di Christian Raimo

Ero molto contento del ritorno in edicola dell’Unità un paio di settimane fa. Per i motivi ovvi, il pluralismo dell’informazione, i posti di lavoro; ma anche perché negli ultimi anni a sinistra è stato complicatissimo far vivere progetti editoriali: dal Riformista a Liberazione, da Terra a Left, dal Manifesto a Carta, da Diario a Pagina 99, etc…
Tutto questo pregiudizio positivo è stato dilapidato in una decina di giorni. La nuova Unità mi appare per molti versi un giornale sconcertante. Pensavo di essere il solo, non lo sono. Il gentlemen’s agreement per cui tra colleghi giornalisti non ci si critica apertamente occulta un dissenso dei colleghi ampio, che spesso sfocia nel disagio, e non raramente nel disgusto.

Io, come molti, ho trovato inquietanti molti aspetti.
L’assoluta assenza di una prospettiva terza.
Una linea editoriale filogovernativa talmente oltranzista da sembrare quasi parodica, ogni giorno ci sono almeno cinque, sei articoli che lodano l’operato del governo, o articoli scritti da esponenti politici del governo. Per dire oggi 10 luglio per commentare l’approvazione della Buona scuola c’era un editoriale di Stefania Giannini.
Interviste sdraiatissime fatte anche dal direttore Erasmo D’Angelis: prendete come esempio questa a Vincenzo De Luca, che inizia con una confessione di De Luca stanco e eroico (“Come mi sento? Come uno che è appena uscito da una guerra termonucleare”) e prosegue con pseudo-domande rivolte tutte in seconda persona e ammiccamenti (“Dì la verità, ma davvero rifaresti tutto, visti i mesi di accumulo di problemi, polemiche, ricorsi, richieste di passi indietro, l’apertura di conflitti giuridici e politici?” oppure “Beh, conoscendoti un po’, forse una reazione alla ‘De Luca contro il resto del mondo’…”).
E poi decine di altri esempi: gli articoli che esaltano Expo, le foto delle bellone in terza pagina (“una bionda si rinfresca dal caldo a Berlino”), o la rubrica che campeggia sul sito che si chiama Scintille che dovrebbe essere una sorta di Spigolature, di frasi fulminanti alla Karl Kraus, e che invece a) sono di una banalità assoluta, non fanno ridere mai, b) spesso difendono il governo da fantomatici avversari o gufi, c) alle volte sono letteralmente incomprensibili.
Esempi: “Contro Tsipras si schierano Mineos, Cuperlou e Speranzakis. Pippos Varoufakis non parteciperà al voto”; “Calcioscommesse, chiesto il rinvio a giudizio per Antonio Conte. Agghiacciandeee.”
Nella copertina del 5 luglio si titolava un sobrio “Arsenali pieni, banche vuote”.
Ma più interessante ancora è prendere la copertina del 6 luglio, quella dopo il voto al referendum in Grecia.

11692666_10153053804742831_2231079858609193520_n (1)

A parte il refuso nel titolone che vabbè può capitare, la vera notizia è che in prima pagina non viene praticamente data la notizia che il No abbia vinto al referendum, e – tocco sublime che manco nel regime di Enver Hoxha – cosa si sceglie di mettere come editoriale, titolandolo “È tempo di unire l’Europa”? Uno stralcio del manifesto di Ventotene firmato da Altiero Spinelli e Ernesto Rossi, il testo famosissimo, che è del 1941!

Non tutto il giornale è così. Alcuni giornalisti che ci lavorano fanno evidentemente il loro mestiere o almeno cercano di farlo. La sezione della cultura propone articoli interessanti. Ogni tanto qualche barlume di giornalismo emerge anche nelle altre pagine, anche se davvero raramente.

Detto tutto questo, aggiungo un elemento in più, che fa passare dallo sconcerto allo stranimento.
Qualche giorno fa mi arriva da Cosimo Rossi, un giornalista (ha lavorato, per esempio al Manifesto per molto tempo) una mail in cui mi vuole mostrare un paio di articoli. Il primo l’ha scritto lui, il secondo è lo stesso articolo dopo che è stato passato dall’editing dell’Unità per essere poi pubblicato il 30 giugno.

In appendice qui sotto trovate entrambi i testi completi, e potete fare il confronto capillare. Ma – come esemplificazione, per farvi un’idea – ve ne cito qualche passo con la versione originaria scritta da Cosimo Rossi e quella pubblicata – sempre a suo nome.

