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Breaking well, ovvero come fare i conti con la tossicodipendenza di massa

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Heizenberg è uno spacciatore di droga. Spedisce la sua roba dalla Repubblica Ceca. Se nel suo nick name si cambia la z con la s viene fuori il nome d’arte di Walter White, il borghese piccolo piccolo di Vince Gilligan, ideatore quest’ultimo (e protagonista il primo) della fortunatissima serie Breaking Bad, appena giunta all’ultima puntata sulla rete americana AMC e immediatamente rimpallata, via internet, ai quattro angoli del mondo. Nella quarta stagione della serie, Heisenberg/White, dopo avere fatto fuori Gus Fring, insospettabile signore del narcotraffico degli Stati Uniti sud-occidentali, grazie ai contatti di una nervosissima e subdola mediatrice chiamata Lidya Rodarte-Quayle allarga il mercato della sua “blue meth” alla Repubblica Ceca. Pseudonimo un po’ scontato dunque, quello di Heizenberg, ma molto pertinente. Heizenberg propone MDMA, non la meth di White. La meth di White è un droga diversa, più simile a quello che viene chiamato “Speed”. Non induce empatia e stupore, ma eccitazione motoria e voglia di fare.

Quando ho finito di vedere la serie, dopo che è scesa l’adrenalina scatenata da quella trama così perfettamente congegnata, da una sequenza serratissima di rocamboleschi colpi di scena, ribaltamenti, azioni e agnizioni mozzafiato – dopo che insomma mi è sceso il trip di Breaking Bad, ho provato a osservarlo da una certa distanza: dove porta? cosa vuole? cosa fa? è divertimento di altissimo livello? è una parabola sulla psicologia umana e su quanto urgente e prioritario possa diventare nella vita di un uomo l’istinto di autoaffermazione (molto più potente, dunque, di quello di sopravvivenza, o della protezione dei propri cari)? è una vetta di umor nero narrativo? dietro o a lato dello spettacolo esaltante c’è forse un commento sulla borghesia americana e le sue pulsioni represse? Domande. Interpretazioni. O forse solo il triste  “down” per la fine del “biggest show ever” come pubblicizza(va) la AMC. Sarà difficile trovare un prodotto della stessa qualità, adesso. Sarà difficile trovare una trama di uguale trasparenza e durezza cristallina: sarà difficile trovare cristalli così limpidi, per dirla come la direbbe un consumatore di blue meth.

Heizenberg, comunque, non spaccia la sua merce per strada, non ammazza nessuno, non sfrutta la piramide di delinquenza che dal Fring di turno porta ai piccoli tossici-spacciatori e alle loro violente diatribe territoriali. Heizenberg vende su Silk Road. Silk Road è in qualche modo l’anti Breaking Bad. Si tratta di un sito, un “servizio” del under- (o deep-) web dove, perfettamente anonimizzati da appositi dispositivi non difficili da utilizzare, migliaia di utenti ogni giorno sono liberi di scegliere quale stupefacente acquistare: molecole innumerevoli (MDA, GHB, 2-CB, DXM, LSD), oppio, eroina, hashish di qualità (direttamente dai monti del Rif, con tanto di storia e precisa localizzazione della produzione), funghi o smartdrugs come quella salvia che si vendeva in certi negozi italiani non molto tempo fa. E chi più ne ha più ne metta. Quello che prospetta Silk Road, nel suo mondo parallelo ma non troppo, è una drastica trasformazione dei modi di produzione, distribuzione e consumo delle sostanze psicotrope in uno scenario post-criminale, trasparente, sorvegliato, dove la metanfetamina occupa lo stesso spazio sociale della benzodiazepina, dove farsi una canna o un dose di lexotan corrispondono a un’identica scelta individuale, senza restrizioni di carattere penale, morale, o altro.

