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Da Truman Capote a Maggie Nelson, l’ascesa del true crime come genere

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

Appare sempre più evidente, per i lettori, spettatori e ascoltatori attenti a letteratura, cinema, serie tv e podcast americani, che il true crime sia diventato nel giro di pochi anni uno dei territori contemporanei più interessanti da esplorare. Podcast come Serial e serie tv come The Jinx, Making of a Murderer, o la più recente When They See Us diretta dalla regista americana Ava DuVernay, prodotta e distribuita da Netflix e dedicata alla storia dei cinque ragazzini di New York che negli anni ottanta vennero ingiustamente accusati e incriminati per l’aggressione e lo stupro di una donna a Central Park, ci hanno tenuto incollati agli auricolari degli smartphone e agli schermi di televisori e computer, affascinati più che dall’aspetto “crime” delle relative vicende, dalla possibilità che l’autorialità, l’audacia e la conquista di una forma che sia adeguata al contenuto guidi a una verità più autentica, profonda e giusta di quella cercata e trovata attraverso indagini della polizia e processi, o attraverso prodotti che inseguendo il mainstream perdono originalità e potenza.

Non è un caso che nella definizione del genere true crime la parola “crime” sia preceduta da un “true”, che in italiano sta per vero, effettivo, certo, reale, anche sincero. Così come non è un caso che a margine di uno dei capolavori (nonché il capofila) della narrativa true crime, ovvero A sangue freddo di Truman Capote, ci sia una nota autobiografica (pubblicata in Italia in prefazione al volume Musica per camaleonti edito da Garzanti e nelle opere complete raccolte nel volume dei Meridiani Mondadori) in cui Capote spiega il processo faticoso e zelante che dai primi romanzi lo ha portato a scrivere quello che egli stesso e insieme a lui la critica considerano giustamente la sua opera migliore.

Così scrive Capote: “Molti ritennero che fossi pazzo a sprecare sei anni vagando per le pianure del Kansas; altri respinsero la mia idea del romanzo-verità dichiarandola indegna di uno scrittore ‘serio’; Norman Mailer la definì un ‘fallimento dell’immaginazione’, intendendo, presumo, che un romanziere dovrebbe scrivere cose immaginarie e non cose reali. Sì, era un gioco d’azzardo con forti puntate; per sei logoranti anni non seppi se avevo o no un libro per le mani. Furono estati lunghe e inverni gelidi, ma io continuai a distribuire carte, giocando le mie come meglio potevo. Poi risultò che era un libro”.

Quel libro, A sangue freddo, alzò in modo definitivo l’asticella della letteratura, creando un paesaggio, il paesaggio della narrativa non-fiction, che fino a quel momento era stato soltanto abbozzato e soprattutto viveva all’ombra della narrativa di finzione. Ed è proprio questo paesaggio che negli ultimi anni, in perfetta sintonia con podcast e serie citate, ha reso la letteratura americana contemporanea se non migliore sicuramente più interessante. Tra i più recenti libri di true crime, e pubblicato felicemente anche in Italia, va sicuramente segnalato Dieci brutali delitti di Michelle McNamara (Newton Compton, traduzione di Angela Italia Gugliemo, pp. 345, 9,90 euro), impeccabile e avvincente reportage pubblicato postumo di una brillante giornalista investigativa che per anni ha indagato su un serial killer californiano da lei stessa soprannominato il “Golden State Killer”, portando infine all’arresto dell’uomo. Tratta dal libro è già in produzione per HBO una serie televisiva diretta da Liz Garbus, già regista (tra gli altri) del bel documentario su Nina Simone trasmesso su Netflix e candidato all’Oscar What Happened, Miss Simone?

Ancora inedito in Italia è invece l’accuratissimo e seminale reportage condotto da Sarah Burns, figlia del regista Ken Burns, documentarista anche lei e avvocato, sui cinque ragazzini protagonisti della citata serie When They See Us, e prima ancora del documentario The Central Park Five, realizzato nel 2012 dalla stessa Burns insieme al padre Ken e al marito David McMahon. Il libro si chiama come il documentario, The Central Park Five (Hodder & Stoughton, pp. 272, 9,90 $), è stato pubblicato originariamente in Nord America nel 2012, ed è tornato nei mesi scorsi nelle librerie inglesi e americane in un’edizione zelantemente aggiornata che arricchisce di dettagli e sviluppi i fatti accuratamente raccontati nel documentario e nella serie tv.

