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Il trauma nelle parole: Intervista a Max Porter

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di Elvira Grassi (fonte immagine)

In un appartamento di Londra abita una famiglia felice, padre, madre e due bambini. Un giorno la madre muore e tutto si tinge di dolore. Il padre è disperato, affronta inerte la gentilezza dei conoscenti, i «condoglianti in orbita», mentre i bambini si chiedono: «Dove sono i pompieri? Dov’è il rumore, il chiasso che fa un fatto come questo? Dove sono gli sconosciuti che si fanno in quattro per aiutarci, gridano, ci lanciano equipaggiamento fosforescente per cercare di calmarci e salvarci? Dovrebbero esserci degli uomini col casco che parlano una lingua nuova e drammatica, la lingua dell’emergenza», turbati di fronte alla sproporzione tra la catastrofe e l’assenza di rumore che un evento così catastrofico dovrebbe prevedere.

Ma di colpo, nella casa riempita di lutto, appare Corvo. Suonano alla porta, il padre va ad aprire ma non vede nessuno, poi sente un gracchio, avverte uno spostamento d’aria, un odore di putrefazione. Piume. E vede un occhio nero, «un lucente occhio nero inchiostro». È suo, di Corvo. «Me ne andrò solo quando non avrai più bisogno di me» gli dice Corvo, e così nella casa la famiglia è ricomposta: padre, due bambini e Corvo. Il padre tira avanti, si barcamena tra incombenze domestiche e lavoro, tra i bambini e un saggio su Ted Hughes che sta scrivendo per uno «scalcinato editore di Manchester», mentre i bambini si fanno sempre più indisciplinati, si sfidano in giochi violenti, architettano metodi per ammazzare pesciolini, raccontano frottole. E Corvo, la «cosa con le ali», scombussola ogni tentativo di normalità, diventa baby-sitter, analista, amico, consigliere, deus ex machina, ingaggia gracchianti «battaglie melodrammatiche» con il padre con cui si fa beffe della lingua del dolore, delle frasi fatte, del linguaggio trito e sentimentale, e a colpi di fiabe e filastrocche aiuta i bambini a tenere lontano «il demone che si cibava di dolore».

Il padre, i bambini e Corvo sono le voci di Il dolore è una cosa con le piume, il bellissimo romanzo-poema dell’esordiente inglese Max Porter pubblicato da Faber and Faber in Inghilterra nel 2015 e arrivato in Italia a fine 2016 da Guanda, nella traduzione di Silvia Piraccini. Nel giro di poco è stato pubblicato negli Stati Uniti da Graywolf Press e in molti altri paesi, si è aggiudicato l’International Dylan Thomas Prize nel 2016, ed è stato incluso tra i cento migliori libri del 2016 dal «New York Times» e nella shortlist del «Guardian First Book Award».

Il libro è diviso in tre parti – «Un pizzico di notte», «Difesa del nido» e «Licenza di partire» –, e in ognuna si alternano le voci, degli assolo a cappella, ed è proprio dalla struttura prende inizio la mia intervista a Max Porter.

Avevi in mente di scrivere un trittico fin dall’inizio o il libro ha preso questa forma mentre scrivevi? E le tre voci, le avevi pensate in questo ordine oppure le hai scritte separatamente e poi hai rimescolato le carte?

Non era una struttura che avevo pianificato, sono approdato al trittico e mi sono reso conto che questa forma mi avrebbe aiutato a muovermi come volevo, ad accostare le parti e a giocarci, a creare un libro vero e un libro-uccello. Mi riferisco non solo al movimento tra le sezioni, ma anche al movimento dentro le sezioni. La struttura a tre voci mi ha liberato, mi ha permesso di sentire la musica della storia. Senza una struttura del genere mi sarei perso! Una volta finito, ho cominciato a lavorare sull’ordine, ho sistemato alcuni punti, ho alzato il volume qua e là, ho tolto alcune cose che sembravano minacciare la vastità delle possibili interpretazioni di Corvo (simbolica, metaforica, letterale eccetera).

Il tuo Corvo non è l’aggressivo e maligno Corvo di Ted Hughes, ma in comune hanno il modo di giocare con la lingua. C’è una poesia del poeta inglese, Corvo va a caccia, che dice: «Corvo / decise di provare le parole. / Immaginò certe parole per l’occasione, una bella muta […] Corvo mutò le parole in bombe […]». È un po’ quello che hai fatto tu con Corvo, e con il padre e i bambini: hai giocato con le parole, con il linguaggio, hai «provato le parole». Corvo gracchia con una lingua imaginifica, il papà lavora con le parole e i bambini si divertono a inventare mondi di parole e fanno propria la lezione di Corvo (la lingua è una «trappola»). Il tuo libro è un romanzo sul potere delle parole?

