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I giorni dei treni

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: And (Magoo), Spin, 2 Seventh Avenue Express, 1982, ©Henry Chalfant)

È appena uscito in America ad arricchire la già ampia e bella bibliografia sulla street art un volume fotografico dal titolo Training Days. The Subway Artists Then and Now (Thames & Hudson, pagg. 176, £12.95). I treni raccontati nel volume (curato da Henry Chalfant e Sacha Jenkins) sono quelli della metropolitana di New York, divenuti tra gli anni settanta e gli ottanta tele perfette per l’arte di ragazzini in cerca di un buon posto dove esprimere la propria creatività.

Nella prefazione al libro, Chalfant (già autore insieme alla fotografa Martha Cooper del libro di culto sulla street art Subway Art, edito una prima volta in America nel 1984 e poi venticinque anni dopo ripubblicato in Italia in una nuova versione dalle edizioni L’Ippocampo) racconta come nell’estate del 1977 andò a fotografare i primi treni nel Bronx. Nei sette anni successivi non smise mai di fotografare, raccogliendo un totale di 800 foto (alcune raccolte in Training Days). Fotografava treni, ma anche muri del Bronx e campetti di palla a mano. Le annate buone erano quelle dei blackout o degli scioperi, quando come in sospensione l’ordinario si fermava e ogni cosa fuori dall’ordinario diventava possibile.

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Dice sempre in prefazione il coautore del libro Sacha Jenkins che tutto quanto cominciò perché i ragazzini newyorkesi in quegli anni si annoiavano. Non esistevano videogiochi, computer, social network, e per sfangare la giornata bande di adolescenti andavano a scrivere i loro nomi sulle fiancate dei treni. Li scrivevano in modo che si notassero, con caratteri massicci e colori accesi, perché quando i treni passavano dalla banchina dovevi leggere chi erano. Di quegli anni e di quei treni Chalfant e Jenkins hanno raccolto dodici testimonianze.

In ordine alfabetico, i protagonisti e narratori del libro sono Bil Rock, Breezer, Daze, Jon One, Kel, KR, Lady Pink, Sak, Sharp, Skeme, Spin e Team. Unanime da parte dei dodici writers è l’idea che quell’epoca si trovi a una distanza incolmabile dall’oggi. Racconta Bil Rock della prima grande mostra di street art (The Times Square Show, organizzata dall’artista John Ahearn e dal regista Charlie Ahearn) in cui venne chiamato da Jean-Michel Basquiat a fare un pezzo.

A un certo punto dice: “Eravamo interessati soprattutto a risparmiare più colore possibile di quello che ci avevano dato John e Charlie per andare a fare più tardi quella stessa notte il deposito dei treni D”. Più avanti Daze, mettendo a fuoco una delle ragioni della scomparsa di un certo modo di fare street art, dice: “Credo che quello che manchi adesso sia l’urgenza: quell’urgenza di portare a termine qualcosa in uno spazio di tempo limitato usando un mezzo che sai essere lontanissimo dalla perfezione”.

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  Bil Rock, Min e Kel nel lay-up della stazione City Hall di notte, 1983,  © Henry Chalfant

© Henry Chalfant

quella più sottile è: Nac, Daze, 2 Seventh Avenue Express, 1981.

quella centrale è:.

l’ultima (dove si vede anche il palazzo dietro): .
È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
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