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Tre gocce

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Questo racconto è uscito su Urania 451, il numero 68 di Nuovi Argomenti dedicato alla fantascienza e curato da Carlo Mazza Galanti.

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Il modo in cui muoiono è curioso. Dico, come muoiono quando li prendi bene, pieni. Si accartocciano e fanno una specie di rosa (chi è che diceva che una rosa è una rosa?) che poi scompare su se stessa e quasi sempre lascia cadere una goccia iridescente. Quando ero piccolo, a casa, quanto sembra lontano, mia nonna mi mostrava sempre un trucco, prendevamo gli opilioni, che tutti pensano siano ragni ma ragni non sono, e tenendoli per le zampe gli dicevamo di regalarci una goccia di acqua santa, e se era santo quel qualcosa che un aracnide lussato, terrorizzato, cagava fuori, figuriamoci quel che emettono morendo questi elfi della macchina, ehi lo so che non dovrei dirlo, che è vietato dal regolamento chiamarli così, ma tra chi viene assegnato ai settori esterni i film su McKenna girano, è inevitabile… A volte, quando facevi il trucco dell’acqua santa ti rimaneva pure in mano una zampa, ma a ripensarci è probabile che fosse autotomia, il fatto che anche staccata si muovesse era di certo un decoy per i predatori, le abbiamo pure noi, le versioni di noi stessi proiettabili, quelle gonfiabili, parlanti, con le lucette… Anche qui, quando rimane qualcosa in più di una goccia, un petalo di rosa, quello che è, vibra tutto, genera caleidoscopie, salvo che non c’è più nessuno da proteggere, cosa vuoi sviare se ti ho già fatto fuori? ma in ogni caso meglio non guardare, meglio obliterare pure il petalo, la goccia, la minuscola pozza; le regole d’ingaggio del resto parlano chiaro…

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Non è che ci lamentiamo, qua. Si sentono certe storie… Sono convinto che alla fine un po’ tutti gli assegnati a questo o quel settore non proprio estremo dicono che, alla fine di ogni bilancio, non si lamentano. “Arruolati, vedrai il mondo,” lo usavano anche una volta nella marina, o sbaglio? Sì, certo, il mondo… Senza neanche mettere in mezzo le solite storie, uova che ti si schiudono sottopelle, frattali che ti rimangono in testa, spore vescicanti, noi mica ce la passiamo male. Ci buttano giù un mezzo ogni duemila, ogni tremila; il settore è grande, e anche se di quelle cose ne friggiamo, boh, un paio di milioni al giorno, il protocollo è comunque Adagio, neanche Andante, chissà poi chi se l’è inventata, questa cazzata dei nomi; siamo pur sempre e in ogni caso un teatro di esplorazione. Sì, lo so che c’è gente come quelli del GTE che “per ragioni esplorative” si ritrova a fare la guerra di posizione, ma comunque non è lo stesso protocollo, loro saranno di sicuro Allegro o anche Vivace… Certo, so anche quella storiella, quella del tipo che sta dicendo proprio questa cosa qua, protocollo Adagio, neanche Andante, e manco riesce a finire la frase perché si ritrova obliterato. Sì, so anche che se adesso lo faccio, poi finisce che capita a me, un classico. Sentito e risentito. Capito come? Così, “protocoll

