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Tropicario italiano, in viaggio con Fabrizio Patriarca

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di Marco Renzi

Hanno ancora senso, oggi, i libri di viaggio? Questo è il quesito che Tropicario italiano, l’ultimo libro di Fabrizio Patriarca uscito per 66thand2nd, sembra porre al lettore. E la risposta potrebbe essere incerta: forse che sì, forse che no.

Se ci limitiamo al solo Novecento italiano, tornano alla mente, tra i tanti che hanno raccontato il proprio girovagare, autori quali Pasolini, Moravia, Manganelli, Parise, Soldati – alcuni di questi troveranno menzione all’interno del libro, quest’ultimo in particolare.

Il loro viaggiare, e di conseguenza le narrazioni che ne scaturivano, era innanzitutto una parentesi dal lavoro culturale e dall’occidente, un rifugio in luoghi incontaminati, del tutto differenti dalla loro Italia: impossibile, per il viaggiatore odierno, eguagliare l’esotismo di quei reportage, nei quali spiccava la distanza tra l’osservatore e la materia osservata, dove il concetto di «meta turistica» di certo già esisteva ma non si era ancora massificato.

Già Aldo Busi – uno dei nostri prosatori migliori, ogni tanto è bene ricordarlo –, tra la seconda metà degli anni Ottanta e il finire dei Novanta, si occupò dell’ormai svanita possibilità di un certo tipo di approccio al viaggio nella contemporaneità: all’intero di un mondo globalizzato, diviene arduo percepire la distanza tra casa propria e il più sperduto dei luoghi del pianeta.

Con Tropicario italiano Fabrizio Patriarca prosegue in parte il discorso già iniziato dallo scrittore di Montichiari, del quale si dà pressoché per scontato abbia letto alcuni dei testi sopracitati. Tuttavia, i paralleli con Busi si fermano alla scelta del tema centrale, poiché la prospettiva di Patriarca è naturalmente tutta personale, e la sua storia di viaggiatore inizia già negli anni della preadolescenza: non per chissà quali fortune economiche, bensì grazie al lavoro del padre, dipendente di Alitalia.

Il libro si apre infatti con Sala d’attesa: una sorta di premessa, nonché un’affettuosa apologia della Compagnia; una dichiarazione d’amore dove i ricordi e qualche lieve sentore di nostalgia si alternano al presente dell’autore, nemico del low-cost. La pensa invece in maniera opposta sua moglie che poi, assieme alle due figlie, diverrà una delle protagoniste dei nove episodi (con annessa chiusa finale) a seguire.

Già il solo l’incipit ci indica quindi la direzione intrapresa da Patriarca in Tropicario italiano: brevi ma efficacissimi squarci di viaggi tropicali narrati in seconda persona con tono ironico e appena strafottente, col tanto raffinato quanto estremo pastiche linguistico al quale lo scrittore ci aveva abituati nei suoi precedenti lavori.

Si parte con Maldive senza rimpianti, dove il vecchio adagio «quanto è piccolo il mondo» si fa quanto mai concreto, giacché il narratore si ritrova, in seguito alla ressa dell’aeroporto e al volo, in un paradiso guastato dagli italiani in viaggio, poco mutati rispetto a quelli descritti dai celeberrimi viaggiatori già citati poco sopra.

Ma forse è proprio la pedanteria che ti salverà da questo tropico impazzito di italiani addobbati di roba di Gucci e Cavalli, che discettano di luoghi planetari come fosse sempre solo casa loro (… è un po’ che manco da Dubai, tipo: sono due giorni che non vado bene di corpo), e si sento chic, up-to-date, ready-to-go, e sono sempre gli stessi, gli stessi di Arbasino, gli stessi di Manganelli, quelli che ti fanno venir voglia di tuffarti dentro il Voyage au tour de ma chambre di Xavier De Maistre e non uscirne mai più. Gli italiani di Mario Soldati. Solo che questi qui l’aragosta, invece di lasciarla intera nel piatto per non turbare la perfezione estetica se la divorano costi-quel-che-costi, così il giorno dopo non hanno rimpianti.

In Randagi a Bora-Bora il viaggiatore confessa il suo non-essere viaggiatore: al contrario, si sente «una creatura aviotrasportata, a brain in a vat. […] un turista, il cui destino è soccombere a tutto quello che incontra, in fondo è un personaggio invincibile».

Sono passaggi come questo a rappresentare il nucleo del testo: Patriarca, maestro della farsa e della riscrittura (a tal proposito, mi permetto di consigliare, come da tempo sto facendo in privato, il suo bellissimo L’amore per nessuno), avido lettore e discepolo di Roland Barthes, dunque abile raccontatore e distruttore di miti d’oggi, evidenzia la sostituzione del viaggiatore col turista; un turista che in Still life in Bangkok non si fa problemi a constatare la bruttezza della capitale tailandese, senza per questo privarsi del lusso di adorarla, tra una visita a un tempio interrotta da una telefonata di un direttore di dipartimento universitario e un assaggio di croccanti cavallette.

Inoltre, sottolinea il turista, se uno pensa di recarsi ad Abu Dhabi per «staccare» e disconnettersi dal mondo, ha sbagliato destinazione, perché lì tutto è sovrastato da loghi, marchi, da non-luoghi come il Ferrari World.

Troviamo poi la Dubai già visitata e raccontata da Walter Siti – non a caso indirettamente nominato nel capitolo – nel Canto del Diavolo, che anche qui suscita molteplici riflessioni socio-politiche.

