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Tre milioni di CFU

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di Marianna Crasto

Un giorno avevamo trent’anni e il giorno dopo ne abbiamo settantacinque, e quel giorno-dopo è oggi. Il contorno netto delle iridi si è sciolto nei bulbi grigiolatte e anche tu hai perso sguardi intensi in favore di un glaucoma non ancora invalidante. Tentiamo di mettere a fuoco, al meglio delle nostre possibilità, i ragazzi alle prese con il primo alloro accademico.
Siamo alla sedicesima cerimonia di laurea.
Nei gruppi di facoltà su Facebook scrivono che dovremmo abbandonare le corone dalle grandi foglie intrecciate e iniziare a considerare quelle da cerimonia funebre. A decine cliccano mi piace, poi arrivo io a scrivere LOL e spariscono.
Alla prima laurea non avevo sulle mani le macchie scure da accumulo di melanina. C’è una foto: mia madre e mio padre guardano in due direzioni diverse, le mie sorelle gesticolano a qualcuno fuori campo e sono sfocate, tu mi stringi la vita e guardi in camera, io bevo spumante da un calice di plastica col gomito alzato. Quel pomeriggio postai la foto su Instagram con la didascalia LOL, ma oggi me ne contestano l’uso.

Stringo gli occhi: sembrano più giovani circondati dalle zie, sempre se i ventitreenni possono sembrare più giovani.

Il bianco mi sta male, mi fa sembrare stanca e comunque alle persone di una certa età consigliano di sparire, unirsi allo sfondo, delicatamente zittire e scivolare via, evitare di stagliarsi. Quando filologia romanza non fu più sufficiente passammo a filologia germanica, ed ero vestita di bianco, una camicia di seta trasparente sotto una giacca scura. Come oggi, perché non mi importa cosa mi consigliano.

Era la quarta volta nella stessa facoltà, ci meritammo il bacio accademico. Quando gli fui vicino abbastanza, il relatore mi sussurrò all’orecchio Sei bellissima e mi sentii male, credevo che tutti i presenti avessero sentito. E allora la serietà, il protogermanico, il frisone?

Tu mi dicesti Sei stata bravissima, ed era la cosa giusta da dire in un’aula a parlamento.

Mi dici Sei bellissima, me lo dici adesso e non ti credo: ho male all’anca, non posso esserlo.

Mi prendi per il polso e corriamo via, se possiamo dire correre di questi ridicoli passettini fatti in equilibrio su un bastone col pomello intagliato. Ci lasciamo alle spalle la vasca con la pianta di papiro, da secoli al centro del chiostro della facoltà, l’unica cosa qui prima di noi. Credo che ci mettiamo una vita ad attraversarlo tutto, i ventitreenni hanno il tempo di osservarci pieni di pena – Se ne vanno? Finisce lo strazio finalmente? – ma tu hai sempre detto che conta la velocità dentro.

Passare alla facoltà di ingegneria fu orribile: niente anacronistica vegetazione, solo un palazzone di undici piani inaugurato negli anni ‘70.

– Gli ingegneri si sposano sempre, facci caso.

Fu l’unica volta in cui pensammo di poter iniziare una vita fuori. Avevamo scherzato sul fatto che si potesse vivere soltanto laureandosi e continuando a farlo, con le borse di studio, gli assegni di ricerca, i regali dei genitori, i contributi erasmus, solo che poi ci eravamo riusciti davvero aggiungendo qualche pubblicazione sporadica, qualche progetto interno alla facoltà, e quando i nostri genitori erano morti li avevamo sostituiti con le interviste e le consulenze ai premi e comitati di ogni genere. Vendevamo il curioso caso che eravamo diventati: una coppia di studenti di mezza età. Ci stavamo divertendo ma ci stavamo rimanendo anche male.

Diventammo ingegneri che eravamo già dottori in letteratura, filologia, filosofia, storici dell’arte, dottori in archeologia. Per me non fu un periodo felice, subivo il giudizio a cui eravamo continuamente sottoposti. Mi stavo costruendo ogni tipo di formazione ma al cospetto degli ingegneri erano tutte sbagliate. Iniziarono a fidarsi di me tra la laurea in matematica e quella in fisica, anni dopo.

