ANOHNI

Trans: a memoir

ANOHNI

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Beatrice Mele

Prima di entrare nel cast di Orange Is The New Black, Laverne Cox aveva già recitato in tv, sempre con piccole parti, sempre nel ruolo della prostituta, nient’altro che la reiterazione di un cliché, quello di un corpo buono per il sesso in contesti segnati dal degrado e dalle difficoltà, come se fosse una provenienza umile e poco alfabetizzata a segnare un destino apparentemente estraneo alle fasce abbienti e benpensanti della società.

Oggi che è un volto riconoscibile nella lotta contro le discriminazioni, Cox ricorda la solitudine dell’infanzia in Alabama trascorsa tra il bullismo e l’ostinazione della madre nel crescere da sola e garantire un’istruzione ai suoi due bambini, la vergogna quando la maestra la sorprese in abiti da donna e la libertà sperimentata nella danza. Un goffo tentativo di suicidio, poi la rinascita. Nella popolare serie Netflix, il suo personaggio è in prigione perché ha violato la legge per pagarsi la transizione, l’iter di interventi chirurgici e terapie ormonali che comporta cambiamenti nelle emozioni e nel corpo dell’individuo nonché nel suo relazionarsi con la società, e nell’episodio diretto da Jodie Foster focalizzato su Sophia si scopre che ha una moglie che le è rimasta accanto e un figlio con il quale il rapporto si è fatto più complicato.

Si tratta di uno dei primi esempi di transgenitorialità in tv, un salto enorme nel dare conto di una realtà che è complessa, non necessariamente squallida, e anche per Cox, finita sulla copertina di Time, a mostrare che l’asticella dei diritti civili deve alzarsi ancora.

Dagli anni Novanta i trans hanno iniziato ad essere più visibili sui media generalisti, ma negli ultimi cinque il riposizionamento è evidente grazie alla pervasività della televisione che negli Stati Uniti si sta muovendo su strade poco battute, rilanciate ovunque attraverso il web e il satellite. Quando Jill Soloway racconta il coming out del padre e le ripercussioni sulla famiglia, la regista sceglie tinte tenui facendo attenzione a tenersi lontana da giudizi, santificazioni e pietismi. Nella pluripremiata Transparent, il professore universitario in pensione, interpretato meravigliosamente da Jeffrey Tambor, è il capofamiglia dei Pfefferman, ebrei benestanti di Los Angeles, e quando decide di prendere il nome di Maura i suoi errori non vengono dimenticati: egoismi, mancanze verso i figli e fragilità ne fanno, con tutto il resto, la persona che è, mentre la narrazione scorre immersa nella fluidità delle relazioni affettive, nelle sue implicazioni private e politiche, ma senza i toni perentori di Sense8.

La loro violenza era meschina e ignorante, ma in fin dei conti rispecchiava ciò che erano. La vera violenza, quella che ho capito essere imperdonabile, è quella che facciamo a noi stessi, quando siamo troppo spaventati per essere ciò che siamo realmente.

Come in questo passaggio, nella serie fantascientifica delle sorelle Wachowski è sempre presente la contrapposizione tra un noi e un loro ed è forte l’impressione di muoversi all’interno di una società in conflitto in cui le diversità politiche, religiose e legate all’identità e agli orientamenti sessuali sono mostrate ma mai davvero metabolizzate; un mondo in cui l’empatia è un superpotere. Lana, volto della collezione primavera/ estate 2016 di Marc Jacobs, ha dichiarato di aver concepito il suo primo personaggio transgender ispirandosi alla propria esperienza, definendo autobiografiche alcune scene del titolo ideato per Netflix.

Anche Antony Hagerty sentiva fin da bambino di voler essere una ragazza, un desiderio che incide in un brano di I’m A Bird Now, del 2005: “One day I’ll grow up / I’ll be a beautiful girl / But for today I am a child / for today I am a boy”. Oggi per tutti è Anohni, un nome col quale i familiari e gli amici la identificano da tempo “anche se prima mi vergognavo di far notare alle persone di riferirsi a me usando il pronome femminile”. Nella lettera pubblica con cui ha rifiutato di prendere parte all’ultima cerimonia degli Oscar perché non invitata a esibirsi per la categoria “miglior canzone” in cui era candidata, ripete più volte “Io, transgender” a dimostrazione che qualcosa è cambiato: è l’artista più in vista sulla scena musicale a parlare di sé apertamente con la delicatezza e la visione che le sono proprie, affermando se stessa e al contempo spogliandosi da ogni categorizzazione per abbracciare quella di essere vivente: “È un argomento molto dibattuto a Hollywood ma l’identità di genere può essere una distrazione dai problemi reali. I gay, ad esempio, credono di aver vinto la loro battaglia perché hanno ottenuto gli stessi diritti degli eterosessuali, ma cosa se ne faranno quando saremo tutti sopraffatti dal surriscaldamento globale?”.

