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Trilobiti: tradurre Breece D’J Pancake

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Arriva in libreria per minimum fax Trilobiti di Breece D’J Pancake con la nuova traduzione di Cristiana Mennella, una prefazione di John Casey e una nota di Joyce Carol Oates. Pubblichiamo un intervento della traduttrice e un estratto dal libro, ringraziando l’editore. Vi segnaliamo che domenica 15 maggio alle 15.30 allo Spazio Babel del Salone del libro di Torino ci sarà un omaggio a Breece D’J Pancake con la traduttrice Cristiana Mennella, Violetta Bellocchio, Giorgio Gianotto e Vincenzo Latronico. (Immagine: particolare della copertina a cura di Stefano Vittori – Falcinelli&Co.)

di Cristiana Mennella

Breece D’J Pancake era giovane e perfezionista, ossessivo e maniacale rispetto alla scrittura. A quanto si sa, per un racconto preparava quattro stesure a mano e altre dieci a macchina (siamo negli anni Settanta). Intanto insegnava inglese ai soldati in procinto di partire per il Vietnam, veniva ammesso a uno dei primissimi prestigiosi corsi di scrittura creativa, andava a pesca, a caccia di scoiattoli e cervi, giocava a biliardo, si convertiva al cattolicesimo, collezionava armi, fossili e punte di freccia.

Da quando l’ho conosciuto tramite i suoi sorprendenti racconti – mea culpa, solo quando mi hanno chiesto di tradurli – per me è rimasto fermo per sempre nella stagione in cui qualcuno scrive solo per l’urgenza di farlo, quando ci mette tutta la passione e tutta la dedizione di cui è capace, insomma quando ancora non è un autore che dà interviste o sforna pagine su commissione. Immagino sia la condizione ideale che ogni scrittore vorrebbe mantenere, che forse rimpiange come la più fertile.

Le sue storie sono tutte ambientate nel West Virginia, una specie di terra di mezzo fra nord e sud degli Stati Uniti, isolata, dove il tempo sembra essersi fermato – anche linguisticamente. I paesaggi sono primordiali e allo stesso tempo domati con ferocia dall’uomo: miniere, industrie chimiche, coltivazioni intensive. I personaggi sono agricoltori, meccanici, minatori, contrabbandieri, camionisti, cacciatori, ritratti con precisione nel loro ambiente, nei loro gesti quotidiani, senza approssimazioni né caricature. È il primo dato che salta gli occhi, mentre vai smontando le impalcature delle frasi: il nodo fra luogo e identità, che non si scioglie mai, persiste nel tempo e nello spazio, comprende passato e futuro.

A proposito di eternità: con Breece D’J Pancake – per forza di cose – non ho mai potuto comunicare direttamente come faccio spesso con gli autori, ma in tanti anni di traduzione non ne ho mai incontrato uno così, che mi ha assillato così tanto con la sua voce mettendomi costantemente alla prova con una specie di linguaggio da iniziati. È come se dicesse: questo è il mio mondo, questa è la mia gente, così ragionano e parlano i miei personaggi, adesso veditela tu.

Le sue pagine, che pure sono spesso composte da semplici sequenze soggetto, verbo e predicato, fanno letteralmente resistenza alla resa in italiano. Non ne vogliono proprio sapere. Pancake rivendica le proprie origini a ogni riga, a ogni paragrafo. Lui parla, racconta, sì, ma a caro prezzo, chiede di più, con una sorta di gelosia implicita verso ciò che scrive. Vuole che ti avvicini, ma intanto alza lo steccato del dialetto (e ho constatato, durante le mie ricerche, che anche i madrelingua a volte stentano a comprenderlo). Non è facile entrare nel suo territorio.

Pancake ha creato un codice segreto, dettato da regole interne ben precise. Non ci sono scorciatoie né vie d’accesso privilegiate. Vuoi capire fino in fondo certi passaggi? Bene, per esempio va’ e studiati i paesaggi. Gli occhi, in quelle regioni, sono allenati a guardare solo in alto o in basso: dalle valli, strette e a picco, verso il cielo. E viceversa. La visione orizzontale è rara. È proprio così che mi sentirei di descrivere il mio percorso tra questi dodici racconti. Non è mai stato orizzontale, lineare, consequenziale. Solo salti, arrampicate, marce indietro, rallentamenti, accelerazioni. Le stesse strade tortuose che tanto fanno dannare Chester, uno dei suoi personaggi, patito di bolidi e rettilinei. E poi bisogna scavare e scavare nei silenzi tra le frasi, individuare le suture invisibili nella trama dei pensieri.