L’originale:
È un convinto sostenitore di Tsipras dalla prima ora, ma ha fatto anche lui qualche prelievo precauzionale al bancomat appena trovato uno sportello poco affollato. «Avevo pensato di prendere 2 mila euro, ma mi è sembrata un’esagerazione: ne ho presi 600 per arrivare a dopo il referendum, poi si vedrà», racconta mentre due moto della polizia sfrecciano a sirene spiegate dirette forse verso uno dei numerosi furti in appartamento che hanno avuto una repentina impennata negli ultimi giorni in cui i greci han fatto incetta di cartamoneta.

L’Unità:
È un convinto sostenitore di Tsipras dalla prima ora, ed è reduce dalla caccia al bancomat, quando ancora si poteva prelevare in libertà. “Avevo pensato di prendere 2 mila euro, ma mi era sembrata un’esagerazione: ne ho presi 600 per arrivare a dopo il referendum, poi si vedrà”. “Ecco dove siamo arrivati con le promesse del caro Alexis”, gli rinfaccia suo padre Odysseas, mastica più amaro, altro che insalata greca.

Originale:
(…) la stagnazione economica è scolpita nella desolazione della attività e i capannoni in abbandono lungo l’autostrada che conduce dall’aeroporto in città, dove resiste in attività solo il gialloblu globale di Ikea. «Guarda là: tutte aziende chiuse negli ultimi cinque anni», spiega Dimitris, dopo che la bolla provocata dall’ingresso nella moneta unica e della febbre delle Olimpiadi 2004 ha cominciato a sgonfiarsi. E entrando in città al situazione è anche peggio. «Vedi? E’ pieno di negozi chiusi e sfitti», che non produco reddito né rendita. Così come i molti appartamenti con le persiane chiuse dei quartieri piccolo borghesi intorno al centro, dove «non si riesce più a affittare» a causa della stretta economica su stipendi e pensioni, ma «tantomeno conviene vendere ai prezzi di saldo che ci sono adesso». Semmai, anzi, il consiglio per lo straniero è che «se hai qualche diecimila euro da investire in questo momento a Atene si trovano un sacco di occasioni, anche in centro».

Unità:
(…) la stagnazione economica è scolpita nella desolazione della attività e i capannoni in abbandono lungo l’autostrada che conduce dall’aeroporto in città, dove resiste in attività solo il gialloblu globale di Ikea. “Guardate tutte le aziende chiuse negli ultimi cinque anni in poi”, spiega Dimitris. “Qui tutto è successo dopo le Olimpiadi del 2004 quando la Grecia ha cominciato a sgonfiarsi e a truccare i bilanci. E forse non si vede ancora il peggio. L?Europa di deve aiutare non strozzare. Noi siamo incredibilmente la pietra angolare che la sta reggendo. Ci fanno fallire? Falliranno tutti, eccetto la Merkel e poi che farà?”. Odysseas si sfoga: “Avete bloccato le riforme. Abbiamo già fatto il pieno di negozi chiusi e sfitti, fatti un giro, locali che non producono più reddito né rendita. Così come molti appartamenti con le persiane chiuse dei quartieri piccolo borghesi intorno al centro, dove non si riesce più a affittare per la stretta economica su stipendi e pensioni e tanti svendono ai prezzi di saldo che ci sono adesso e il consiglio per lo straniero è che se hai qualche diecimila euro da investire in questo momento a Atene si trovano un sacco di occasioni, anche in centro».

Originale:
C’è anche Chara, sua madre, una di quelle pensionate che suscitano la riprovazione «di quella gran stronza della Lagarde». Cinquantanove anni, di cui 20 trascorsi a fare un lavoro autonomo e altri 10 come impiegata, «da tre anni sta aspettando che le versino per intero la pensione cui ha diritto» e che adesso invece il piano dei creditori vorrebbe tagliare. «Doveva prendere 900 euro e glieli hanno già ridotti a 600», la difende il figlio. In più in Grecia esiste una sorta di integrazione alla pensione che si chiama, con perfetta scelta di termini, epicuria: «Sono altri 200 euro, ma che sommati ai 600 avendo una casa di proprietà mi consentirebbero di vivere decentemente», spiega Chara. Invece il piano prevede di abrogare drasticamente questo tipo di integrazione alla previdenza.

Unità:
A cena c’è anche Chara, pensionata baby. Cinquantanove anni, 20 trascorsi a fare un lavoro autonomo e altri 10 come impiegata, «da tre anni sta aspettando le versino per intero la pensione cui ha diritto». Ma davanti a un bancone della spesa dove le porzioni sono decise dalle autorità, è difficile ritrovare il filo dei diritti.

