Asmara

Tornare in Eritrea

di Paolo Pecere

Entriamo in città di notte. Dalla foschia emerge la croce aerodinamica della stazione di servizio Fiat Tagliero, un volatile di cemento che riposa da decenni, un futuro passato. Tutto sembra familiare nel reticolato di palazzine basse: la chiesa romanica di mattoni rossi, il riposo delle persiane, le figure ottagonali sulle mattonelle dei marciapiedi. L’impressione – per me che qui non sono mai stato – è di quegli arrivi mattutini nel paese dei nonni, dopo una sveglia notturna per anticipare il traffico, quando i ricordi si fanno forme di case, solide e modeste, impassibili ai tuoi cambiamenti e alle tue morali.

“La piccola Roma”, tolto il delirio imperiale, resta un appellativo utile a indicare il senso di vago deja vu che ancora colpisce aggirandosi per gli edifici di Asmara. Ma si adatta anche alla ridottissima comunità italiana che ancora vi s’incontra oggi. Alle tre di notte ci accoglie in casa Nadia, pittrice asmarina cresciuta a Roma e tornata qui a vivere e gestire un bed & breakfast. In casa ci sono solo donne, di ogni età. Di fronte a un tè chiacchieriamo di alchimia, erbe medicinali, notti africane, padri assenti, famiglie divise tra Asmara, Addis Abeba e l’Italia, ieri, oggi, domani, come parenti che si ritrovano.

Da Nadia non c’è posto, ma ci porta dietro l’angolo alla pensione Bristol, un edificio fascista dimesso e innocuo: la striscia verticale di finestre sul riquadro marmoreo della facciata fallica, le pareti gialline, una struttura di geometria e buona volontà. “Sembra che fosse una casa di appuntamenti”, commenta Nadia, e ci dà appuntamento a domani. Alganesh ci accoglie con un sorriso nell’ambiente dall’aria domestica: calpestiamo il pavimento in graniglia di marmo, compare una cucina con sedie basse in fòrmica marrone e gambe di metallo, una specchiera a muro, scale scolastiche, poster scoloriti, la stanza piccola con l’armadio basso, ancora fòrmica, e un mini lavandino nell’angolo. Ogni colpo d’occhio è una reminiscenza: qui ci sei già stato ma in un’altra vita.

“Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere”, scriveva Calvino nelle Città invisibili. La descrizione si addice al primo impatto con Asmara, che smarrisce, si presenta come un enigma estetico: uno scenario metafisico di De Chirico montato in Africa, con gli orologi fermi sui palazzi, i contrasti violenti tra luci e ombre, le insegne in italiano – Bar Venezia, Farmacia centrale, Albergo Italia, Ferramenta… – che parlano una lingua ignota ai passanti. Gradualmente si capisce che bisogna saperne leggere il linguaggio casa per casa, e sfuma il senso di astrazione: Asmara è un palinsesto di storie cifrate, che non raccontano una sola verità.

Fiat Tagliero
Al mattino una luce che sa di rinascita scopre ogni angolo di Harnet Avenue, mentre c’incamminiamo sull’itinerario molte volte raccontato dai viaggiatori. “Descrivere l’Asmara non è fatica inutile, sebbene non pochi in Italia la conoscano, o per esserci stati o per averne sentito parlare”, scriveva nel 1906 il giornalista Renato Paoli, assumendo una familiarità italiana con la città che oggi è scomparsa. Paoli proseguiva con un’ammonizione profetica:

Ascoltate quelli che tornano dalla colonia. Essi diranno che gl’indigeni ci rispettano, ma non ci amano. Di questo c’è chi si rammarica, chi se ne infischia. Io ho dimorato in Affrica troppo poco tempo, e non posso dare un giudizio definitivo. Però mi faccio una ragione di questa acredine di sentimenti che i sudditi neri nutrono verso di noi. E perché debbono amarci? Perché siamo a forza in casa loro, abbiamo esautorati i loro capi, imposta una moneta senza credito, favorito il commercio dei liquori, propagata la sifilide, moltiplicato le madame e i cioccolatini, importate religioni odiate? E noi chiamiamo tutto questo civiltà? […] In casa d’altri di prepotenza e contro voglia del padrone ci si sta male e per poco.

La profezia si realizzò, in modo imprevisto, con l’arrivo degli Inglesi nel 1941. Poi la dominazione etiope e infine la trentennale guerra di liberazione, dagli anni ’70 al 1991, spinsero fuori a più riprese quasi tutti gli italiani che erano rimasti. Ma prima, per pochi anni, Asmara fiorì divenendo una città multietnica di centomila abitanti, di cui oltre la metà italiani, con i caffè, i ristoranti, i cinema, il teatro dell’opera, le scuole. Molti di questi edifici dell’Asmara italiana resistono, sono stati risparmiati dalla guerra, e di recente è arrivata la benedizione dell’UNESCO. Ma da diverse settimane gran parte dei locali sono chiusi: una misura del governo contro chi non ha depositato gli incassi nelle banche statali. Me lo spiega con tono neutro Jonas, un amico eritreo che abbiamo conosciuto da Nadia, e comincio inevitabilmente a domandarmi cosa ne pensino i cittadini (e cosa siano disposti a dire) dei provvedimenti del dittatore Isaias Afewerki. Asmara e i suoi abitanti hanno un volto rilassato e sorridente, difficile da penetrare.

