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Tracce di Berlino: la memoria urbana post-socialista

di Davide Grasso

Berlino è, a detta di molti, una delle città più affascinanti d’Europa. Una delle ragioni è che in essa la viaggiatrice e il viaggiatore possono avere la sensazione di assistere allo scabroso fenomeno del contemporaneo che diventa storico, o del “moderno” che diventa “antico”. Berlino appare architettonicamente “moderna” se raffrontata con Roma o Parigi, ad esempio, ma anche con Londra. Eppure non meno di Roma o Parigi Berlino è visitata per la sua storia, che porta traccia però, in misura maggiore, dei tempi recenti, novecenteschi e tardo-novecenteschi. È un fatto che le bellezze della Gamäldegalerie e i reperti del Pergamon Museum non soverchiano affatto, nelle aspettative concrete di milioni di turisti europei, il Museo Ebraico, la East Side Gallery o il Memoriale ai caduti sovietici del Treptower Park.

L’edizione, accresciuta e aggiornata, del volume Spazi di memoria nella Berlino post-socialista di Liza Candidi T.C., (Mimesis, 2019, 376 pp.), è una raffinata chiave d’ingresso alla città odierna, grazie a uno sguardo limpido e al tempo stesso sofisticato. In sette capitoli seguiti da una bibliografia l’autrice riesce a conciliare la ricerca empirica con un inquadramento teorico che padroneggia con equilibrio il campo mai facile (ma solo per chi decide di addentrarvisi per davvero) della filosofia. Tanto più che l’indagine è fondata su una mole di dati, tra cui numerose interviste realizzate sul campo, che risultano tanto più accattivanti perché raccolte secondo un metodo antropologico che si rivolge a un’umanità quanto mai – è il caso di dirlo – europea.

La controversia relativa al Palast der Republik (il parlamento della Ddr distrutto per decisione di quello federale dopo la riunificazione) apre le danze dell’impianto narrativo attraverso i suoi paradossi, mentre la decisione, compiuta in extremis nel 1990, di “salvare” alcuni pezzi del Muro con funzione di monito storico, introduce al racconto delle traversie urbanistiche e simboliche della Berlino post-1989 dove non mancano digressioni, cenni e approfondimenti sul destino del parchi di divertimento della Ddr, la diffusione del punk e il suo significato, il ruolo del cinema e l’Historikerstreit, la controversia degli storici, fino a proficui chiarimenti sull’effettivo impatto e sulla reale estensione temporale dell’Ostalgie (la nostalgia dell’Est), talvolta oggetto di anacronismi.

Tutto questo è raccontato e descritto attraverso un duplice posizionamento critico. Il congelamento delle tracce socialiste o la loro assenza recano testimonianza, in primo luogo, dell’avvento di un dominio liberale che fa della città un luogo, per quanto possa apparire paradossale, marcatamente ideologico, sebbene qui l’ideologia consista in primis nel travestimento neutralistico di questa condanna, politica e morale. Le rimanenze socialiste portano su di sé gli effetti di una sorta di accigliata ridicolizzazione ad opera dello sguardo trionfante del sistema liberale, ma fanno segno al tempo stesso,  proprio per questo, alla postura autoritaria di quest’ultimo; né cessano di alludere ogni volta, d’altronde, a ciò che avevano soppiantato: la fase nazista della storia tedesca. Fascismo, socialismo e liberalismo sembrano quindi combattere una guerra speciale su un campo di battaglia tangibile e intangibile al tempo stesso.

Esiste tuttavia un altro canale di scorrimento del libro di Candidi, che oltrepassa in modo proficuo questa sola contrapposizione o lotta tra spettri di diverso genere, che non cessano di insinuarsi come presenze-assenze nello spazio urbano. Esiste infatti una tensione irrisolta, ulteriore, che sostituisce ai traumi delle lacerazioni passate – dalle torture della Gestapo ai bombardamenti alleati, fino alle cannonate sovietiche (o alla persistente minaccia della violenza, da ambo i lati, nella Berlino della Guerra fredda) – quelli psicologici dell’umiliazione dovuta a una damnatio memoriae che non ha sempre raggiunto i risultati sperati, o li ha raggiunti con effetti collaterali in parte imprevisti. È la discrasia tra produzione istituzionale dell’eredità, intesa come lascito eminente, o bollato come tale, attraverso un discrimine che è tracciato sempre in modo vagamente brutale, e accompagnato da un’opera di selezione) e la percezione sociale della verità storica e quindi esistenziale, il tessuto urbano come spazio vivo.