Avevamo cinquant’anni quando a cena ti dissi che forse non era più normale. Gli ingegneri si sposano sempre, facci caso. Forse era il momento perfetto per tirare una linea, andare al mare. Me lo ricordo: eri contento che l’avessi proposto. Fantasticammo per un po’, leggermente desolati: iniziavi a soffrire col nervo sciatico. Ma avevo torto, non potevamo scendere. Che figura avremmo fatto. Nessuno ci avrebbe preso, nonostante la formazione, l’autorevolezza, prima sei troppo giovane, poi sei troppo vecchio, infine non sei più credibile in nessuna veste.

Solo al Maurizio Costanzo Show.

Sull’autobus chiedi a un giovane di cedermi il posto. Lo guardi come guardavi gli stronzi a venticinque anni. Lui se ne accorge, alza la voce, una ragazza intanto mi aiuta a sedere, alzi la voce a tua volta perché avrebbe dovuto cedermelo senza invito scritto, ma sei destinato a perdere per anagrafe. Sistemo il bastone tra le ginocchia, per non dar fastidio: così vestiti da laurea siamo decisamente overdressed per i mezzi pubblici. Lo scrivo su twitter. Mi contesteranno anche questa.

Ho la tachicardia, non mi piace vederti agitato e lo sai. Mi poggi la mano sulla spalla, ostentando rilassatezza: io rallento al contatto, tu tremi ancora un po’ attraverso la stoffa della mia giacca. Poi arriva la nostra fermata e scendiamo.

Maurizio Costanzo ci aveva davvero domandato se fossimo l’orgoglio dei nostri figli, ma la risposta era uscita più triste di quanto avremmo voluto, così aveva fatto segno di mandare la pubblicità.

Ci era sfuggito di mano il momento in cui diversi percorsi sarebbero stati possibili contemporaneamente. Capivamo le cose solo se messe una dietro l’altra. Gli intervalli erano angusti e non avevamo mai creduto alla possibilità di infilarci in mezzo cose come figli e nipoti, nemmeno sotto forma di ragionamenti sull’eredità intellettuale. Al massimo c’era spazio per una domanda di ammissione a un corso di alta formazione, e di nuovo ricominciare da capo, non fermarsi mai, nonfermarsimai.

Formarsi oggi, lavorare domani, vivere mai.

Saliamo su per un vicolo stretto, ci teniamo la mano. Su Instagram è pieno di giovani che fotografano vecchi che si tengono per mano come noi adesso, ma non so chi dei due stia sostenendo l’altro, e allora i bastoni che ci sono a fare. I motorini corrono folli a un centimetro da noi. Da vecchio non hai paura di morire ma di cadere per terra.

Quando arriviamo mi siedo un attimo su una sedia di legno, in una saletta fresca, l’impiegato mi porge un foglio di carta piegato e mi chiede se ho bisogno d’acqua. Mi sventolo soltanto e lo ringrazio.

Ci chiamano, ci alziamo, ancora una volta ci guardano tutti. Sarei più sicura se dovessi esporre da capo ogni teoria discussa in ogni tesi e in ogni saggio in quasi cinquant’anni, tre milioni di miliardi di CFU, è l’unica cosa per cui sia mai stata pronta.

Dopo dieci minuti siamo sposati, l’impiegato di prima mi stringe la mano e mi fa gli auguri. Gli hai chiesto di scattarci una foto da mettere su Instagram, mi gira la testa, non so da che parte voltarmi, ma mi stringi la vita e sono per magia dal lato giusto, e stai già guardando in camera.

Nata a Napoli nel 1984, ma avrà ventinove anni per sempre. Redattrice di inutile. Puoi trovarla lì, su Abbiamo le prove, sul suo blog, sulla sedia dell’ufficio a rispondere al telefono.
Commenti
2 Commenti a “Tre milioni di CFU”
  1. Giuliano scrive:

    L’amore ai tempi del precariato cognitivo

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