Dopo più di due anni di vita, Silk Road è stato chiuso e messo sotto sequestro dall’FBI un paio di settimane fa. La notizia ha fatto il giro del mondo. Il traffico del mercato virtuale della droga negli ultimi mesi aveva subito un’impennata impressionante. Si parla di un volume di affari intorno al milione e novecento mila dollari al mese. Decine di produttori offrivano merce di qualità, testata chimicamente, a prezzi bassi, commentata dai feedback degli utenti che frequentavano il sito e, proprio come su Amazon o eBay, discutevano della qualità e quantità del prodotto, della rapidità della consegna, dell’accuratezza dell’impacchettamento, eccetera. Ross Ulbricht, il boss di Silk Road, ventottenne dal volto pulito, è stato arrestato in un biblioteca pubblica di San Francisco. Su quanti soldi si sia messo in tasca facendo circolare bitcoin (moneta virtuale che veniva usata per le transazioni), ancora non si sa nulla di preciso. Quello che sappiamo è che nelle sue parole, e in quelle degli utenti del sito, Silk Road nasce, come tutte le grandi “devianze” del web, permeato di un’aura libertaria e felicemente anarchica.

“We are like a little seed in a big jungle that has just broken the surface of the forest floor,” ha dichiarato in un’intervista anonima (dove utilizzava lo pseudonimo Dread Pirate Roberts – dal nome del personaggio della Principessa sposa di William Goldman) pubblicata da Forbes appena pochi mesi prima del suo arresto. Nella “visione” di Dread Pirate Roberts non ci sarà posto per un Walter White e la sua folle smania di potere conquistato lottando all’ultimo sangue contro efferati assassini. Nella “visione” di Dread Pirate Roberts, e dei molti (ex-) utenti di Silk Road, si compie la clausola antiproibizionista implicita in ogni pensiero liberale che si voglia fedele alle proprie premesse: ognuno è padrone del proprio destino, e in particolare del destino del proprio corpo, nella misura in cui questo non diventi lesivo dei diritti e della autonomia degli altri. “I don’t think anyone can comprehend the magnitude of the revolution we are in.” aggiunge nell’intervista, “I think it will be looked back on as an epoch in the evolution of mankind.” Sulla base di queste premesse liberali/libertarie, Silk Road aveva gradualmente ripulito il proprio ambiente dei prodotti più contradditori, armi in primis, che col favore dell’anonimato proliferavano nel sito al momento della sua nascita.

Non ci vuole immensa cultura storica né eccessiva onestà intellettuale per riconoscere che i confini del legale e dell’illegale, quando si parla di droghe, sono in ottima parte culturalmente specifici, legati a tradizioni, morali correnti o a determinati assetti produttivi. Alcol sì, cocaina no. Psicofarmaci sì, marjuana no. Non si tratta neppure di distinguere tra usi e finalità. Certe droghe passano e altre no, indipendentemente dal loro grado di dannosità individuale e sociale, ma la topografia della legalità è variabile. Che Silk Road sia nato, e cresciuto in maniera esponenziale, non è dunque un caso. E probabilmente ha ragione Ulbricht: Silk Road è sintomo di una rivoluzione della mentalità che le forze della conservazione avranno molti problemi ad arginare in futuro.

Il filosofo tedesco Christoph Türcke, in un lungo capitolo di un suo libro pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri (“La società eccitata”), ha interpretato la vita contemporanea sotto il segno della “tossicodipendenza”. Facendo slittare il significato del termine dall’ambito farmacologico a quello sociale, e avvalendosi di studi neurofisiologici e psicanalitici, lo studioso ha dimostrato come di fronte a un endemico male di esistere (sintetizzo brutalmente), la mente umana si è raccolta intorno al principio rassicurante e strutturante della tossicodipendenza. Non è per forza una prospettiva moralista. È un mutazione neurofisiologica e culturale su cui il filosofo ci invita a riflettere.

