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Tranquillo prof, la richiamo io

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Christian Raimo da oggi è in libreria con Tranquillo prof, la richiamo io (Einaudi): lo festeggiamo pubblicando l’incipit del libro. (Immagine: l’illustrazione realizzata da Tuono Pettinato per la copertina.)

di Christian Raimo

Non è molto importante il mio nome, ma mi piacerebbe che mi chiamaste Radar: c’è un motivo «personale», «sentimentale», che… ok, ve lo spiegherò in seguito.

Faccio l’insegnante. Anzi – diciamola meglio – io sono un insegnante. Il mio sangue è fatto del gesso che trasuda dalle lavagne. La mia carne è il succo della vita che sprigiona dall’inchiostro delle pagine sul registro. Il mio cuore batte all’unisono con l’eco delle campanelle.

Il mondo sta cambiando sempre piú velocemente. Alle volte l’unico albero a cui possiamo aggrapparci forte, per non essere spazzati via dalle incredibili trasformazioni che ci circordano, è il rapporto con i ragazzi. Loro, i ragazzi, sono «il mio albero».

Per queste prime parole che volevo condividere con voi ho scelto un’occasione speciale. Oggi è il primo giorno di scuola. Come è mia abitudine all’inizio dell’anno, sono arrivato sul posto di lavoro alle sei e un quarto di mattina. Ho i miei «riti».
Aspetto che il custode mi apra, e poi salgo le scale ancora immerse nell’oscurità. I corridoi odorano di detersivo, e io inalo quell’odore come se finalmente ritrovassi un’energia smarrita dentro la memoria.

Mi piace vagare per la scuola ancora deserta, lasciare fuori la luce di questo settembre che, per usare un’immagine forse un po’ forte, dà a ogni cosa un colore paglierino tipo bottiglia di Falanghina vista in controluce.

Durante l’estate la ditta delle pulizie ha tolto le cataste di volantini e i cataloghi delle case editrici, e adesso anche la sala insegnanti sembra un luogo dolce e familiare. Una specie di «utero materno».

Arrivo finalmente alle mie classi: la terza F, la quarta F, e la quinta F. I miei ragazzi, chissà come saranno quest’anno. Quali sogni avranno con loro, quali determinazioni, quanto conflitto e quanta conoscenza «passerà » per questi banchi…

Infine raggiungo la cattedra. La mia cattedra. All’improvviso, ho una fantasia. Talmente violenta che sento l’obbligo di doverla assecondare. Potrei mettermi sotto la cattedra. E aspettarli qui, i ragazzi.
Perché no?
Mi accuccio. Da questa posizione, tenendo le gambe strette al corpo, riesco a vedere la classe da un’angolazione tutta nuova. In fondo, lo ammetto, sono emozionato.
Stanno arrivando.

 

– Ecco qua. Buongiorno, ragazzi, come state? Tutti abbronzati… Come sono andate le vacanze, eh?
– Bene.
– Bene, eh? Vi siete divertiti?
– Sí, professore, grazie.
– Dài. Volete raccontarmi un po’ che avete fatto, dove siete stati? Tu, Carlo, sei andato in Scozia come dicevi?
– Anche, sí.
– È andato tutto bene?
– Sí, grazie.
– E tu invece, Mara, dove sei stata?
– In Grecia.
– Ah, in Grecia… Bellissimo! Fantastico! E che giri hai fatto, che cos’hai visto?
– Varie cose.
– Hai visto il Partenone? Eh, l’hai visto?
– Sí, l’avevo già visto, prof.
– Che impressione ti ha fatto, eh? Come ti è sembrato?
– Prof…
– Dimmi Andrea, dimmi…
– Non è che potremmo cominciare la lezione normalmente?
– Sicuro, adesso cominciamo… Ma questo era perriprendere un po’ il filo, no? Tutti di nuovo insieme, per un altro anno… Oggi che è il primo giorno siamo qui per carburare… abbiamo appena iniziato. Non abbiamo ancora i libri con noi, e…
– Veramente noi ce li abbiamo, prof.
– Ma forse non tutti ce li hanno. Era per ritrovarsi…
– Ce l’hanno tutti, prof.
– Cosa?
– Il libro.
– Sí, certo, però magari c’era qualcuno che voleva riassestarsi un secondino…
– Vuole che le presti il libro, prof?