È senza dubbio una celebrazione della lingua, e dello storytelling. Inoltre la storia parte da una situazione di malcontento nei confronti del linguaggio ozioso, del linguaggio fatto di cliché, ripulito, forbito. Corvo irrompe per scardinare tutto questo e per permettere al trauma di rivivere dentro la lingua. È una lettera d’amore al potere delle parole. La scrittura in generale dovrebbe esserlo. È un miracolo, le cose infinite che possiamo fare con le lettere dell’alfabeto. Ma al tempo stesso è terrificante, e vale la pena chiederselo, il danno che può fare il linguaggio volgare, la propaganda, le frasi fatte. Corvo «becca» il linguaggio, mostra a questi bambini quanto la lingua possa essere malvagia, sgradevole, e come l’amore si nasconda sempre, in attesa, dentro questa malvagità.

Mi è piaciuto il modo in cui i bambini cercano di proteggere il padre, il più fragile di tutti, sono gentili con lui ma al tempo spesso non perdono occasione per prenderlo in giro. Parlano e agiscono all’unisono, vivono tutto insieme. Come sono nati?

Grazie. Sono stati il punto di partenza, e i più facili da scrivere perché arrivano direttamente dalla mia esperienza. Alcune delle cose che i bambini dicono nel libro, infatti, si basano sui miei ricordi di bambino orfano di padre. Il mio obiettivo principale era quello di creare un senso di fratellanza, due fratelli che esistono insieme anziché come due individui separati. Il rapporto tra fratelli, non i fratelli. Volevo che usassero il racconto come un gioco d’amore, un andirivieni di opinioni, come una narrazione vivace e svincolata dalle convenzioni (senza cronologia, nomi, date eccetera).

Per reazione alla morte della madre diventano due diavoletti, fanno giochi violenti come Boom Sonico, creano un mondo immaginario molto dark, ma sanno anche essere dei bravi bambini, col padre e con la nonna. Mi hanno ricordato Lucas e Klaus di Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf, dove tra l’altro, centrale, c’è la figura della nonna perfida, mentre la tua è saggia: «Cominciate ad abituarvi alle delusioni, per quando avrete a che fare con gli uomini» dice ai bambini. Ci hai pensato a Lucas e Klaus quando creavi i tuoi bambini?

Questo paragone mi lusinga. Ho letto di recente il libro della Kristóf e mi ha impressionato. Strepitoso. Beh, sì, i bambini hanno delle risorse eccezionali quando devono affrontare il buio, il dolore. Hanno molto da insegnarci. Inoltre me ne sono servito per far emergere un aspetto naturale, familiare, anche femminile. I bambini hanno dentro di loro il potenziale per diventare persone cattive, e volevo che questa cattiveria fosse presente, e che potesse essere osservata con implacabilità. Il loro immaginario, e vocabolario, è necessariamente dark, violento, crudele e tenero. Mi sembrava una cosa sincera.

Crows

Ted Hughes e Emily Dickinson (il titolo richiama il suo verso «Hope is the thing with feathers» e la dedica iniziale è una correzione della poesia: «Che l’amore sia tutto quel che c’è / è tutto quel che sappiamo dell’amore; / tanto basta, il carico dev’essere / proporzionato al solco») sono fonti di ispirazione esplicite. Poi ci sono le favole, disseminate in tutta la storia. Quali avevi in mente in particolare?

Le fiabe inglesi e russe, le saghe nordiche, Angela Carter, il mito greco. Tutte quelle tradizioni orali che ci arrivano in forme sempre nuove, modificate da morale, culture e religioni diverse. Storie sulla natura umana vecchie come il tempo.

Nella scena finale il padre porta i bambini a spargere le ceneri della madre in un luogo che lei amava tanto. Sul bagnasciuga apre il barattolo e pronuncia il suo nome, poi recita Canzone d’amore di Ted Hughes, anch’essa nel ciclo Corvo, in cui un uomo e una donna si fondono e confondono l’uno nell’altra. Trovo che questa poesia sia molto plathiana, esplicitamente plathiana. Come mai l’hai scelta?

In parte è una cosa personale, perché mia moglie me l’aveva fatta leggere quando eravamo adolescenti. Mi sono innamorato di lei quando mi ha fatto conoscere questa poesia. In parte è un gioco letterario. Canzone d’amore è una poesia violenta e se ci pensi è assurdo recitarla su una spiaggia mentre disperdi le ceneri di un tuo caro. In effetti è la poesia più plathiana di Hughes, e nel ciclo Corvo devo dire che spicca, sembra quasi stridere con le altre. Ed è autobiografica – cosa insolita per Hughes –, o perlomeno così pare. È risaputo che i due poeti si aiutassero, nella scrittura, Hughes incoraggiava la Plath e viceversa. Le poesie migliori di Sylvia, le poesie scritte nella furia dell’ultimo periodo, sono qualcosa di assolutamente unico, per la violenza delle immagini e l’immediatezza della voce. Sono proprio queste poesie della Plath che Canzone d’amore sembra rievocare, perfino imitare; attraverso l’incessante corpo a corpo con Corvo, Hughes cerca di fare i conti con la visionarietà urlante della Plath senza però arrivare al suo brutale splendore. Ecco, inserire questa poesia nel mio romanzo è stato un modo per parlare di loro.

