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Tra il mondo e Ta-Nehisi Coates

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(fonte immagine)

La parola che ritorna più spesso in Tra me e il mondo di Ta-Nehisi Coates — la lettera pubblica a suo figlio, il suo j’accuse alla società americana, il suo memoir, il suo saggio sul razzismo — è corpo. Di corpi neri sono piene queste pagine: quello impaurito di Coates bambino, innanzitutto, quando un ragazzo per la prima volta gli puntò contro una pistola senza motivo dichiarando il suo potere di annullarlo per sempre. I corpi straziati degli schiavi e quelli uccisi dalla polizia americana come Michael Brown ed Eric Garner o il caro amico dell’autore Prince Jones. I corpi meravigliosi delle donne della Howard University, dei “rampolli degli aristocratici nigeriani nei loro vestiti eleganti” e dei ballerini. Quelli vibranti e carichi d’amore che il mondo nero ha dispiegato di fronte a Coates, e che tanto spesso sono stati annientati.

Il materialismo radicale di Coates, il suo rifiuto di qualsiasi elemento trascendente, è a tutti gli effetti una dichiarazione politica: a essere colpiti e segregati sono corpi neri, non anime: ed è su questo terreno di carne e sangue che si gioca uno dei peggiori delitti collettivi della contemporaneità. Non si tratta solo di insulti o disparità. Nel razzismo praticato ogni giorno in America — e ovunque — gli effetti sulle vite di queste persone sono diretti e brutali quanto lo erano molti decenni fa. La morte, innanzitutto. La distruzione, ma “la distruzione è solo la forma più alta di un dominio le cui prerogative includono la perquisizione, la detenzione, il pestaggio e l’umiliazione. Tutto questo è normale per i neri. E tutto questo è storia antica per i neri. Nessuno è ritenuto responsabile”.

In realtà un responsabile c’è, anche se non viene mai ammesso pubblicamente: quelli che Coates chiama i Sognatori. Il popolo bianco — o meglio tutti coloro che si credono bianchi, che hanno un disperato bisogno di affermarsi come tali. I creatori e gli abitanti del Sogno americano, l’idea di una nazione incorrotta dove tutti hanno eguali possibilità, e la felicità si realizza in una villetta dal prato ben curato, l’arrosto che cuoce nel forno. Un’idea, scrive l’autore, pazientemente edificata alle spese degli esclusi: i neri, innanzitutto.

In Tra me e il mondo, Coates sviluppa questa idea ripercorrendo le tappe della sua formazione, e nel contempo cercando di lasciare un messaggio al figlio quindicenne. È un libro compatto ma con variazioni di colore: passa dall’intonazione epica, quasi messianica, a un’amarezza dolorosa per la tanta violenza subita. È l’autobiografia intellettuale e politica di uno fra gli autori più interessanti del momento: la storia di un percorso capace di autocritica, di affinamento continuo, alla ricerca di un luogo espressivo “al di là della strada e dell’aula” — due identiche forme di condanna, due linguaggi che Coates ha frequentato ma rifiutato.

La forza di Coates sta proprio nella sua capacità di illuminare quella soglia che sta fra l’autore e il mondo, come recita il titolo. Annodando la riflessione sociologica e la critica del potere con la narrazione personale, ci restituisce un documento febbrile e urgentissimo.

Ma io non voglio fare una recensione di questo libro, né riassumerlo. Vorrei invece affrontare un tema che mi riguarda in prima persona: come leggere il testo di Coates da bianco? Suppongo che alcuni lettori possano sentirsi urtati dalla durezza dello stile e delle tesi espresse da Coates: questo è un libro pieno di rabbia e paura, e non fa nulla per nasconderlo. Altri, seguendo magari David Brooks, protesteranno contro il furore di Coates e la sua presunta distorsione del Sogno americano.

Credo siano modi diversi di articolare un timore atavico, che conferma semplicemente la tesi dell’autore: la perdita di un privilegio. Quello appunto di essere bianchi. Quello che nei casi migliori si trasforma in una vergogna strisciante e difficilmente identificabile; quello che nei casi peggiori diventa bieco e aperto razzismo. E quello che nei casi intermedi si trasforma in pietismo cristiano, o ipocrita apologia della non violenza solo quando fa comodo a chi detiene la forza: i miti erediteranno la terra, purché restino miti e buoni. Mentre, come dice Coates, “i miti venivano pestati a Baltimora Ovest, calpestati a Walbrook Junction, fatti a pezzi a Park Heights e stuprati nelle docce della prigione. La mia comprensione dell’universo era fisica, e il suo arco morale curvava verso il caos per concludersi in una bara”.