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Uno dopo l’altro, e questi, quelli quasi uguali, dico uguali al nostro, sono i peggiori. Pensa svoltare uno di questi fronti di scogli e trovare un segno inequivocabile, qualcosa tipo la Statua della Libertà alla fine del Pianeta delle Scimmie. Sarebbe un bel sollievo, altroché, sapere che in realtà siamo sulla Terra. Qui invece niente. Mi ricorda la Turballe, un posto in Bretagna (non diteglielo, non si sentono bretoni, sempre che esista ancora la Bretagna, da azioni come questa è sempre così difficile essere certi di qualcosa, affermare dentro di noi qualcosa), lo stesso vento, la stessa sabbia che sembra pan di mandorle, dove i piedi affondano anche cinque o sei centimetri, su cui gli scarponi lasciano segni sgranati, anche se si vede bene la zigrinatura delle suole (uno potrebbe togliersi gli scarponi, immaginarsi scalzo, mah meglio di no, per ora), le stesse conchiglie, un misto di telline piccole, telline enormi, cozze, unghie di strega o cazzi di mare, secondo i modi di dire, secondo i posti, chissà come li chiamano qui, sempre che ci sia qualcuno a chiamarli, a dare un nome alle cose, e speriamo di no, speriamo di no, qualche chiocciola, il mare verde, verdissimo, i resti delle meduse che lì alla Turballe, come qui, erano marroni, rosa da piccole ma poi sempre marroni, con un impianto radiale nero, ben visibile, come se le ombre dei nuclearizzati mostrassero anche la forma dello scheletro (che poi a pensarci cosa mi lamento, protocollo Grave, meglio star qua che con quelli dell’ETB a nuclearizzare gente…) e spiaggiate si asciugano tonde, rimane solo l’ombra, una pellicola, e quel sistema di raggi neri. Alla Turballe c’erano i resti dei bunker degli antichi tedeschi, mi accontenterei anche di un bunker, ma niente, la spiaggia ha un carattere, una forma, del tutto antropizzata ma non c’è un oggetto, una cosa, che possa rassomigliare a un manufatto. Neanche quei sassetti marroni, o verdi, trasparenti, che sassi non sono ma cocci di bottiglia, sminuzzati e levigati dal mare.
L’atmosfera, i minerali, le alghe o cosa sono quelle filacce che si intravedono, è tutto uguale, qui si va senza tuta, si può immaginare via la tuta, il fucile, tutto, ci si può dotare di abiti civili, di un costume, quando ero piccolo mia madre mi comprava sempre costumi corti, io volevo quelli a mezza gamba da surfista, lei avrebbe voluto gli slip, sennò poi rimani con le cosce bianche come un pollo, diceva, alla fine dopo che le piantai una grana infinita sul primo slip (nero era, con solo un simbolino bianco sul lato) finimmo per accordarci sempre su dei boxer corti, ma adesso mi voglio proprio immaginare un bel paio di boxer a mezza gamba, blu a motivi batik di fiori, una canotta a righe, niente scarpe, mai piaciuto portare a mano le scarpe quando cammino in spiaggia, ecco, tra i segni umani che mancano qui, uno che particolarmente manca è la ragazza che avevo alla Turballe, che camminava davanti a me tenendo, lei sì, i sandali in mano e ogni tanto si girava come a vedere dove stavo io e mi sorrideva.
In mare si muove qualcosa, a occhio qualcosa di grosso, ci sono colleghi che avrebbero già smollato una granata, gente che si guarda e riguarda Aliens: scontro finale, che sa a mente le battute, Sei troppo troppa Vasquez, Game over ragazzi, game over, gente che non aspetta altro che la Caccia all’insetto, come diceva proprio Hudson, e però le cacce sono rare e allora ti accontenti di smollare una granata del 3 o del 16 nel mare di un mondo altro e veder venire a galla qualche bestia mucosa. Io no, io cammino, conto sul manufatto, lo spero e lo temo. Ricordo l’inquietudine, quella volta, un mondo tutto prati, un paradiso delle api, niente esseri intelligenti, niente cordati avresti detto, poi in mezzo a un prato questa cosa, questa campana, rossa brillante come di plastica (era di resina) lì inspiegata (prelevare campione, e tu stranito come quando in Accademia ti danno gli acidi e finisci piantato a guardare una foglia, una patacca di muschio), i bordi, le finiture, tutta una serie di dettagli ai tuoi occhi certamente artificiali, e invece magari stava lì da sempre, così, formatasi in chissà che modo, da chissà che forza demiurgica, e lì sì gente che aveva fatto l’Accademia con me sarebbe andata fuori di testa. Io no, io me la sono fatta sotto ma ho campionato quel che c’era da campionare e sono andato avanti. Sui mostri, poi, siamo preparati ed equipaggiati. Quello di cui ho paura io, dico paura davvero, è che ora appaia la ragazza, hai presente, come in Solaris, non so, viversi qualcosa del genere, finire a un tavolino a piangere come lo stalker di Stalker, che poi chissà, forse questa tradizione di guardarsi i vecchi film, ogni dipartimento col suo film feticcio, è quello che ci fotte, guardare le cose, pensarle, averle in testa, non cambia forse la loro natura? Meglio quelli del TBG che non fanno altro che guardare E.T., allora…
C’è un movimento, alla distanza. Riattivo tuta e armi. È uno dei nostri? È un doppio? Proiezione? Nemesi? Doppelganger assassino? Loop da cui non uscirò? E salutami, coglione.

Mi saluta.

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Commenti
4 Commenti a “Tre gocce”
  1. Bandini scrive:

    Piaciuto molto, bravo Santoni!

  2. Mario S scrive:

    Molto bello questo racconto! grazie :)

  3. srmzgts scrive:

    *inchino* (doppio)

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