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Tradurre Cheever, il meraviglioso

I due libri di John Cheever, i Racconti e i suoi diari (Una specie di solitudine), entrambi editi da Feltrinelli nel 2012, sono forse la cosa letteraria più bella uscita in Italia negli ultimi anni. L’aura che si sprigiona da questa sorta di doppia autobiografia letteraria, fiction e non fiction, non smette di irraggiare meraviglia. Dopodomani, 11 giugno, a Roma a Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, in un incontro per la rassegna di traduzione letteraria organizzata dalla Regione Lazio con il progetto ABC Cultura, Adelaide Cioni parlerà del suo lavoro di traduzione, per poi lasciare la parola alle letture di Daria Deflorian. Qui di seguito riportiamo la sua appassionata postfazione ai Racconti.

(L’immagine è un frame del film Il nuotatore, tratto dall’omonimo racconto)

di Adelaide Cioni

A volte fra traduttori e autori ci sono incontri che assomigliano a delle promesse. La prima volta che ho letto il nome di John Cheever è stata dodici anni fa, quando vidi Il nuotatore, appena uscito in Italia per Fandango. Ricordo distintamente che mi stupii allora nel provare un inspiegabile quanto profondo senso di nostalgia per quel nome a me nuovo, e per un attimo pensai che avrei voluto tradurlo. Perciò quando dieci anni dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor di Feltrinelli che mi proponeva di tradurre i racconti e i diari ancora inediti in Italia, mi è suonata come una risposta. La nostalgia che avevo provato sfogliando Il nuotatore era la nostalgia di un evento futuro.

L’idea di tradurre Cheever metteva comunque soggezione. Tanto per cominciare è stato tradotto, e credo amato, da diversi bravissimi traduttori prima di me, e questo è sempre problematico; poi c’era la questione della fama, il fatto che è stato osannato come il “decano”, il “Cechov” del racconto americano. Sono cose che intimoriscono, ma solo finché non ci si chiude in una stanza insieme all’autore e non si intraprende quel dialogo sfiancante e intimo che è la traduzione, dove ogni valutazione legata al prestigio e alla storia decade di fronte al lavoro sulle parole, alla realtà oggettiva del testo.

Al principio, quando ancora stavo solo leggendo i racconti, avevo deciso che l’aspetto che mi premeva di più rendere della scrittura di Cheever era il lirismo, la sua estrema capacità di nominare le cose in modo da farcele vedere reali e poetiche insieme, ma poco dopo mi sono resa conto che era del tutto inutile concentrarmi su singoli aspetti estetico-formali e che la vera impresa era al contempo molto più semplice e molto più complessa: il punto era scegliere le parole per un uomo che oltre ad avere una portentosa facilità narrativa (pare che a otto anni intrattenesse maestre e compagni di scuola improvvisando storie che duravano ore), viveva con più lucidità e maggiore sofferenza di tanti altri le proprie contraddizioni.

L’incoerenza è un lusso che la maggior parte di noi fatica a concedersi apertamente. La pratichiamo tutti, ma con vergogna. Tendiamo sempre a voler dare al mondo e a noi stessi un’immagine lineare di quello che siamo, ma è un’illusione, ed è del tutto fuorviante nella ricerca della verità. Serve all’ordine psico-sociale, ma è fasulla. Per quanto riguarda l’universo della narrativa, poi, costruire personaggi coerenti è una delle prime regole che insegnano nelle scuole di scrittura, sebbene questo non corrisponda mai alle cose come le viviamo. Perché noi siamo incoerenti: cambiamo idee e simpatie, tradiamo, ci rinnamoriamo. Non siamo monolitici nel nostro sentire e agire. Se lo fossimo il mondo sarebbe immobile. Il problema è dirlo, ammetterlo, e dopo averlo ammesso raccontarcelo. E raccontarcelo in modo da farlo apparire verosimile. Cheever diceva della verisimiglianza che “è una tecnica per rassicurare il lettore della veridicità di quello che gli si sta raccontando. Se il lettore è convinto di stare su un tappeto, glielo si può strappare via da sotto i piedi.” È l’elemento dello stupore, ovvero l’altra faccia dell’incoerenza.

Ne L’oceano seguiamo il protagonista per quindici pagine in cui ci parla con terrore di sua moglie, dalla quale teme di essere avvelenato, salvo poi, negli ultimissimi paragrafi, ricordarsi improvvisamente quanto è innamorato di lei, quanto è bella, quanto sono grandi e profondi i suoi occhi azzurri che sembra potersi togliere dalle orbite e infilarsi in tasca. Siamo sconvolti dall’improvvisa piega che prende il racconto, eppure gli crediamo, ci sentiamo immediatamente più vicini al protagonista e ci stupiamo di quanto siano abbondanti le risorse d’amore presenti in lui come in ciascuno di noi. Non è impresa da poco per un racconto di poche pagine.