Certo, chi lavora nei giornali sa che si usa tagliare, anche in maniera incisiva i pezzi, correggere i refusi (nel pezzo di Rossi ce ne sono vari), etc… E qui evidentemente si volevano ridurre le battute, modificare lo stile, pulire il testo, etc… Sarebbe tutto legittimo, come sarebbe legittimo da parte di un direttore di giornale rifiutare un pezzo se non lo convince.
Ma il punto essenziale è che qui, nel pezzo originale, Odysseas e Chara sono due persone a favore del No, che invece vengono trasformati nell’articolo pubblicato in due oppositori alla linea di Tsipras. Odysseas in particolare si dichiara espressamente a favore del No e invece nel brano pubblicato fa la controparte di un conflitto famigliare inesistente.
Inoltre è da notare che Cosimo Rossi non parla né di polizia in assetto antisommossa – come si apre il pezzo pubblicato – né di razionamenti del cibo – come si legge poco dopo.

Perché si fa un giornale in questo modo, mi viene da chiedere, e non è affatto una domanda retorica.
______

Qui sotto il pezzo originale di Cosimo Rossi e il pdf dell’articolo pubblicato.

Originale completo:

«Il problema non quanto mettiamo di Iva sul suvlaki, ma se mettiamo le chiavi del paese nelle mani di creditori stranieri», gracida l’autoradio sintonizzata sui 105.5 dell’emittente di Syriza. E «quando si tratta di orgoglio patriottico noi greci siamo capaci di qualunque cosa», chiosa Dimitris in un accesso d’orgoglio levantino che obnubila d’un colpo il senso d’incertezza espresso fino a poco prima dopo la notte quasi in bianco trascorsa tra notiziari e telefonate in seguito all’annuncio del referendum sul piano dei creditori.
Perché di sicurezza a Atene ce ne sono davvero poche questa settimana, a parte il fatto che domenica si andrà a votare il referendum e che «la Grecia in questo momento è il paese con maggiore circolazione di liquidità d’Europa», come nota con qualche sarcasmo lo speaker radiofonico a proposito delle code ai bancomat. Contante a parte, però, la stagnazione economica è scolpita nella desolazione della attività e i capannoni in abbandono lungo l’autostrada che conduce dall’aeroporto in città, dove resiste in attività solo il gialloblu globale di Ikea. «Guarda là: tutte aziende chiuse negli ultimi cinque anni», spiega Dimitris, dopo che la bolla provocata dall’ingresso nella moneta unica e della febbre delle Olimpiadi 2004 ha cominciato a sgonfiarsi. E entrando in città al situazione è anche peggio. «Vedi? E’ pieno di negozi chiusi e sfitti», che non produco reddito né rendita. Così come i molti appartamenti con le persiane chiuse dei quartieri piccolo borghesi intorno al centro, dove «non si riesce più a affittare» a causa della stretta economica su stipendi e pensioni, ma «tantomeno conviene vendere ai prezzi di saldo che ci sono adesso». Semmai, anzi, il consiglio per lo straniero è che «se hai qualche diecimila euro da investire in questo momento a Atene si trovano un sacco di occasioni, anche in centro».