La lingua di queste storie somiglia al West Virginia, è impervia come gli Appalachi, costellata di crateri, il significato si smarrisce, riaffiora come un trilobite, sprofonda come nel pozzo di una miniera. Oppure si dilata, ma devi contenerlo nello spazio di poche parole, costringerlo in due battute come Colley, Reva, Skeevy, Ottie e tutti gli altri personaggi sono costretti nel loro presente.

Breece D’J Pancake è morto nel 1979, a neanche ventisette anni. I suoi racconti sono usciti postumi, nel 1983. Da allora sono passati quasi quarant’anni, ma posso dire che questo giovane autore, perfezionista, maniacale e ossessivo, mi ha dato, dall’aldilà degli scrittori, una bella e irripetibile lezione di traduzione, come non me ne capitavano da un bel pezzo.

***

Trilobiti

di Breece D’J Pancake

Apro lo sportello del camioncino, smonto sulla stradina di mattoni. Guardo di nuovo Company Hill, consumata e tonda. Tanto tempo fa era tutta un dirupo e stava come un’isola nel fiume Teays. Ci ha messo più di un milione d’anni a trasformarsi in una collinetta liscia, e l’ho battuta da cima a fondo in cerca di trilobiti. Penso che è sempre stata lì e ci resterà sempre, almeno finché serve. L’aria ha i fumi dell’estate. Un volo di storni fluttua sopra di me. Sono nato in questo posto e non ho mai smaniato per andarmene. Ricordo gli occhi senza vita di papà, che mi guardavano. Erano tutti secchi, e questa cosa mi ha lasciato un po’ svuotato. Chiudo lo sportello, mi avvio verso la tavola calda.

Vedo una toppa di cemento per strada. È a forma di Florida e mi torna in mente quello che ho scritto a Ginny sull’annuario della scuola: «Vivremo di mango e d’amore». Invece ha preso ed è partita senza di me – due anni che è laggiù senza di me. Mi manda cartoline con le foto dei fenicotteri, della lotta con gli alligatori. Non mi chiede mai notizie. Mi sento proprio scemo per quello che ho scritto, entro nella tavola calda.

Non c’è nessuno e mi riposo al fresco dell’aria condizionata. La sorella piccola di Reilly lo Stagnaro mi versa il caffè. Bei fianchi. Sembrano un po’ quelli di Ginny, scendono morbidi fino alle gambe. Fianchi e gambe così salgono le scalette degli aerei. Va in fondo al bancone e finisce di papparsi il gelato. Le sorrido, ma è minorenne. Minorenni e serpenti neri sono due cose che non le toccherei neanche con una canna. Una volta ho usato un serpente nero come una frusta, gli ho staccato la testa a quella bestiaccia, ma poi papà mi ci ha pestato a sangue. Penso che a volte papà mi faceva proprio arrabbiare. Sorrido.

Penso a ieri sera, quando ha chiamato Ginny. Il padre era andato a prenderla in macchina all’aeroporto di Charleston. Già s’annoiava. Ti va se ci vediamo? Come no. Magari ci facciamo una birra? Come no. Il solito vecchio Colly.
La solita vecchia Ginny. Parlava a ruota libera. Volevo dirle che papà era morto e che mamma era sul piede di guerra per vendere la fattoria, ma lei parlava a ruota libera. Metteva i brividi.

Anche le tazze mi mettono i brividi. Le guardo appese ai ganci accanto alla vetrina. Coi nomi  stampati sopra, unte e coperte di polvere. Sono quattro, una è di papà, ma mica ho i brividi per quello. La più pulita è quella di Jim. È pulita
perché la usa ancora, ma sta appesa insieme alle altre. Lo vedo dalla finestra che attraversa la strada. L’artrite gli stritola le articolazioni. Penso che manca ancora tanto prima che crepo, ma Jim è vecchio e mi vengono i brividi, a vedere la sua tazza appesa lì. Vado alla porta e lo aiuto a entrare.

Mi fa: «Adesso di’ la verità», e mi pizzica il braccio con la sua vecchia zampa.
Dico: «Con lei no». Lo aiuto a sedersi sullo sgabello.
Prendo dalla tasca un sasso bitorzoluto e glielo schiaffo davanti sul bancone. Lui lo rigira con la mano rattrappita, lo studia. «È un gasteropode», dice. «Probabilmente del permiano. Ti tocca pagare anche a ’sto giro». Con lui non c’è gara. Li conosce tutti.

