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Tra densità e rarefazione. La poesia metropolitana di Mario De Santis

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Ci sono momenti in cui la realtà sembra sgretolarsi a poco a poco: non in modo evidente, ma in tanti piccoli crolli progressivi che minano le fondamenta stesse dell’universo e mettono in discussione ogni certezza.

Un simile scenario post-apocalittico costituisce l’ambientazione di Sciami, l’ultima raccolta poetica di Mario De Santis, uscita per Ladolfi nel 2015.

Sin dalle prime liriche del libro, dinanzi al lettore si dispiega un universo precario, sull’orlo del disfacimento, in cui le parole chiave evocano una progressiva frantumazione del senso: «crollo», «fuga», «gas», «insetti», «sciami». È un panorama disfatto, devastato, nel quale l’uomo si ritrova a vivere quasi come un superstite o un estraneo, in un mondo che non gli appartiene più, un universo divorato dagli insetti, che ne hanno infestato il cuore malato: «La nuvola che muore ha il cielo sopra lei / e il viola inutile dei gas che la colora: dalla piazza / più grande di Milano, su verso tetti tra le antenne sale / la processione di insetti avvelenati, di triboli e di spine».

Gli insetti sono una immagine particolarmente cara al poeta, che solitamente li rappresenta sotto forma di quegli «sciami» che danno il titolo al libro. Lo sciame è una figura ambigua, che presenta sia i tratti della singolarità che quelli della molteplicità, che evoca una realtà effimera, sempre sul punto di disgregarsi, di abbandonare la rassicurante condizione di compattezza per assumere uno stato precario di frammentarietà: «Abito l’inabile paesaggio, fatto e divorato / nei vincoli la furia estiva, gli insetti stanno nel cavo / di sonno a milioni come noi, un bolo incandescente / con la bassa intensità di un disordine dei led / i maledetti azzurri sciami».

Quella di De Santis è una poesia metropolitana, la quale, più che sul centro cittadino, si concentra sulle periferie anonime, che si disperdono nel proliferare di strade tutte uguali, impersonali: «Arrivo con il tram dove Milano non esiste ancora / per ogni passeggero la strada si dirama, è un delta / di piazze e di cantieri abbandonati e ha svolte, all’improvviso».

Il ricorso frequente all’indicazione di toponimi precisi (Pompei, l’Aniene, Milano, Chioggia, Sarajevo, ma anche l’Africa, i depositi dell’Eni) non intende imporre un ordine alle coordinate geografiche; anzi, al contrario, va a disseminare il disordine – rappresentato nei versi – nel cuore pulsante della realtà, individuato proprio tramite la precisione onomastica.

Lo stato di allerta percepito dal poeta si tramuta in un istinto di chiusura, di privatezza, una reazione capace di porre un argine alla minaccia che proviene dall’esterno, di conseguire una compattezza in grado di contenere i crolli, di tamponare la catastrofe imminente: «Per questa notte le notizie non ci sono. / Restano le serrature, le camere blindate, l’orizzonte che si cancella con il rosa / volano via le automobili tagliando sciami, / uomini che non parlano nel buio».

Quando nel mondo degli uomini la realtà è sul punto di venir meno, gli animali sono pronti ad appropriarsi degli spazi antropizzati della civiltà: «Di notte è l’urlo dei cani che dà il nome alla città»; «la rete dei pipistrelli che sta dove passano le onde / radio»; «Il regno dei cani neri è tutto il mondo». Pur se referenziati al plurale, la loro molteplicità è un insieme vasto e doloroso composto di una pluralità di solitudini: «silenziosi hanno capito / che la loro solitudine devasta chi li vede. L’abbandono / al niente è perfetto come loro regno».

Perennemente in bilico tra densità e rarefazione, tra la metropoli e il cosmo, tra vicinanza e desolazione, la vita sembra il frutto di una coincidenza che non riesce a trovare un senso, ma che tuttavia vale la pena indagare fino allo sfinimento, perché è proprio nella ricerca che si celano i pochi brandelli di significato che è possibile individuare.

Pur essendo principalmente una poesia di pensiero prima che di suoni, il poeta non disdegna alcune figure (principalmente allitterazioni o paronomasie) che lo accompagnano e lo sostengono nel suo percorso poetico («gelida giostra», «abito l’inabile»).

De Santis si cimenta in una poesia complessa, frutto di un articolato ragionamento filosofico, che si dispiega in versi lunghi e sinuosi. E tuttavia sono versi che mantengono una grande apertura al canto, versi pienamente lirici, nei quali i momenti dell’astrazione più alta sono sapientemente dosati e alternati alla pienezza del ritmo e delle immagini: «Qui la vita che si fa più grande / di ogni suo creatore, che l’ha voluta qui, / si fa senz’ombre, pure, e senza direzione».

Una poesia pienamente godibile insomma, anche quando il discorso poetico raggiunge vette meno pervie e di meno facile interpretazione.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove vive e lavora. Scrive di letteratura e di cinema su alcune riviste e blog culturali. Redige una rassegna di poesia italiana contemporanea per Nuovi Argomenti, di cui è redattore. Traduce per il mensile 451 gli articoli della New York Review of Books. Ha pubblicato Il poema della leggerezza. Gnoseologia della metamorfosi nell’Alcyone di Gabriele d’Annunzio (Bulzoni, 1998). Nel 2012 ha fatto il suo esordio come poeta su Nuovi Argomenti.
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