Il lascito percettibile dello scontro novecentesco di tre grandi ideologie emerge in modo particolarmente pungente nelle pagine del secondo capitolo dedicate alla toponomastica. Il volume riporta alla nostra memoria episodi rimossi degli anni Novanta: una quantità di vie un tempo dedicate, per scelta della Ddr, a personalità di tutto rispetto, hanno subito una trasformazione a volte stupefacente dei loro nomi. Si è trattato anche di persone cadute per mano nazista, magari protagoniste di grandi battaglie delle donne, del movimento operaio, dei paesi post-coloniali e delle popolazioni europee oppresse dal fascismo, che la Germania riunificata ha fatto sostituire con denominazioni molto spesso riferite a cavalieri teutonici dai dubbi meriti, principesse prussiane il cui ricordo ha poco a che fare con le sensibilità dell’oggi, o regnanti non sempre noti per le loro attitudini pacifiche (o liberali).

Qui, come nel caso della decisione non soltanto di distruggere il parlamento “democratico” sulla fu Marx-Engels Platz, oggi ritornata Schlossplatz proprio di fronte al Duomo, ma anche di ricostruire al suo posto l’antico Castello degli Hohenzollern esattamente come era prima dei bombardamenti alleati (progetto ancora non realizzato), scorgiamo cambiamenti che provocarono, dopo la caduta del Muro, feroci polemiche politiche, nei palazzi come nella società. Si arrivò fino agli insulti post-mortem a Käthe Niederkirchner, uccisa dalla Gestapo in quanto militante comunista in un campo di concentramento, o alla cancellazione dell’attribuzione di una strada di Mitte a Clara Zetkin, che indisse da Mosca, nel 1921, la mobilitazione mondiale dell’8 marzo (oggi la strada è Dorotheenstrasse, dal nome di una nobildonna prussiana).

Questi episodi instillano nel lettore il dubbio che partiti come la Cdu di Angela Merkel, protagonista di queste iniziative, abbiano davvero depurato il conservatorismo liberale tedesco da ogni considerazione problematica della politica e del passato. La condanna del comunismo ha di fatto portato con sé la condanna di una parte eminente dell’antifascismo, che con esso coincise, mentre l’esaltazione della storia prussiana è nei fatti anche una sottovalutazione di quanto nel militarismo del Secondo impero germanico si delineasse come anticamera del Terzo impero, quello hitleriano.

Chiunque abbia vissuto a Berlino e in Germania sa, del resto, quanto la nazione celi nelle sue profondità ambiguità invisibili dall’esterno. Il graduale riemergere della destra estrema dopo il 1989, fino alle ultime tornate elettorali, trova nella cultura dei partiti cristiano-liberali una contiguità maggiore di quella che si sarebbe disposti ad ammettere in prima battuta. Di questo Berlino e i suoi spazi parlano, almeno a chi sa ascoltare le presenze anche come assenze, ossia riportando la decostruzione del testo urbano alla sua dignità teorico-filosofica, al di là degli slogan. Nell’opera di conservazione, distruzione e rimozione il lettore del libro ritrova perciò, sia pure mai attraverso una presentazione didascalica, l’emergere dello scontro ideologico del presente, tanto più ambiguo perché privo di apparenti opposizioni – o forse, appunto, assediato da divisioni innominabili, da tormenti indicibili.

Si dipana qui la traccia sotterranea del libro, che in realtà qualifica sul piano strategico questa ricerca. Come vivono, i berlinesi, la linea narrativa (o retorica) prescelta dopo il 1990 dalla Germania federale, ingrandita dall’annessione di quella democratica? Attraverso le interviste realizzate nella parte orientale della città, non ultimo tra i visitatori locali di mostre e musei dedicati alla storia della divisione tedesca, l’autrice riesce a mostrare come allo spettro del dolore storico si affianchi quello delle sensibilità plurali della popolazione che visse la Ddr. In essa un sentimento emerge come maggioritario: non è quello dell’assoluzione né quello della condanna pura e semplice della Ddr (entrambe le soluzioni sembrano risultare a molti semplicistiche), ma quello dell’irritazione per il modo in cui la Germania federale ha vissuto finora quel controverso lascito della storia tedesca.

Prevale, ci mostra l’autrice, una disapprovazione quanto meno per il modo in cui è stata pronunciata la sentenza sulle istituzioni distrutte, e questo perché essa ha assunto i contorni a dire il vero usuali, ma raramente apprezzati, della rimozione nevrotica. I reduci tedesco-orientali di quei decenni percepiscono come fuori luogo l’uso dell’anatema nell’ambito della politica culturale e della restituzione della complessità storica della nazione, soprattutto se esso trova il suo perno in una maledizione che, lanciata contro quei quarant’anni di Germania orientale, viene percepita (e su questo occorre interrogarsi) come una condanna senza appello di una parte della loro vita – e quindi, nei fatti, di una fetta fondamentale della società tedesca, che contribuisce naturalmente a comporre anche quella attuale. Restituire questo sorprendente effetto storico-politico, di cui le trasformazioni urbanistiche della Berlino odierna sono pomo della discordia, con un rispetto e una delicatezza che nulla sanno di partigianeria nostalgica o semplificazione ostentata, è uno dei risultati più apprezzabili di questo libro.

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