«Ancora non m’è riuscito di trovare un trilobite», dico.
«Qualcuno ce n’è», dice lui. «Però pochi. Le rocce qui intorno sono quasi tutte troppo giovani».
La ragazza gli porta il caffè nella sua tazza, la seguiamo con lo sguardo mentre torna in cucina. Bei fianchi.
«Visto che roba?» La indica con la testa.
Dico: «Guardare e non toccare». Riconosco una minorenne da un chilometro di distanza.
«Cavolo, quando eravamo in Michigan con tuo padre l’età delle ragazze non ci ha mai fermato».
«Di’ la verità».
«Hai voglia. Basta che calcoli bene i tempi e salti sul primo treno appena ti rialzi i pantaloni».
Guardo il davanzale della finestra. Gli scheletri friabili delle mosche sparsi qua e là. «Perché tu e papà ve ne siete andati dal Michigan?»
Le rughe intorno agli occhi si rilassano. Dice: «La guerra», e beve un sorso di caffè.
Dico: «Non è più riuscito a tornarci».
«Manco io. Volevo tornarci, lì o in Germania, così, giusto a dare un’occhiata».
«Sì, m’aveva promesso che mi faceva vedere dove avete sepolto l’argenteria e tutto il resto durante la guerra».
Dice: «Vicino all’Elba. Ma ormai l’avranno già trovata».

Il mio occhio si riflette nel caffè, il vapore mi avviluppa il viso, sento che arriva il mal di testa. Alzo lo sguardo per chiedere un’aspirina alla sorella dello Stagnaro, ma lei sta ridacchiando in cucina.
«È lì che s’è ferito», dice Jim. «Sull’Elba. Non s’è svegliato per un bel po’. Che freddo, faceva un freddo boia. L’avevo dato per morto, invece è rinvenuto. Mi fa: “Ho girato tutto il mondo”. Mi fa: “Che bella la Cina, Jim”».
«Se l’era sognato?»
«Boh. Sono anni che non me lo chiedo più».
La sorella dello Stagnaro arriva col bricco per scucirci la mancia. Le chiedo un’aspirina e vedo che ha un brufolo sulla clavicola. Non ricordo d’aver visto foto della Cina.
Guardo i fianchi della sorellina.
«Trent vuole ancora i vostri terreni per costruirci?»
«Come no», dico. «E mi sa tanto che mamma glieli vende. Io non sono buono a mandarli avanti come papà. La canna da zucchero è ridotta uno schifo». Finisco il caffè. Sono stanco di parlare della fattoria. «Stasera esco con Ginny», dico.
«Daglielo da parte mia», dice Jim. Mi allenta una ditata sulla patta. Non mi piace quando parla così di lei. Se ne accorge, e gli passa il sorriso. «Gli ho trovato parecchio gas, a suo padre. Era uno in gamba, prima che lo piantasse la moglie».
Mi giro sullo sgabello, gli do una pacca sulle spalle deboli e invecchiate. Penso a papà e provo a scherzare. «Puzzi così tanto che ti segue il beccamorti».
Ride. «Lo sai, sì, che appena nato eri brutto come la fame?»
Sorrido e mi avvio verso la porta. Lo sento urlare alla sorellina.
«Vieni qua, cocca, che ti racconto una barzelletta».

Il cielo è velato. Il calore scotta, penetra il sale sulla mia pelle, la tira. Metto in moto, prendo a ovest sull’autostrada costruita sul letto prosciugato del Teays. Terre basse e colline ai lati, coperte da nuvoloni giallastri che il sole rovente non riesce a cancellare. Passo davanti a una targa messa dalla WPA: «Strada del fiume Teays misurata da George Washington». Vedo campi e bestiame al posto degli edifici, immagini da un’epoca remota.

Svolto dalla strada principale verso casa nostra. Le nuvole spengono e accendono il sole in cortile. Guardo di nuovo il punto dove è caduto papà. Era steso fra l’erba fitta, braccia e gambe divaricate, una scheggia di metallo della sua vecchia ferita gli era arrivata al cervello. Ricordo che l’erba lo aveva riempito di segni in faccia, come se lo avessero picchiato.

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Commenti
4 Commenti a “Trilobiti: tradurre Breece D’J Pancake”
  1. SImone scrive:

    Errori: vedi “…(siamo negli Settanta)…” e “…insomma quando ancora non è ancora un autore che…”

  2. minima&moralia scrive:

    Ciao SImone, grazie per le segnalazioni, abbiamo provveduto

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  1. […] notizia è rimbalzata oggi sul blog dell’editore minima & moralia, che presenta anche un intervento della traduttrice Cristiana Mennella (che ha già tradotto in passato Doris Lessing, William T. […]



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