L’edilizia d’epoca fascista era originariamente riservata ai coloni, nel vero e proprio regime di apartheid che costituì un primo campo di elaborazione delle leggi razziali, ma è stata conservata e riutilizzata con disinvoltura dagli eritrei. Del resto lo stile architettonico è molto diverso da quello di tante altre capitali con una storia coloniale: mancano i soliloqui monumentali e il kitsch clamoroso di tante città dell’ex Impero britannico. Il razionalismo qui ha operato una sintesi di elementi di diverse tradizioni, con qualche esperimento art déco, sempre anteponendo la funzionalità alla presunzione. Gli edifici si affiancano lungo viali spaziosi, uniti da rotatorie e giardinetti con panchine regolarmente occupati dai cittadini. Rivive così l’Asmara modernista, studiata e celebrata in tanti volumi fotografici, per cui nessun entusiasmo è fuori luogo.

Usciamo dal mercato coperto, si apre il piazzale della moschea. Per terra vendono libri di Mao, Lenin e Fanon, qualche detto di Confucio, l’Europa non esiste. Superiamo la sinagoga, chiusa da una catena: chiediamo inutilmente aiuto per entrare a un’anziana donna cieca, che sta seduta sulla soglia, e un uomo che sta male le urla contro (ne incontreremo molti per strada, impazziti in guerra o in carcere). Intravediamo le croci ortodosse e i tetti conici della Enda Mariam, con la sua struttura bicolore di pietra e mattoni rossi. Da lontano sembra lo sfavillante ingresso di un parco a tema. Entriamo a ammirare i mosaici dei santi, sotto i quali diverse donne sono stese a dormire. Dall’alto si vedono studenti e studentesse che giocano nei campi sportivi. A differenza di quasi tutti i paesi africani che ho visitato, qui i ragazzini non ci corrono incontro. Cosa sappiamo gli uni degli altri?

Asmara
Immagine: Asmara/Paolo Pecere.
Avanziamo ancora, fino al caravanserraglio. Dalle bancarelle all’ingresso c’investono folate calde e piccanti di berberè, sospinte dal suono di mille martellate. Milioni di oggetti metallici sono accumulati e suddivisi per tipologia, a formare un paesaggio vulcanico di fusibili, marmitte, tegami rotti, reti per materassi, tubi, coltelli e altro. Tutto è in attesa di una riparazione, o di essere fuso e ribattuto nelle botteghe dei fabbri, che si susseguono sotto la copertura ancora bruciata da un incendio. Un uomo spunta dal fumo tenendo in mano un vomere d’aratro incandescente. Un bambino sonnecchia su un carretto pieno di caffettiere di latta. Jonas avanza e stringe la mano a un mutilato di guerra che chiacchiera con gli amici, spiegandomi come il governo ne sostenga la famiglia.

Superiamo la chiesa evangelica, una perfetta torre gotica stilizzata, uscita dalla scena onirica di un film di Bergman, che ci squadra dalle sue severe fessure. Torniamo verso il centro. Ecco il palazzo di Afewerki, che un soldato m’impedisce di fotografare: la macchia cieca che nasconde edifici governativi e gran parte del territorio eritreo comincia qui. Attraversiamo la zona delle villette di lusso e delle ambasciate, piacevoli esercizi di stile, poi il cimitero dei carri armati, quello italiano, quello inglese, continuando il pellegrinaggio fino al termine del silenzio pomeridiano, quando cadono ombre improvvisamente rigide. Ci siamo persi.

Da un cancello rotto ci viene incontro Ahmed, un signore anziano, magro e piccolissimo, con una giacca troppo grande. Ci dà del voi, parla un italiano arcaico, con la vocina logora e malinconica. Da un grosso sacco di juta tira fuori teiere e coppe di latta col marchio “Fabbrica Italiana” e il ritratto di Menelik. “Quando la madama lo appoggiava in piedi, voleva dire che era libera; se no, lo rovesciava”. Incontreremo ancora Ahmed, che insisterà a offrirmi le monete con l’effigie di Vittorio Emanuele, e al mio amico Stefano, che vive qui da qualche settimana, proporrà la spada di un ufficiale fascista a meno di trecento euro. Come tutti i vecchi Ahmed rivede un’epoca remota, in cui noi, più giovani, non c’eravamo. Ma questo passato, stavolta, lo unisce a noi visitatori, e lo separa dai giovani connazionali, che dell’età coloniale sanno poco o nulla, e studiano l’inglese: ripete i cognomi degli italiani che conosceva, le loro professioni, ci indica le case dove vivevano. L’Italia è un segreto che abbiamo in comune, e questo ci fa sentire sfocati e fuori tempo, mentre Ahmed ci vende i souvenir di quella giovinezza in cui ricorda di averci visto.

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Commenti
Un commento a “Tornare in Eritrea”
  1. Seium scrive:

    ‪@lorenzojova Eritrea , Asmara Chiaro di luna.‬

    ‪Caro Lorenzo,
    Oltre a fare riemergere in me la nostalgia e spensieratezza della mia gioventù negli anni 90.
    Oggi, ho appena finito di vedere le riprese ad Asmara, ti ringrazio grazie di cuore per i ricordi e l’emozione che hai fatto riemergere in me asmarina. I luoghi, le persone, la mia scuola e come se avesti rimosso quel telo che ricopre i mobili di una casa abbandonata alla campagna. E poi, scopri la bellezza e la nostalgia del passato. Le tue parole che descrivono i rincontri con le persone e i luoghi sono piene di umanità e speranza per un paese e una generazione (1970) che non ha conosciuto la pace e la libertà nel suo paese. La tua canzone e la vidéo ad Asmara cambierà lo sguardo di molti sugli eritrei e forse darà a molti la voglia di andare a visitare l’altro volto de l’Eritrea. La tua vidéo mi ha permesso di rivivere il mio passato con nostalgia e guardare davanti a me un futuro con più ottimismo.‬
    ‪Hai aperto la grande finestra chiusa con vista sul mare.‬
    ‪Grazie ancora per questo regalo.‬
    Yodit
    Genève

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