Classe 1976, sposato con un figlio appena nato e un altro in Italia di 10 anni, Dimitris è a capo della Ergon, una piccola società con 17 dipendenti che realizza ricambi per motori navali. E’ un convinto sostenitore di Tsipras dalla prima ora, ma ha fatto anche lui qualche prelievo precauzionale al bancomat appena trovato uno sportello poco affollato. «Avevo pensato di prendere 2 mila euro, ma mi è sembrata un’esagerazione: ne ho presi 600 per arrivare a dopo il referendum, poi si vedrà», racconta mentre due moto della polizia sfrecciano a sirene spiegate dirette forse verso uno dei numerosi furti in appartamento che hanno avuto una repentina impennata negli ultimi giorni in cui i greci han fatto incetta di cartamoneta.
A parte l’argent de ponche per le necessità domestiche, comunque, le incognite vere riguardano il lavoro e le banche. «Stiamo pensando cosa fare col cash flow dell’azienda, se portarlo all’estero in Inghilterra per poter pagare fornitori e stipendi», continua Dimitris con qualche senso di colpa giustificato almeno dal fatto che «è quello che vorrebbe fare il mio socio Alexandros». Che a differenza sua è di Nuova democrazia, il partito di centrodestra, e del «presidente del consiglio scolastico» – come i detrattori greci chiamano Tsipras – pensa tutto il male possibile, a cominciare dal fatto che «ci vuol riportare nella dracma pur di mantenere il consenso dei dipendenti statali», come spiega nel suo abito da appassionato di golf durante un sopralluogo allo stabilimento minacciato da un incendio nelle vicinanze. Lui è d’accordo col fatto che vada aumentata la tassazione sulle attività turistiche dal 6,5 al 23 per cento, come spiega con qualche accento polemico da industriale nei riguardi del terziario, ma ritiene pure che «alzare troppo la tassazione penalizza troppo le imprese e rischia di portarci fuori dall’euro».
Quello dell’uscita dalla moneta unica, infatti, è lo spettro più allarmante e ricorrente. Per quanto i fautori del governo insistano a sostenere che «abbiamo detto a larga maggioranza nello scorso referendum che volevamo rimanere nell’euro», la minaccia di un ritorno alla dracma si fa sempre più pressante insieme alle voci di un possibile ingresso nell’orbita del rublo rinforzate dopo l’accordo sul gas russo dei giorni scorsi. Anche se uno dei numerosi paradossi greci è che «una svalutazione competitiva» dentro o fuori dall’euro in fin dei conti non dispiacerebbe troppo né a sinistra e nemmeno a destra, come ragionano al bar gli amici di Nuova democrazia.
Contraddizione tra le contraddizioni, del resto, sarebbe proprio «per evitare che i ricchi armatori trasferissero i loro possedimenti all’estero che Tsipras non ha voluto calcare la mano» contro di loro; anche se poi «il fondo monetario ha respinto la proposta di tassare del 12 per cento in più le 172 società che hanno oltre 500 mila euro di utile», come continua a tuonare la radio, che è il vero trait d’union di Syriza coi greci.
Di votare a favore del piano di rientro dei creditori, perciò, manco a parlarne. «A 11 euro il chilo per il filetto di maiale ci manca pure aumentare l’Iva coi salari che ci ritroviamo nel paese», osserva Dimitris risalendo in auto dal negozio di golosità non proprio a buon prezzo con gli acquisti per la tavola della domenica. C’è anche Chara, sua madre, una di quelle pensionate che suscitano la riprovazione «di quella gran stronza della Lagarde». Cinquantanove anni, di cui 20 trascorsi a fare un lavoro autonomo e altri 10 come impiegata, «da tre anni sta aspettando che le versino per intero la pensione cui ha diritto» e che adesso invece il piano dei creditori vorrebbe tagliare. «Doveva prendere 900 euro e glieli hanno già ridotti a 600», la difende il figlio. In più in Grecia esiste una sorta di integrazione alla pensione che si chiama, con perfetta scelta di termini, epicuria: «Sono altri 200 euro, ma che sommati ai 600 avendo una casa di proprietà mi consentirebbero di vivere decentemente», spiega Chara. Invece il piano prevede di abrogare drasticamente questo tipo di integrazione alla previdenza.

Il resto di parenti e amici sono attesi a Vari, zona benestante di villini mono o bifamiliari tiranti su un po’ alla rinfusa nel cicaleccio di ulivi, fichi i pini marini alla periferia suovest di Atene. A fare gli onori di casa, oltre a Dimistris, il suocere Odysseas, fondatore della Ergon che adesso ha tirato i remi in barca e si dedica agli ozi da pensionato insieme alla moglie inglese Susan, appassionata giocatrice di bridge. «Io la mia vita l’ho fatta, adesso voto come mi dicono mia figlia e mio genero per il futuro di mio nipote – racconta nonno Odysseas – Il mondo appartiene a loro». Anche se Susan, pur prendendo le parti del governo, ammette di aver avuto l’accortezza di spostare un po’ di denaro in Inghilterra per sentirsi a sua volta più tranquilla, come confessa sotto lo sguardo sornione del marito.
Il bimbo bramoso di mammella in collo Valli, la giovane moglie, insiste che di politica non vuol parlare, ma poi non resiste a dichiarare il proprio apprezzamento per la decisione di fare il referendum assunta dal governo «rimettendosi alla volontà popolare». Agli occhi stranieri può apparire un modo di nascondersi dietro un plebiscito popolare per abdicare alla responsabilità di scegliere, «ma devi capire che da noi la democrazia diretta è un concetto molto radicato e praticato – aggiunge – Anche se sì, i politici sono sempre più ammaliati dal consenso».
D’altro canto nello stesso voto parlamentare che ha sancito il referendum c’è qualche avvisaglia di come sta cambiando l’Europa. A favore della consultazione popolare, infatti, oltre alla sinistra di Syriza hanno votato la destra di Alba dorata e i nazionalisti di Anel; mentre si sono espressi contro i partiti di centrodestra e i residui del vecchio socialismo che hanno la responsabilità dello sfascio insieme ai veterocomunisti del Kke. Anche in ambito nazionalista, infatti, per quanto ci sia chi ricopre il governo di improperi come fa Adonys, attore figlio di un altissimo magistrato, non manca chi preferisce la via referendaria e dell’orgoglio nazionale alle tecnocrazie europee.

