Tra Taranto e Lampedusa

di Alessandro Leogrande

Una tendopoli in aperta campagna tra Manduria e Oria non può essere la soluzione. E questo i pugliesi sono i primi a saperlo, fin dagli anni novanta. La risposta a una emergenza umanitaria, e a una crisi politica che investe tutto il Mediterraneo, non può essere un villaggio costruito dall’oggi al domani tra gli ulivi e i muretti a secco. Per il semplice motivo che presto la situazione degenererà.
Dice il governo: bisogna distinguere i “clandestini” dai profughi. Mandare i primi nei Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione) e i secondi nei Cara (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo). Ma quando ti arrivano mille persone in pochi giorni come si fa? Come è possibile dividere quella massa umana con l’accetta? Per questo servono i centri di prima e primissima accoglienza, come insegna proprio l’esperienza pugliese degli anni novanta. E non si trattò solo di albanesi e kosovari. Ci fu un periodo, a cavallo del passaggio di secolo, in cui i kurdi iracheni giungevano sulle coste salentine al numero di mille-duemila al mese. Lo abbiamo dimenticato? Quella emergenza fu gestita senza eccessive tensioni.
Come è possibile tenere 3-4 mila persone nel campo improvvisato di Contrada Paione? Come sarà possibile farlo quando le temperature cominceranno a salire e la tendopoli si trasformerà in una landa assolata? È evidente che l’errore è il frutto di due diktat provenienti dall’interno dello stesso governo. Sgomberare Lampedusa, ma senza trasferire i profughi unicamente in Sicilia; e senza trasferirli al Nord, per evitare le note turbolenze leghiste. Così la provincia di Taranto è divenuta la principale soluzione naturale al “problema”. Tutte quelle persone devono essere trasferite in nave, non in treno o in aereo. Per questo servono un porto militare di approdo e un campo nelle vicinanze. È bene ricordare questo dettaglio, perché conferma che la Puglia – in un modo o nell’altro – resterà in prima fila nella crisi lampedusana.
E allora, dal momento che siamo in ballo, sarebbe giusto governare il fenomeno con un nostro piano di accoglienza. Bisogna preferire molti piccoli centri a un solo megacentro. E pensare a strutture in muratura (che ci sono), non a tende e wc chimici.
Finora lo Stato si è dimostrato carente. E, da almeno vent’anni, ogni volta che lo Stato è assente, carente o inefficiente, gli uomini e le donne investite da una situazione d’emergenza prodotta da un’ondata migratoria si dividono in ronde e volontari dell’accoglienza. Ben vengano, ovviamente, i volontari e le associazioni, ma se si demanda tutto a loro, o se lo Stato è carente, automaticamente ci saranno anche altri cittadini che si organizzano in ronde, girano minacciosi e rovesciano davanti alle telecamere frasi insopportabilmente razziste. Finora, pare, si è trattato solo di pochi balordi. Ma se questo razzismo latente si mescola all’inefficienza organizzativa e allo strisciante razzismo istituzionale di una forza politica la situazione può diventare esplosiva.
Anche quando non sono espressamente “richiedenti asilo”, i tunisini che vogliono andare in Francia o Germania, passando per l’Italia, sono uomini che hanno assaporato la libertà. Molti dicono: ma perché scappano proprio ora che Bel Alì è caduto? La risposta è già nella domanda: scappano esattamente perché Ben Alì è caduto, e quindi la morsa del controllo dittatoriale si è allentato. Se vogliamo un Mediterraneo più democratico, dobbiamo avere il coraggio di confrontarci razionalmente con questi eventi.

Questo articolo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
3 Commenti a “Tra Taranto e Lampedusa”
  1. Federico Cerminara scrive:

    Tra Taranto e Lampedusa, ci sta anche Crotone, altra realtà fortemente interessata dalla sbarco di profughi e clandestini. A pochi chilometri dalla città ionica, c’è il Centro di Prima Accoglienza di Sant’Anna, frazione di Isola Capo Rizzuto, considerato uno dei campi d’accoglienza più grandi d’Europa. Qualche anno fa un giovane filmmaker calabrese, Antonio Martino, ha lavorato ad un documentario molto interessante sul tema degli sbarchi. Il trailer del film – “Niguri”, quasi dimenticavo di citare il titolo – si trova facilmente su Youtube.

  2. moscerino scrive:

    Un Mediterraneo più democratico?
    Suvvia..

  3. Boo scrive:

    La finiamo di dire che in Italia il razzismo è “latente”?

    Perchè non è così; e la prova più grande è proprio il non voler trovare una soluzione verso una gestione ragionata dei fenomeni migratori che si riversano sulle nostre coste.

    Per il resto, concordo appieno con le conclusioni di questo pezzo.

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