Breaking Bad ha appassionato milioni di persone con la storia di un uomo qualunque che per dare senso alla propria vita si mette a produrre e vendere droga. Certo, lui non ne fa uso. E nonostante tutto, almeno nello strato più superficiale del nostro giudizio, noi spettatori finiamo dalla parte di Hank, integerrimo e simpatico poliziotto. L’ordine costituito dunque. Ma Türcke non riserva il termine tossicodipendenza alla semplice assunzione di sostanze illegali. La medicina, la tecnologia, e in particolare la tecnologia della comunicazione, occupano un posto di primo piano nella sua analisi. Tossicità è nel pensiero di Türcke un concetto alquanto plastico e prensile, capace di abbracciare tutto ciò che riguarda la possibilità di modificare artificialmente i nostri stati mentali ed emotivi.

C’è un episodio dell’ultima stagione dei Griffin dove Peter guarda una puntata Breaking Bad. Nello sferzante cartone animato la famosa serie tv è rappresentata da una voce anonima che dopo la sigla recita, con un tono scandito e ipnotico: “Raccomanderai Breakin bad a tutti quelli che conosci. Breaking bad è il migliore show che tu abbia mai visto, tranne forse The Wire. Non smetterai mai di parlare di Breaking bad o di The Wire.” Peter Griffin osserva lo schermo imbambolato e ripete ogni frase coniugata in prima persona. Breaking bad si merita quasi certamente la palma delle serie più riuscita (insieme forse a The Wire), ma se teniamo conto di quella accezione allargata del termine, il consumo di serie televisive potrebbe essere tossico quanto molte altre cose di cui facciamo uso quotidiano. Ulbricht non sarà mai famoso come Zuckemberg o Page & Brin, ma la sua utopia non è affatto fuori dal mondo. Silk Road aprirà di nuovo, in nuove forme: già esistevano dei “competitor” e non pare assurdo prevedere che grazie a essi, un giorno o l’altro, gli interdetti sullo spaccio di certe sostanze smetteranno di alimentare la criminalità (più o meno integrata nelle istituzioni) e quelle che oggi chiamiamo droghe prenderanno la strada di qualsiasi altro prodotto commerciale, proprio come le “droghe” che si trasportavano lungo la via della seta.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
7 Commenti a “Breaking well, ovvero come fare i conti con la tossicodipendenza di massa”
  1. Paolo1984 scrive:

    a parte la divertente satira dei Griffin non capisco dove si vuole andare a parare. Io, da amante della narrativa, sono felice di essere “intossicato” dalle serie tv.

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    A me personalmente, tolto il personaggio titanico nel suo essere privato&egoista di Walter White, è piaciuta di più Mad Dogs (e pure Braquo). Quanto al protofascista Hank e all’isterico Jesse, non vedevo l’ora che qualcuno li levasse di mezzo. Naturalmente gli spettatori hanno influito sulla loro durata di vita televisiva, come da Gilligan dichiarato.

    Quanto alla droga psico-narrativa (mi si passi il termine grezzo), c’hanno già fatto un film quasi vent’anni fa: lo splendido Strange Days di K, Bigelow.
    Non c’è peggior delitto, in sociologia, d’arrivare tardi.

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    E per completezza d’informazione m’ero dimenticato Existenz (1999).

    Oltre a una sana lettura che spiega definitivamente come il confine droga/legge si sia sciolto come zucchero nel caffè da un pezzo:

    mag.wired.it/rivista/storie/con-un-poco-di-pillole-il-cervello-va-su.html#content

  4. Daniele scrive:

    “Nella quarta stagione della serie, Heisemberg/White…”

    HeiseNberg. Sia in Breaking Bad che in Fisica, con la N.

  5. Carlo Mazza Galanti scrive:

    grazie Daniela provo a farlo correggere. Ciao

  6. Carlo Mazza Galanti scrive:

    Daniele.

  7. kevin scrive:

    io voglio essere il più potentissimo di tutto il mondo come posso fare??????????????????? di gravità 100000000000000000000,00009999

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