Io stesso, leggendo, ho avuto qualche volta delle reazioni sdegnate: Io non sono così!, mi dicevo di fronte all’ennesimo racconto dell’ennesima violenza razziale. Sì, certo, non sono così — e Coates non vuole affatto fare del razzismo all’incontrario, per cui ogni bianco è singolarmente colpevole e responsabile di questa tragedia. Sarebbe assurdo. Ma leggendo Tra me e il mondo ho avuto la conferma ulteriore di una cosa che penso da tempo: ovvero, che il razzismo non è una semplice questione di coscienza bensì un problema strutturale della società.

Una questione di potere, espressa innanzitutto dalla mera esistenza di corpi di colore differente. Io non posso farci nulla e non voglio che questo potere mi appartenga, ma devo ammetterlo a me stesso: se un poliziotto mi ferma, avrò molte più chance di cavarmela senza problemi rispetto a un mio coetaneo nero (o arabo). È colpa mia? Certamente no — non ho scelto di essere bianco, così come non ho scelto di essere maschio. Ma bisogna essere ciechi o ipocriti per negare che queste due caratteristiche mi mettono in una posizione di fortuna, specie quando si ha a che fare con il sistema punitivo. E come direbbe lo stesso Coates, “non c’è nulla di radicale in questa affermazione”.

Dicevo che la parola che pesa di più in questo testo è corpo. In realtà, benché stilisticamente ineccepibile, Tra me e il mondo è anche ricco di ripetizioni: a volte fin troppe. Ma mentre lo leggevo non provavo irritazione. Il modo in cui Coates torna e ritorna sul punto, ribadendo con sempre maggiore forza il tema della violenza esercitata ogni giorno sui neri, ha qualcosa dell’eco di una condanna. È un dispositivo retorico che funziona, che non lascia indenni.

Dopo aver saputo che gli assassini di Michael Brown sarebbero rimasti impuniti, il figlio di Coates — il destinatario del libro — si chiuse in casa a piangere. Un adolescente che scoprì all’improvviso, come capita a tutti i suoi coetanei e come capitò in maniera ben più brutale al padre, di essere più vulnerabile di altri senza motivo alcuno. Non si tratta di trovare un modo di asciugare quelle lacrime, ma di evitare che cadano ancora in futuro.

Pur nel suo grande orgoglio black, verso la fine del libro Coates riconosce che i neri da soli non ce la possono fare: e che forse il solo vero scopo del movimento è di “risvegliare i Sognatori, far loro prendere coscienza del loro bisogno di essere bianchi, di parlare come bianchi, di pensare come bianchi, di essere superiori ai difetti normali dell’umanità, e di come questo loro bisogno abbia avuto un impatto sul mondo”.

Credo abbia ragione. Tocca a chi è in una posizione di potere muoversi per correggere una disparità: tocca a me, tocca a noi. Senza ridurre i corpi neri a un oggetto di compassione — l’altro tipico errore dei bianchi — ma semplicemente riconoscendone l’indipendenza, la libertà, l’assoluto valore. Ciò che nei secoli è andato sacrificato di continuo.

Sulla difficile via di questo riconoscimento, il libro di Coates ha l’effetto di un appello senza ritorno: il Sogno, come ogni altro sogno, sarà anche confortante: ma avviene appunto in una condizione di oblio. Lasciatevi scuotere e svegliare da Ta-Nehisi Coates. Ne verrà solo del bene.

Giorgio Fontana (1981) vive e lavora a Milano. Ha pubblicato alcuni libri (l’ultimo è Per legge superiore, edito da Sellerio). Collabora con diverse testate ed è stato fra fra i condirettori del pamphlet letterario Eleanore Rigby.
Commenti
4 Commenti a “Tra il mondo e Ta-Nehisi Coates”
  1. roberta ginori scrive:

    Bellissimo e importante pezzo.
    Grazie

  2. Bernardo scrive:

    Se si ha voglia di capire questo è sicuramente un libro da leggere. Ottima la recensione.

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  1. […] o del nuovo (mediatico) che avanza, come Ta-Neishi Coates, con la sua retorica quanto toccante lettera al figlio. Lavori, questi ultimi, “istituzionali” e cerebrali (e non è sempre un bene), nei contenuti […]

  2. […] per il referendum, l’arrivo di mia madre per il compleanno di mio figlio Luca, il libro di Ta-Nehisi Coates tradotto in italiano, il fatto che io non abbia ancora visto una puntata della serie Il Trono di […]



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