TQETC

Il 29 aprile, nella sede romana della casa editrice Laterza, ha avuto luogo un affollato seminario in cui oltre cento tra scrittori, critici, editori trenta-quarantenni si sono confrontati intorno al tema: “Generazione TQ. Andare oltre la linea d’ombra”. TQ sta appunto per trenta-quaranta. Non è un caso che l’incontro si sia tenuto nella storica sala riunioni della Laterza, una delle case editrici più attente alla generazione in questione. Vi ho partecipato anch’io, e queste sono le mie impressioni.

Nel documento preparatorio del seminario (firmato da Giuseppe Antonelli, Mario Desiati, Alessandro Grazioli, Nicola Lagioia e Giorgio Vasta) si poteva leggere: “Manchiamo di un’identità collettiva che ci contrapponga alle generazioni precedenti. Quasi tra noi e loro ci fosse una fluida continuità: quali i padri, tali i figli. Ma – appunto – quali sono i nostri padri? Alle nostre spalle, in fondo, non c’è nulla di così solido e monumentale; semmai un tempo poroso, permeabile e proteiforme: e forse questo non è un male. Ma di qui nasce l’assenza di contrapposizione; di qui la difficoltà di (auto)definizione. Può esserci un impegno senza conflitto? E soprattutto: ha ancora un senso parlare di impegno?”

Ecco, credo che l’incontro alla Laterza più che un orizzonte comune, abbia fatto emergere delle differenze. Differenze di approccio alla realtà e al suo racconto, e al ruolo di chi scrive in relazione a essa.Due mi sembrano le principali. La prima: i TQ, gli scrittori italiani tra i trenta e i quarantacinque anni, costituiscono in realtà due generazioni differenti. I quarantenni sono diventati maggiorenni negli anni ottanta, negli anni del riflusso verso il privato, del trionfo della tv commerciale e della desertificazione della categoria dell’impegno. Per Antonio Scurati, la sua è una generazione che ha assunto la posizione dello spettatore davanti alla realtà; e il punto di non ritorno di tale “postura”, sostiene, è costituito dalla percezione televisiva, e irreale, dei bombardamenti della prima Guerra del Golfo. È un’analisi intelligente, ma credo che non sia estendibile tout court ai trentenni, a chi è cresciuto nel corso degli anni novanta, dopo gli anni ottanta e dopo quei bombardamenti del ’91.

Perché a me pare che una parte di questa generazione (e quindi anche una parte degli scrittori di questa generazione) abbia esperito nuove forme di impegno post-ideologico, un nuovo sentiero di mezzo tra il disimpegno e la militanza classica che non può essere oscurato o minimizzato, e che non ha la sua punta visibile unicamente nelle contestazioni al G8 di Genova.

La seconda differenza è nel rapporto con il Novecento, e soprattutto con le analisi dei legami tra cultura e società elaborati nel Novecento. Siamo tutti d’accordo che il nuovo secolo richiede uno salto in avanti, e impone di abbandonare concetti che oggi non servono più. Ma da qui a dire che la soluzione è fare tabula rasa di tutto quello che c’è stato, ce ne corre. In realtà, quello che i teorici ultra-ideologici del nuovo a tutti i costi fanno finta di non sapere è che ogni scontro intorno alle parole da utilizzare o da accantonare rimanda a un conflitto ben più ampio. Mi pare che rispetto a questo punto, nell’incontro della Laterza, ci fossero grosso modo due gruppi, questa volta non distinguibili anagraficamente ma in base ad altro. I primi (tra cui mi ci metto anch’io) provano ad avere un rapporto critico con la tradizione del Novecento e, tra le altre cose, anche con alcune categorie (diciamo  socio-politiche) ricavabili dalla tradizione marxiana o post-marxiana. Attenzione, sto dicendo rapporto critico e non adesione indiscriminata. Sto dicendo tradizione “marxiana” e soprattutto “post-marxiana”, non “marxista”, e ci metto dentro cose molto diverse tra loro: da Fortini al Gruppo 63, dalla Scuola di Francoforte alla nuova sinistra, ma anche Foucault e Bourdieu, alcuni eretici anti-dogmatici e perfino alcuni dissenzienti dell’Est. Soprattutto, gli eterogenei appartenenti a questo primo gruppo, cercano di mantenere uno sguardo politico sulle cose, un’attenzione costante alle fratture sociali, e agli “altri”, non percepiti unicamente come lettori. I secondi, probabilmente la maggioranza, di queste categorie, e delle questioni sociali a cui rimandano, non sanno che farsene: o sono piuttosto impolitici, o sono decisamente inseriti nelle logiche più “liberiste” dell’industria culturale, o sono attenti unicamente alle questioni linguistiche e simboliche, o – piccola minoranza stizzosamente conservatrice – ne prova addirittura un fastidio fisico, così viscerale da non riuscire a celarlo neanche in pubblico.

Forse si tratta di un dissidio insanabile, ma è anche un bene che sia emerso. Se c’è una cosa che mi convinceva poco della chiamata alle armi proposta, e della lettura che i giornali ne avevano dato nei giorni precedenti, era proprio il carattere unicamente generazionale. Tanto generazionale da apparire un po’ troppo generico. Come se tutti ci si potesse riconoscere in unico documento, e in un’unica prospettiva. C’è da dire, per chiarezza, che almeno Lagioia e Desiati (gli unici tra gli organizzatori con cui avevo discusso a lungo prima dell’incontro) non pensavano e non pensano questo, a differenza – forse –  di altri tra gli estensori del testo. Il documento, per loro, era solo un ordine del giorno sgangherato da cui partire. E così in fondo è stato.

Bene allora che siano emerse le differenze, anche sotto forma di dissidio. Il passo successivo, come suggerito da Roberto Ciccarelli, mi sembra quello di abbandonare l’aura  dell’intellettuale-letterato-centro-del-mondo, che ha fatto capolino in alcuni degli interventi, benché tale figura sia definitivamente scomparsa a partire dagli anni settanta del secolo scorso, e interpretarsi – al di là dei propri libri e dei propri articoli – come parte dei “lavoratori della conoscenza”. Il più delle volte free lance e inclassificabili (come scrive Sergio Bologna nel suo ultimo libro), ma al centro di una trasformazione della cultura, della comunicazione e della società di proporzioni epocali.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
2 Commenti a “TQETC”
  1. maria (v) scrive:

    Molto interessante, grazie.
    Con stima.

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  1. […] che non sia il caso dei TQ. Corollario a beneficio degli interessati: riflessioni di Giulio Mozzi, Alessandro Leogrande, Federisca Sgaggio, Francesco Forlani, Demetrio Paolin, Simone […]



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