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In treno con Gregor Samsa

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(Fonte immagine)

“Come Gregor Samsa si svegliò una mattina da sogni inquieti, si trovò nel suo letto trasformato in un mostruoso insettaccio.” Sente la schiena dura come una corazza, il ventre curvo, segnato da rughe profonde, le gambe sottili, tremolanti. Che cosa mi è capitato, pensa. Si guarda intorno: la camera è quella di sempre, sul tavolo le cose che ha lasciato la sera prima: il campionario del lavoro, il ritaglio di un giornale. Fuori è brutto tempo, le gocce picchiano sul davanzale, insistenti. Prova a girarsi sul fianco destro, come d’abitudine, a chiudere gli occhi un altro poco, ma non ci riesce. Una stanchezza mortale lo schiaccia. “Buon Dio”, che mestiere faticoso ho scelto! – si dice allora – Dover prendere il treno tutti i santi giorni…”.

Lo avrete riconosciuto: è l’inizio della Metamorfosi, l’allegoria più impietosa della condizione umana concepita nel Novecento. Eppure agli occhi di chi, come il protagonista del racconto, il treno deve davvero prenderlo tutti i santi giorni, in questa pagina non c’è nulla di fantastico. Kafka sembra soltanto essersi preso la briga di descrivere l’ora del risveglio di un commesso viaggiatore.

È la cerimonia penosa e sgradevole dell’alba che tutti i lavoratori che si muovono in treno, soprattutto quelli che usano le ferrovie italiane, conoscono bene. Al suono della sveglia, ci si ritrova agitati dai pensieri e dalle inquietudini della notte. Ci si vorrebbe girare dall’altra parte, ma si è così prostrati che anche questa semplice operazione appare smisurata. Al principio, non si riconosce neppure il proprio corpo. Le gambe non rispondono agli ordini, l’addome è collassato nell’incavo del materasso e soltanto la forza della consuetudine e della necessità ci costringe a tirarci fuori dal letto.

Se, come credo, Kafka aveva l’intenzione di fare di Gregor Samsa il pendolare più famoso della storia della letteratura, con quelle poche, folgoranti, righe c’è senz’altro riuscito. La vita dei pendolari è una filiera di gesti reiterati fino alla nausea: i vestiti pronti dalla sera, il primo caffè sul fuoco, le notizie alla radio. E poi l’arrivo alla stazione, le banchine solitarie attraversate dalle ombre, la scelta della carrozza, sempre la stessa. In una sola vita lavorativa, i pendolari percorrono milioni di strada ferrata. Alcuni di loro sostengono che moltiplicando la distanza che li separa dall’ufficio per ogni giorno di pendolarismo, andata e ritorno, e poi dividendola per l’asse terrestre hanno compiuto almeno una ventina di giri intorno al pianeta. Lo dicono con lo stesso orgoglio di un incorreggibile esploratore.

Se poi dovessero contare tutto il tempo consumato nel tragitto, compresi i ritardi in Italia cronici come una malattia, il totale è quello di una pena detentiva media che si aggira intorno ai quattro anni a testa da scontare interamente in un vagone ogni venti di viaggio. Anni in cui il sistema nervoso è sottoposto a infinite sollecitazioni, l’udito subisce continui shock acustici e piccoli danni irreversibili, la schiena s’incurva. Così, lentamente, i pendolari invecchiano davanti a un solo paesaggio eternamente ripetuto senza che l’orario delle ferrovie registri, nell’arco di decenni, significative modifiche, se non in peggio.

Prima di Gregor Samsa, già altri personaggi letterari avevano avuto a che fare con i treni. La storia di Anna Karenina era cominciata con un ferroviere schiacciato accidentalmente da un convoglio e finita con lei che rapida e leggera discende gli scalini che portano su altre rotaie, si ferma a vedere i montatoi, le catene e le grosse viti di una carrozza in movimento e calcola quando il punto di mezzo tra le ruote anteriori e quelle posteriori le sarebbe passato davanti. Ma sarà dopo la Grande Guerra che i treni transiteranno nei libri come dentro delle grandi stazioni.

Il romanzo diventa un piazzale di smistamento, un dispositivo di scambi e binari deviati, la ferrovia un luogo di solitudine e di simboli. Vedremo passare l’Orient Express di Hercule Poirot, i convogli della memoria di Primo Levi e quelli del sud di Elio Vittorini, i regionali di Simenon e di Volponi, le linee siberiane del dottor Zivago, i treni strettamente sorvegliati di Bohumil Hrabal, i carri merci di Stephen King e gli internazionali di Uwe Johnson. La lista è lunga, eppure nessun altro scrittore ridarà ai pendolari un ruolo così centrale come aveva fatto Kafka, senza spingere mai il suo protagonista fuori di casa.

