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Tracce di Bene

Dopo essere stato presentato alla Festa del Cinema di Roma, questa sera debutta su Sky Arte il documentario di Giuseppe Sansonna su Carmelo Bene. Questo articolo è uscito su Robinson  – La Repubblica

di Nicola Lagioia

“Sono un anarchico. Sono fuori da ogni problema politico. Credo negli uomini, i cittadini mi fanno schifo. I ministeri mi fanno schifo. Non me ne importa niente dell’ Italia…”. Roma, cinema Farnese, 1972. A parlare è un Carmelo Bene trentacinquenne durante un infiammato dibattito sui tagli alla cultura. In platea la gente fischia e applaude. Sul palco, accanto a Bene, c’è Pier Paolo Pasolini. Mentre Carmelo esprime con foga una filosofia che negli anni saprà padroneggiare sempre meglio, Pasolini è nervoso: il suo precedente intervento è stato interrotto, così lui sfoglia platealmente un quotidiano senza guardare nessuno. Poi smette di fingere di leggere e bacchetta il giovane amico: “Per cortesia Carmelo, cerchiamo di ragionare… Tu dici: niente ideologia, niente politica. Ma qui ti contraddici due volte, perché se dici no alla politica fai del qualunquismo, e se ti proclami anarchico fai di questo un’ ideologia”.

Carmelo Bene osserva Pasolini sbigottito. Sembra sul punto di ribattere ma rinuncia. Non ha voglia di polemizzare con un intellettuale che rispetta e verso il quale prova anche gratitudine. Ciò che però Pasolini ritiene utile a smontare i luoghi comuni (“cerchiamo di ragionare”) Carmelo lo considera il luogo comune per eccellenza, poiché la salvezza risiede non nel pensiero ma nel suo totale smarrimento.

La sequenza – magnifica, e quasi mai mostrata – è contenuta in Tracce di Bene, nuovo documentario di Giuseppe Sansonna che debutta martedì 31 ottobre alla Festa del Cinema di Roma, e poi in tv il 2 novembre su Sky Arte. Nel film Sansonna racconta l’ infanzia e la giovinezza di Bene, e lo fa attraverso la voce di quest’ultimo. Facendosi aiutare da Giancarlo Dotto, in cui Bene negli ultimi anni trovò un prezioso confidente, Sansonna usa le registrazioni inedite delle conversazioni tra i due. Bene racconta a Dotto la sua vita, e queste macerie di memoria (“il passato non esiste, è un’ illusione: abbiamo tracce di ciò che non fu mai nemmeno scritto. Ci hanno disegnato alla fine, ma prima il fiore e poi la sua stagione”) diventano il voice over del film.

“Si può essere confusi senza nessuna idea? Quella è l’ infanzia”, dice Bene evocando ciò che per lui resterà sempre l’ età perfetta. Tutto comincia in Salento, dove un Carmelo bambino apprende i rudimenti del teatro servendo messa anche tre volte al giorno. Nel rito sono sepolte le fondamenta della tecnica teatrale, ma in questa parte di mondo (“il sud del sud dei santi”) c’ è una specificità che Bene farà germogliare in modo originalissimo quando dall’altare passerà sui palcoscenici. L’umanità che frequenta le messe intanto lo affascina, a cominciare dai preti: “Erano degli ubriaconi. Una volta, mentre servivo messa, passai al prete il vino con troppa acqua e mi beccai un vaffanculo. C’ ero abituato”.

Ma sono le “beghine mattutine” che ripetono i versi in latino senza capire niente a conquistarlo davvero: “Dire qualcosa di cui non si sa niente: cos’ è la fede, se non questa mancata comprensione? Che grande errore abolire la messa in latino. Quando la gente ha capito di cosa si trattava, è finito tutto”. Il santo di riferimento di Carmelo è allora Giuseppe Desa da Copertino, anche conosciuto come frate Asino: “Illetterato et idiota. Guardiano di porci. Immerso in un eterno stupore bambino. Alleggerito dalla zavorra dei pensieri, e proprio per questo in grado di volare”.