Sei editor di «Granta» e della Portobello Books di Londra, quanto il tuo lavoro ha condizionato la scrittura del libro?

Ho sgombrato la scrivania e ho cercato di non pensare al mio lavoro. Volevo trovarmi in un dialogo privato col testo e non pensare alla pubblicazione. Ma ovviamente non potevo smettere di lavorare e ho dovuto leggere centinaia di libri e molti mi hanno lasciato freddo, per questo ho voluto scrivere qualcosa di «caldo», di livido e particolare. In realtà credevo che fosse impubblicabile, per questo non mi sono lasciato distrarre da considerazioni editoriali. Ho semplicemente scritto il libro che volevo scrivere. Credo che non mi ritroverò mai più in questo spazio innocente!

Quando hai finito di scriverlo l’hai proposto subito a Faber and Faber?

Sì, e da una parte pensavo che la Faber, in quanto editore di Hughes, non mi avrebbe pubblicato, dall’altra invece pensavo che mi avrebbe pubblicato proprio per questo. Temevo che il fatto che avessi giocato con Corvo e con la poesia di Hughes non sarebbe stato molto gradito, ma dentro di me speravo che il mio omaggio, per quanto critico, venisse apprezzato. E così è stato! Poi il libro ha preso il volo ed è stato tradotto in tutte queste lingue (venticinque finora). Sono rimasto senza parole. Ancora stento a crederci. A volte ci sono libricini particolari, strani, che decollano, e questo è grazie ai lettori. Lettori che non sono spaventati da forme inconsuete, che sono contenti di essere condotti lungo un percorso particolare, contenti di leggere qualcosa di diverso se sentono che c’è il cuore. Questo mi rende felice.

Il destino di un libro è imprevedibile, tu che aspettative avevi?

Pensavo che avrebbe venduto mille copie, che sarebbe piaciuto a qualcuno e basta. E invece le vendite sono cresciute, cresciute, e io non ho fatto altro che arrossire e sentirmi sempre più grato. Non mi sono montato la testa. Adoro l’idea che la gente legga il mio Corvo in tante lingue.

Prima di diventare editor hai lavorato a lungo come libraio. Quanto si è rivelata utile questa esperienza per la tua carriera editoriale?

Credo che siano i librai a fare la fortuna degli editori. Un libraio sa bene cosa significa mettere un libro nelle mani di qualcuno, è in grado di riconoscere varietà, profondità, valore. E poi nei confronti della letteratura non ho un atteggiamento snobistico, mi piacciono la crime fiction, la sci-fi, la narrativa per l’infanzia, i fumetti, la poesia, i libri di cucina. Questo aiuta se lavori per una casa editrice molto letteraria: capire che il valore che diamo all’eccellenza non necessariamente significa qualcosa nel dibattito del mercato editoriale. Certi editori hanno un atteggiamento altezzoso nei confronti dei lettori. Credo che fare il libraio aiuti a spazzare via questo modo di fare.

Sei abitudinario quando scrivi? Scrivi su carta, su computer, in qualche posto privilegiato? 

In questo periodo non scrivo molto perché sono impegnatissimo. In genere faccio degli schizzi. Comincio a disegnare, poi questi disegni diventano appunti e questi appunti diventano paragrafi. Di solito scrivo la sera quando i bambini sono a letto. Sono passato al computer da poco, per fare le cose più seriamente, sedermi e scrivere, con più rigore, più consapevolezza, e in questo nuovo spazio proverò a vedere se sentirò di nuovo la scintilla, la rabbia, l’irrequietezza. Non si può fingere.

Che consigli daresti a uno scrittore alle prime armi? Cosa cerchi tu in un manoscritto?

Gli direi: scrivi ciò di cui sai scrivere. Sii severo, molto severo, con te stesso, fai una bozza, due bozze, scrivi e riscrivi e non buttare mai le vecchie versioni. Fai esercizio continuo, come se suonassi un violino. Lavora su cose semplici come il tono. Non imitare nessuno. Non pensare al mercato. LEGGI. Leggi, leggi, leggi. Io nei manoscritti cerco la freschezza e una letterarietà speciale che non mi faccia pensare a qualcun altro. Cerco l’arguzia, la delicatezza, l’abilità linguistica. Un po’ come quando conosci una persona nuova!

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