Stando così le cose l’esito del referendum pare davvero uno scontato plebiscito di rivendicazione ellenistica. Ma siccome di sicuro non c’è davvero niente in queste ore all’ombra dell’Acropoli, «potrebbe ancora cambiare il quesito se intervenisse qualche fatto nuovo in seguito alle aperture sicuramente negative delle borse e del tasso di cambio dell’euro», interviene Spyros, giornalista radiofonico appena arrivato dall’emittente di Syriza, spiegando l’obiettivo finale del primo ministro Tsipras e del suo ministro dell’economia Varrufakis. Che nello stesso momento sta infatti spiegando in tv come nel caso di un cambiamento del piano dei creditori e quindi del quesito referendario «potremmo avere un mandato forte dal referendum per realizzarlo». D’altro canto «in caso di defoult sia la Germania che voi italiani non vedrete più un euro di quel che vi dobbiamo», manda a dire l’amor di patria ellenico, quindi «tantovale cambiare il piano e uscire da questa ossessione dell’austerità che anche il vostro premir Renzi e il presidente Hollande hanno criticato e contrastato».
Ma, per quanto il primo ministro vada ripetendo che «l’unica cosa da temere è la paura stessa», se invece il referendum prendesse la via della prova d’orgoglio nazionalista si prospettano tempi non semplici per nessuno, a cominciare da chi è nelle condizioni meno agiate, vista la dipendenza greca dalle importazioni. Anche se Odysseas prova a elargire un’ultima parla di saggezza senile invitando a non temere il futuro: «Quando il paese era capitalista sono stato un buon capitalista – osserva – Ora che il paese ci chiede di essere comunisti sapremo essere autonomi anche a condizione di coltivare l’orticello».
E al risveglio di ieri mattina qualcuno può anche aver temuto qualche antipasto di socialismo reale: borsa chiusa per impedire speculazioni, banche chiuse tutta la settimana per arginare l’esportazione di capitali che condizioni la consultazione referendaria (anche se qualche movimento sarà consentito per il pagamento di una parte delle pensioni e stipendi), prelievo massimo giornaliero al bancomat di 60 euro (turisti stranieri esclusi, ammesso che superino la fila). E alle sette e mezza di sera Fm 105.5 convoca di nuovo tutti in piazza Sintagma – quella di fronte al parlamento con le guardie in costume nelle garritte – per un’altra manifestazione cui «non si può mancare».
Anche se di qui al referendum ancora tutto può davvero cambiare, grazie magari ai favorevoli auspici e uffici messi in opera da Obama e Merkel. Che in fondo son ciò che più intimamente si augurano la maggioranza dei greci per non finire a «far troppo i greci».

Qui invece c’è l’articolo Unita (1)

Condividi

8 commenti

  1. sono basita… e molto delusa! ancora non avevo letto la “nuova” Unità , ma dopo aver letto questo articolo eviterò del tutto. Un vero peccato pensando agli articoli ben scritti del passato!

  2. Strano pretesa quella di misurare L’Unita’ dalla distanza dal governo a guida Pd. Ve la do io la notizia L’Unita’ è tornata in edicola per raccontare esattamente cosa fa il Pd al governo. E guarda caso per una fascia di lettori ce n’era proprio bisogno, evidentemente altri non lo fanno. E vi dico un’altra cosa, il giorno dopo il referendum in Grecia noi lettori sappiamo bene che ha vinto il No, il titolo che ce lo spara a caratteri cubitali è vecchio.

  3. Luciana, scusami, non l’ho capito. Secondo te non si può fare un giornale, avendo una voce terza pur essendo convinti della bontà dell’azione di governo? O anche, secondo te, è sensato da un punto di vista giornalistico occultare la notizia che c’è stato un referendum e ha vinto il no?

  4. il giornalismo impegnato di renzi.. un quotidiano da chiudere perché 1) racconta balle e male e 2) non legge nessuno e soprattutto tanti soldi pubblici sprecati che vanno restituiti, per non parlare di carta e inchiostro.
    il pd fa vomitare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Articoli correlati