Saul Bellow diceva che chi legge la raccolta dei racconti di Cheever “assiste a una drammatica metamorfosi. La seconda metà del libro è diversissima dalla prima” e passava poi ad accennare a un senso di progressiva espansione e trasformazione dell’autore. Sono grosso modo i racconti che erano fino ad oggi inediti in Italia, quelli della vecchiaia, potremmo dire. Ed è vero, Cheever cambia. Le analisi diventano più acutamente profonde e il realismo delle situazioni va slabbrandosi a favore di un aumento delle possibilità narrative. Cheever si concede di giocare di più con il surreale, si potrebbe quasi dire che diventa più sperimentale se non fosse che lui si sarebbe innervosito di fronte a una definizione del genere. (Quando gli venne chiesto se si sentisse attratto dalla sperimentazione, rispose seccamente: “La narrativa è sperimentazione; quando smette di esserlo, smette di essere narrativa. Non si scrive mai una frase se non si pensa che non è mai stata scritta in quel modo, e che forse addirittura la sua stessa sostanza non è mai stata provata.”)

Quel che è certo è che con l’avanzare del tempo Cheever diventa più penetrante nell’esprimere la sua visione, più libero ed efficace nel desiderio di spogliare le cose e smantellare le ipocrisie della vita borghese, più disposto a incidere quella “cartilagine di decoro” che ricopre il pathos delle nostre vite e ad assumere toni più lirici e in un certo senso disperati. Ed ecco allora racconti come Il quarto allarme, La morte di Justina, Una visione del mondo, Mene, Mene, La geometria dell’amore, I gioielli dei Cabot, per parlare solo di alcuni di quelli fino a ora inediti in Italia, pezzi assolutamente geniali, che riescono a combinare critica sociale, lirismo, comicità.

Ora, ho dimenticato di dire che Cheever era attaccatissimo a quella stessa società di cui descriveva la meschineria, in una felice rassegnazione che pochi avrebbero il coraggio di riconoscersi. Come il protagonista de Il quarto allarme che non riesce a staccarsi da quei due o tre oggetti che rappresentano le sue uniche sicurezze: il portafoglio, l’orologio, le chiavi della macchina. O come quello de La chimera che potrebbe divorziare dalla moglie e lasciare i figli ma non potrebbe mai separarsi dal vialetto di casa sua, dalle sue piante, dalle tegole del tetto che ha riparato con le sue mani. E come loro tanti altri. In fondo è una riflessione sincera su quanto abbiamo bisogno della società in cui viviamo, pur sapendo che ci rende infelici, perché a volte invece, con la luce giusta e gli alberi in fiore, ci rende felici eccome. È tutta una questione di sguardo e di momenti, e Cheever aveva spesso lo sguardo di un innamorato. Leggiamo ne I gioielli dei Cabot: “I bambini annegano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra.”

E Cheever fa questo per noi: dopo aver scandagliato le voragini che si spalancano sotto i nostri piedi a ogni passo, riesce a salvarci. Per un caso fortunato, per un dettaglio banale ma miracoloso, per una pioggia improvvisa. Come se volesse dire che il cinismo è solo uno dei modi possibili di osservare le cose, e che esiste un altro sguardo che possiamo adottare, quello che ammette l’incoerenza, la possibilità della purezza, lo stupore davanti alla potenza della luce, della bellezza, dell’amore. È uno stupore che tocca anche noi, lo conosciamo bene, è tanto profondo quanto pervasivo, ed è quello che ci tiene in vita. Per questo bisogna leggere Cheever, perché è uno di quei rari, grandi scrittori che mentre ci attira dentro le sue storie non smette mai di ricordarci cosa significa essere umani.

 
Commenti
5 Commenti a “Tradurre Cheever, il meraviglioso”
  1. luigi scrive:

    che bel pezzo. Complimentoni all’autrice

  2. Solounatraccia scrive:

    Un certo tipo di bellezza ha il pregio di rifrangersi negli occhi di coloro i quali hanno avuto la fortuna di averne illuminato lo sguardo.
    Cheever riluce.

    http://solounatraccia.blogspot.it/2012_06_01_archive.html

  3. Pino scrive:

    Che bello

  4. jacopo scrive:

    …………………………………………Che peccato, speravo tanto che quelli della foto fossero John Cheever e Ilaria Cioni!

  5. jacopo scrive:

    *ADELAIDE Cioni!

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