Ci sarebbe una seconda possibilità: che Dubai sia l’incarnazione ultracontemporanea della polis greca, dove la partecipazione del cittadino è riassunta dal modello di un sovranismo realizzato, nel tempo beffardo in cui le società avanzate di mezzo mondo sguazzano tra gli entusiasmi pre-dittatoriali della cosiddetta «democrazia diretta» e aspirano al conforto di «pieni poteri» delegati a chi sappia vincere la guerra mimetica del rappresentarsi il più possibile uguale alla massa, ferma restando la declinazione paternalista di quella medesima messinscena. […] Anni fa uno scrittore italiano venne qui e notò la stonatura dei cartelloni pubblicitari che mantenevano il glamour ma lo svuotavano del richiamo sessuale: tu sai che quella stonatura era la prima nota di una possibile esplorazione non dell’immaginario arabo, del quale capisci più o meno un dattero secco, ma di una conversione in corso – era una prefigurazione.

Scorrendo le pagine, troviamo il turista-viaggiatore-genitore-amorevole nel bel mezzo di un Safari in Tanzania, tra leoni, zebre ed elefanti, intento a raccogliere un peluche smarrito dalla figlia; e appunto, anche in Zanzibar in villaggio, Tanzania fai da te si assiste nuovamente all’assenza della Storia, del quale l’europeo o l’occidentale in genere sembra farsi portatore sano in determinate zone del globo, per poi rendersi conto subito dopo che l’Hakuna Matata ripetuto dagli africani è un marchio registrato della Disney sin dal 1994, anno dell’uscita del Re Leone.

Il gioiello nel gioiello sopraggiunge però con In India con Dibba. Una fantasia: in un libro per brevità ascrivibile alla non-fiction, il grande autore di fiction non può fare a meno d’infilarci l’invenzione, la fantasia.

Dagli scambi immaginari tra Dibba e il nostro narratore fuoriesce l’archetipo del viaggiatore-fricchettone, agitatore politico pentastellato e al tempo stesso desideroso di legarsi alla schiera dei reporter e, perché no, degli scrittori. Lettore di Shantaram di Gregory David Roberts (se ci fossimo trovati in Alaska, avrebbe avuto in tasca Nelle terre estreme), freddo dinanzi agli echi gozzaniani del suo compagno d’avventura, l’Alessandro Di Battista finzionale sciorina le solite frasette da Smemoranda, pari pari a quelle che ci aspetteremmo da lui: non mancano le sue «spremute di umanità», il morigerato complottismo terzomondista, con l’aggiunta della confusione tra Gianroberto Caseleggio e Marshall McLuhan; soprattutto, abbiamo il calzante esempio di un viaggiatore che si crede ancora ingenuamente tale, e il suo sguardo sull’India convive con quello più scafato e disilluso del narratore, definito da Dibba, come da copione, «un angelo con un’ala sola».

Nel brano conclusivo Turista sul mare di nebbia, infine, Patriarca tira le sue consapevoli somme sulla sua vita in viaggio, cominciata nel momento di transizione tra un fuggire ancora novecentesco e il boom del turismo di massa a venire, chiamato non a caso «distopia contemporanea». Si rivolge di nuovo alla figura del turista-italiano-medio, colui che i luoghi «li fa».

Il termine su cui si deposita l’anima di queste urgenze, nel lessico del turista italiano, è il verbo «fare». L’estate scorsa abbiamo fatto Turks e Caicos. A febbraio faccio Maldive-Abu Dhabi. L’anno prossimo vorremmo fare Vietnam e Cambogia (le urgenze più urgenti sembrano attestarsi sulla dicotomia: ansia del fare sempre questo e qualcos’altro). Il turista italiano, dal punto di vista del lessico medio, i luoghi «li fa».

Fabrizio Patriarca, nel «fare» i suoi luoghi tropicali, non ha solo messo nel suo libro dei contenuti di non poco conto che a breve torneranno con tutta probabilità a essere messi in discussione: come tutti coloro che ancora provano a percorrere la strada della letteratura, lui fa convivere una copiosa dose di sostanza con altrettanta forma.

Leggendo Patriarca, leggiamo un autore, quindi uno stile: e il suo è senz’altro uno tra i migliori e riconoscibili in circolazione. Si tratta di una prosa talvolta impegnativa, che magari potrebbe farci ricorrere al vocabolario, mentre in altri casi risulta più facilmente leggibile: non è tuttavia da intendersi come un ruffiano alternarsi tra alto e basso, anche perché Fabrizio Patriarca vola alto anche nei suoi risvolti più terra-terra; possiede una voce esplosiva, dove la commistione di reminiscenze anni Ottanta e sconfinata cultura letteraria appare del tutto naturale, visto l’immenso bagaglio lessicale che lo scrittore porta con sé. Sicché non ci si stupisce di fronte a un Ovidio affiancato a Don Johnson, a sfumature pascoliane poste assieme a Mazinga, a Catullo e Baudelaire a fare il paio con Big Wendsday e il Commodore 64.

Il suo bello risiede poi nel rifiuto di ogni sfoggio pedantesco o erudizione fine a se stessa, perché ogni elemento è collocato nel giusto contesto; e anche Emily Ratajkowski (sulla quale l’autore, nei Ringraziamenti, ci promette un libro) che fa rima Klossowski non è solo divertente, ma è altresì rappresentativa della scrittura «dopata» – rubo il termine a Gianluigi Simonetti, che così definì la prosa dell’Amore per nessuno durante una presentazione al Salone del Libro – di Patriarca, che non si vergogna dell’immaginario popolare della sua infanzia e adolescenza e nel contempo non rinuncia ai suoi anni di studio matto e disperatissimo, corredando il suo lavoro con rimandi che vanno dagli autori della classicità fino ai coevi.

Allora, per replicare alla domanda iniziale: hanno ancora senso, oggi, i libri di viaggio? Se sono come Tropicario Italiano, la risposta è indubbiamente Sì.

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