 

– Ragazzi, iniziamo bene l’anno, allora… Bentornati di nuovo a tutti. Prima di riprendere a spiegare, mi sono portato in classe due righe che ho buttato giú stanotte e che vorrei leggervi. È una cosa a cui tengo… Dunque, leggo: «Mi piacerebbe impostare diversamente il nostro rapporto. State crescendo, noi ci conosciamo ormai da un po’. Dunque non ha senso che ci sia un’asimmetria cosí smaccata: io il professore da una parte, voi gli studenti dall’altra. Credo che voi e io dobbiamo collaborare. Possiamo dare forma… a un Patto Educativo. È necessario valorizzare insieme una sincerità, una schiettezza, utile a entrambe le parti.

Quindi vi dico, con il cuore in mano, che se ci sono osservazioni… anche polemiche, anche critiche… io sono qui. Il prof? Presente! Aperto, curioso. Perché occorre discutere, ragazzi. Occorre trasformare questo rapporto in uno scambio continuo, pieno di stimoli.

Vi ho fatto delle fotocopie dove troverete la mia mail privata, il mio cellulare, il mio contatto su WhatsApp e quello su Instagram. Questo perché io dico: interfacciamoci al di là di cattedre e banchi, guardiamo anche al mondo esterno. Ho un sogno: questa classe dev’essere un laboratorio, un work in progess, in cui ognuno è un componente essenziale». Fine.
– …

– Ecco qui. Ditemi già da subito, cosí a caldo, se avete delle cose di cui vorreste dibattere oggi… Oppure delle osservazioni, delle piccole richieste da fare per l’anno che viene.
– …
– Non ve l’aspettavate, eh, questa sincerità? Sono un po’ commosso anch’io, come voi…
– Io, prof, vorrei dire una cosa… Se posso essere diretto, come lei dice.
– Benissimo, certo. Dimmi pure, caro Federico.
– Vorrei che arrivasse puntuale a scuola.
– … Scusami… Chi?
– Lei, prof.
– Ah, io… okay… Ecco, certo, è giusto… è giusto… Ma se vi ricordate ieri alle sette ero già qui.
– Il primo giorno, prof, poi sbraca completamente.
– Sí, alle volte è vero: faccio qualche minuto di ritardo… Partiamo però dal confronto di queste diverse prospettive… anche sul tempo tra docente e studenti… che non è tanto un aspetto quantitativo, ma qualitativo.
– Prof, lei arriva alle otto e venticinque quando va bene, della prima ora ne perdiamo la metà, stiamo a aspettarla senza far niente…
–Sí, Federico, giusto, allora adesso ti rispondo… Ma c’era anche Valentina che voleva dire una cosa… Valentina, prego.
– Posso essere schietta anch’io?
– Devi, certo.
– Parlo a nome anche di altri. Preferiremmo che in classe non stesse sempre col cellulare in mano.
– Ecco, sí… Questo, adesso che me lo dici… Ma c’è una cosa da dire: è vero, mi vedi sempre con il cellulare in classe… In realtà io lo metto qui per vedere l’ora…
– C’è l’orologio dietro di lei, prof.
– Come dici?… Ah sí, certo, ma l’abitudine…
– Anch’io, prof, avrei una cosa da chiederle.
– Maurizio, dimmi dimmi.
– Volevo chiederle se può segnare i compiti sul registro. Lo lascia sempre in bianco, non capisco perché devo telefonare a questo o a quello se sono assente… Basta che faccia come gli altri professori.
– Ah… dici… È che alle volte, alla fine dell’ora, sono preso dalle belle discussioni che ci accalorano…
– A questo proposito volevo intervenire anch’io, prof… Posso dirle solo due parole?
– Certo Gianluca.
– Meno discussioni.
– In che senso Gianluca, perdonami…
– No, solo queste due parole, prof. Se le segni: meno discussioni.
– Anche diciamo rispetto al rapporto, quindi… L’interazione docente-studenti, dici? Intanto mi sto segnando tutte le cose che avete detto… Tutti stimoli interessanti… C’era qualcun altro che voleva intervenire, magari anche con altre idee…
– Prof?
– Dimmi, Emanuele… Vuoi ragionare pubblicamente sul bisogno di attenzione che voi ragazzi avete a quest’età? Sapete che io sono molto attento… Molto ricettivo, ecco.
– Volevo solo chiederle se cominciamo con Leibniz, ora.

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