Viaggio da ventuno anni, e l’altra sera, come tante sere, nel mio scompartimento svolazzava una cimice. Gregor Samsa, allora, mi è di nuovo tornato in mente. A casa ho riletto il racconto e tutto mi è parso cambiato, anche la disposizione dei mobili nella stanza. La prima volta ero un ragazzo e reagii come poteva reagire un sedicenne. Mi immaginai a rotolarmi sul pavimento, a sbattere impazzito contro tutte le pareti, a invocare aiuto. Non volevo accettare quell’orribile destino. Ne avevo ribrezzo, protestavo, mi opponevo.

L’altra sera, invece, l’angoscia era la stessa, ma ho avuto come l’impressione che anche in Gregor Samsa fosse subentrata una più composta accettazione del suo stato. La cosa non ci sorprendeva più, né me, né lui. Capivamo entrambi, adesso, come una camera possa diventare una tana, un corpo un oggetto estraneo e il mondo ridursi a un ambiente stretto quanto una stanza o il vagone di un treno.

Gregor Samsa era invecchiato insieme a me. Al pari di tanti altri pendolari e commessi viaggiatori, tutti e due avevamo ormai perso la voce. All’inizio, da giovani, si urla, dietro una porta, ci si solleva, si insorge con i capotreni, i dirigenti del movimento, i capo-uffici, i procuratori, la polizia ferroviaria. Si organizzano scioperi. Si scrivono lettere di reclamo. Ci si siede sui binari. Si promette agli amici, ai familiari e a tutte le persone a cui vogliamo bene che usciremo di lì. Ma presto non si è capaci di produrre che dei versi oscuri e inarticolati, che nessuno comprende, e si precipita in un silenzio rassegnato e spento, in attesa che la scopa del sistema ci spazzi via definitivamente.

La parola tedesca che Kafka usa per indicare questo genere di metamorfosi è “ungeziefer”. È una parola carica di ripugnanza, ma anche di ambiguità. Significa insettaccio, ma può voler dire pure parassita.

Il tempo aveva trasformato quel racconto, o forse quel racconto conteneva tutto il nostro tempo, quello che eravamo e quello che saremmo divenuti. Finché il mio io lettore era stato giovane, lo era stato anche Gregor Samsa, poi, pian piano, a specchio, entrambi eravamo cambiati, per quel poco che si impara del mondo, dentro e fuori i libri. Non c’è una sola trasfigurazione nel racconto di Kafka. O meglio, il suo dispositivo narrativo è così perfetto da cannibalizzare il tema: non parla della metamorfosi, è una metamorfosi. Come tutte le opere letterarie riuscite, muta di continuo, in relazione al tempo e a chi la legge. Insieme a tutto quello che comprende. Per questo i personaggi hanno sempre la nostra età, ci anticipano e ci rincorrono insieme. Sono bambini, quando siamo bambini noi, e poi giovani, adulti, vecchi.

Da giorni, non faccio altro che cercare un antidoto letterario a una minaccia così reale e quasi inevitabile come una sorte assegnata. L’ho trovato, finora, soltanto nei cronopios di Julio Cortazar. Degli esserini più miti e svitati di uno scoiattolo, una stirpe di pendolari che i treni li prendono sempre dalla parte opposta, fanno carezze ai ricordi e sulla curva lavagna delle tartarughe disegnano con dei gessetti colorati delle rondini. Nonostante la stravaganza, spero di trasformarmi in uno di loro prima che in un “ungeziefer”, nella vana attesa che anche per la mia linea ferroviaria cambi finalmente qualcosa.

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni.
Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).
Commenti
5 Commenti a “In treno con Gregor Samsa”
  1. Grazia Galli scrive:

    Gregor è la chiave di lettura dei mali dell’uomo contemporaneo, qui c’è la diversità tipica di Kafka. Forse l’accettazione di essere un -verme strisciante -; Cortazar , dopo aver conosciuto i Cronopios vivrà per sempre la strada della Speranza! Metafora che adoro, – incontrando una tartaruga le disegnano una rondine nel guscio per darle l’illusione della velocità -. Che è per me, sperare contro ogni speranza!

  2. vittoria oliva scrive:

    trovo molto interessante il vostro blog, e oggi mi sono accorta che c’è copyright!!
    mi dispiace molto non è stato per scorettezza che ho copiato alcune cose, ma non avevo notato, vi prego di scusare una 75enne distratta ,mi dispiace di non poter continuare a rubare! no perché non è facile trovare cose che garbano molto.

  3. Leggere questo articolo per riscoprire Kafka e scoprire un nuovo narratore, Fabio Stassi. Prendere due piccioni con una fava.

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  1. […] saggia e semplice (i due aggettivi stanno così spesso insieme…), così tanto da convincermi a citarla anche qui. L’ha scritta Vittorino Andreoli, che è uno psichiatra, cioè uno molto lontano […]



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