Sul versante laico, l’educazione di Carmelo passa per la zia Raffaella, una stramba “signorina Infelicita” che vive a Lecce “in questa casa piena di peschi sul terrazzo anteriore, e melograni a boccaperta sul retro”. Raffaella impartisce a Carmelo lezioni di bel canto. Vuole farne un tenore. I due provano su un pianoforte “talmente in disuso che i tasti erano neri e giallo ocra. Lei mi dava il la e io strillavo. Presa da queste occupazioni, trascurava il pranzo, la colazione, la cena”. Così i parenti, affamati, iniziavano a protestare: “Come i carcerati, battevano le stoviglie sulla tavola. Zia Raffaella li zittiva: ‘ Poveri mortali!’, diceva, ‘di solo pane vive l’ uomo. I divini come noi, no!’ La situazione era manicomiale, ma io la rivivo con immenso piacere”.

Chi ritenga queste esperienze troppo bizzarre e provinciali per formare un grande artista, dovrebbe vedere Carmelo qualche anno dopo. Trasferitosi a Roma per studiare giurisprudenza (i suoi lo sognano avvocato) frequenta l’ accademia teatrale restandone deluso. Annoiato dai “paludati senatori” della Silvio d’Amico, Bene si butta a capofitto nella costruzione di un mondo tutto suo, un universo parallelo in cui un ragazzino venuto dal nulla può stabilire un’intesa immediata con il più grande scrittore del suo tempo.

Così, a Venezia, appena ventunenne, Carmelo Bene avvicina Albert Camus con una sfrontatezza e una delicatezza ineguagliabili. Gli chiede di poter rappresentare Caligola, il dramma sull’imperatore pazzo che il premio Nobel scrisse a più riprese dalla fine degli anni Trenta. Bene non ha mai firmato una regia. Camus sono anni che nega a chiunque i diritti di rappresentare l’ opera, ma questo ragazzino è diverso da tutti gli altri. I due parlano al bar. Camus beve un’ aranciata, Bene un doppio whisky. A un certo punto Camus domanda: “Un momento, ma chi dovrebbe fare la parte di Caligola?”. “Io, maestro, se le basta”, dice Bene. “Ah, bon bon”, risponde Camus, “basta e avanza”. Affare fatto, esordio clamoroso.

Inseguendo la voce di Bene, Sansonna ci porta anche nel manicomio dove i genitori dell’attore, grazie a un medico compiacente, lo fanno rinchiudere per impedirgli di sposare la ragazza di cui si è innamorato: “Era più grande di me di sei anni e non aveva il becco di un quattrino. Mi sedarono, e così una bella mattina mi risvegliai nel manicomio”. Era un metodo non così infrequente per costringere i ragazzi ribelli a ragionare. Ma persino da questa esperienza Carmelo Bene saprà trarre una lezione che porterà sulla scena: “Tutti questi Lancillotto, questi sedicenti Napoleone… dicevano cose inaudite, ma interessanti. C’ era un avvocato abbandonato dai parenti. Mi batteva sempre a scacchi, e mentre giocava diceva frasi fulminanti. Del tipo: ‘ Cristo viene prima dei profeti. Perché i profeti annunciano la venuta di Cristo. Ma se Cristo non fosse mai venuto, loro non sarebbero profeti’. Non faceva una piega”, commenta Bene. Che subito dopo si spinge a dire: ” I giorni in manicomio sono stati tra i più felici della mia vita. Comunicavamo solo per iperboli. Lì dentro non c’ era l’ io. A differenza degli attori di teatro, i pazzi veri non si immedesimano nel personaggio. Sono smedesimati. E così fanno venire a galla l’ illusione del dialogo, la fragilità del linguaggio”.

Un giornale dell’epoca riuscì a scrivere senza ironia: “Dinnanzi a personaggi come Carmelo Bene nulla può la critica teatrale. Debbono intervenire i carabinieri”. Ma per arrestare la rivoluzione di Bene è stata sufficiente la nostra stupidità. Nel 2017 Carmelo Bene avrebbe compiuto ottant’anni. Quasi nessuno se n’è ricordato, aumentando paradossalmente il valore della frase di João César Monteiro che Bene volle per epitaffio: ” Non siete voi che mi cacciate. Sono io che vi condanno a rimanere”.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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