Allargare lo sguardo è la risposta al circolo vizioso che Juliet Jacques ha vissuto sulla sua pelle, come molti. Il giorno in cui il Guardian le ha proposto di tenere un blog a tema transgender è stata un’occasione importante: grazie alla Rete e all’autorevolezza della testata, Juliet ha condiviso per tre anni con un pubblico eterogeneo e molto vasto aspetti della sua vita quotidiana, si è fatta un nome e ha imparato un mestiere, finché ha sentito che era arrivato il momento di tirarsene fuori per non restare imbrigliata: “La gente vuole certe cose da te e tu su certe questioni ne hai da dire per ragioni personali e anche per un senso di responsabilità politica. Ma c’è qualcosa che devi sapere, non devi scrivere esclusivamente sulla tua identità.” (che è un po’ come quando alle donne assegnano un articolo su Girls, giammai su Sons Of Anarchy: la logica è la stessa, basta non assecondarla).

Eppure Jacques, con quella che potrebbe sembrare una concessione alle ossessioni cisgender – dal dizionario di Oxford: chi si trova a proprio agio nel sesso attribuito alla nascita –, non ha archiviato la sua transizione, ma ne ha fatto l’apice di Trans: a memoir con tutti i limiti e l’enfasi che la formula confessionale comporta perché, si sa, tutti i memoir si somigliano e ogni storia di trans è disgraziata a modo suo (abusi inclusi); però, nel suo epilogo introduce una novità. Il libro si chiude con una conversazione su scrittura, identità e media con Sheila Heti, autrice canadese che ne La persona ideale, come dovrebbe essere? ha scavato nella terra della non fiction mentre si interrogava sulla collocazione esistenziale e autoriale di una donna bianca, istruita e non ancora trentenne. Una riflessione sempre valida qualunque siano gli attori in gioco: come ci si emancipa da se stessi senza tradirsi? Come si può essere un insider e un outsider allo stesso tempo? Quali possibilità si aprono fuoriuscendo dall’insieme in cui gli stereotipi ci costringono? Noi, come dovremmo essere?

Domande che animano il dibattito anche intorno alla trans lit che sta cercando di affermarsi oltre le storie a lieto fine dove l’eroe solitario finisce per trionfare sulla società bigotta, oltre quelle che indugiano pornograficamente su visite mediche e procedure chirurgiche e oltre quelle a sfondo erotico, per restituire storie che siano semplicemente umane. Ad ogni modo, c’è qualcosa di inquietante nel fatto che, salvo fortunate eccezioni, l’autenticità e il disagio siano le condizioni per assicurarsi la presa sul pubblico e dunque un progetto editoriale, letterario o cinematografico, che non sia a perdere.

Il caso di J.T Leroy è emblematico. Con Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa non fu come quando ascoltai per la prima volta Billie Holiday o Kurt Cobain, come disse Shirley Manson dei Garbage, ma ebbi una reazione più vicina a quella condivisa da Tom Waits: mi lasciò fulminata come da una scossa elettrica. Venduta come la storia vera di un ragazzino americano scambiato da tutti per una femmina, cresciuto con una madre tossicomane di cui aveva seguito le orme, prostituendosi, indossando la sua biancheria e subendo ogni tipo di violenza, il libro ebbe un successo straordinario. Non so cosa pensò il vecchio Tom a riguardo, ma non rinnegai quella sensazione quando seppi che si trattava di un bluff, che non c’era nessuna vittima, che nessuna madre di nome Sarah era stata così stronza e che quello nascosto sotto una parrucca e occhialoni scuri per promuovere una finta autobiografia non rispondeva al nome di Jeremiah “J.T.” Leroy.

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