazione americana (la letteratura americana giovane è una competizione molto simile alle gare di retorica dei licei e deve sempre avere un vincitore; Lerner ha preso il posto di David Foster Wallace, amante dal canto suo di linguistica e dizionari), qui si gioca tutta la vincita precedente sfidando il classico romanzo di provincia a tossire la sua bruttezza intrinseca, il marciume classista, razzista e misogino che si raccoglie sotto la parvenza di semplicità della brava gente della nazione.

In patria il romanzo è stato accolto pacificamente dai quotidiani principali: non si è notato come Lerner abbia forzato la mano. Ci si dovrebbe chiedere invece dove il poeta Lerner stia cercando di portare la sua introspezione.

Topeka School lascia indizi in certe frasi un po’ prog: “Dovrebbe esistere una parola per indicare il sollievo che prova quando l’architettura attorno a lui diventa abbastanza specifica da risultargli poco familiare ma non inquietante come le catene di ristoranti”. Molto di questo romanzo è scritto così, nello sforzo da vate di dare senso a ogni cosa, contro la trama e la drammaturgia, che non sembrano preoccupazioni di quest’epoca, serie tv permettendo.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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