Inedito in Italia è anche The Red Parts: Autobiography of a Trial di Maggie Nelson (Graywolf Press, pp. 224, 16 $), magistrale racconto autobiografico dell’autrice di Bluets e Gli argonauti in cui ripercorre la storia familiare e legale che ha fatto seguito all’omicidio di sua zia Jane (a cui aveva già dedicato nel 2004 il bel romanzo in versi Jane: A Murder), sorella della madre, uccisa presumibilmente da un serial killer in Michigan nel 1969 e poi, trentacinque anni dopo, di nuovo al centro di un processo che ha visto condannato un altro uomo, arrestato e identificato grazie al DNA come il vero colpevole del crimine. Sempre Maggie Nelson (una delle autrici più interessanti e brave del panorama letterario contemporaneo) ha pubblicato nel 2012 in America un importante saggio che si chiama The Art of Cruelty: A Reckoning (WW Norton, pp. 212, 16,95 $). Pur non trattandosi direttamente di narrativa non-fiction, il libro affronta trasversalmente e brillantemente l’argomento e il genere ripercorrendo casi esemplari di rappresentazioni artistiche e letterarie della violenza e scandagliando le ragioni della diffusa e secolare fascinazione per il crimine. Sullo stesso argomento sono anche i bei recenti saggi di Alice Bolin e Rachel Monroe, Dead Girls: Essays on Surviving an American Obsession (HarperCollins, pp. 288, 15,99 $) e Savage Appetites. Four True Stories of Women, Crime, and Obsession (Simon & Schuster, pp. 272, 26$).

Merita un approfondimento il libro della giornalista investigativa texana Monroe, che ha scelto come una delle quattro protagoniste di Savage Appetites l’affascinante Frances Glessner Lee, nota ad alcuni come la “Madre delle scienze forensi”, mecenate, artista e peculiare detective del Novecento, che grazie alle sue interessanti scene del crimine ricostruite in formato diorama (venti in tutto, realizzate tra il 1940 e il ’49 e che lei stessa soprannominò “The Nutshell Studies of Unexplained Death”, studi di morte inspiegabili grandi quanto un guscio di noce) aiutò non solo le indagini dei venti casi riprodotti in miniatura, ma la medicina legale in generale, aprendo la strada allo sviluppo delle scienze forensi nelle università e nei dipartimenti di polizia statunitensi. Suoi sono gli “interni con delitto” che illustrano questo articolo, diciannove dei quali (uno purtroppo andò distrutto) vennero acquisiti decenni dopo la sua scomparsa dallo Smithsonian American Art Museum e nel 2017 sono stati esposti per la prima volta alla Renwick Gallery di Washington, D.C. nella magnifica mostra “Murder Is Her Hobby: Frances Glessner Lee and The Nutshell Studies of Unexplained Death”.

Nata a Chicago nel 1878 da una famiglia facoltosa (il padre era un ricco industriale), fu costretta dai tempi e dalla ristrettezza di vedute dei genitori a rinunciare a quella che probabilmente sarebbe stata una brillante carriera universitaria per sposare un avvocato e, dopo la nascita di tre figli, divorziare. Da sempre affascinata dalla patologia forense e appassionata lettrice delle storie di Sherlock Holmes, dopo il divorzio e alla morte dei suoi (con conseguente fortuna ereditata e a sua completa disposizione) decise di fare un’ingente donazione al Dipartimento di medicina legale di Harvard e alla scuola di medicina legale Harvard Associates in Police Science, di studiare da autodidatta la patologia forense, e di intraprendere una proficua collaborazione professionale con George Burgess Magrath, un ex compagno di liceo del fratello nonché affermato medico legale di Boston. L’altra sua passione era la meticolosa costruzione di case di bambole, che brillantemente decise di indirizzare verso la creazione di piccole e accuratissime scene del crimine (i citati “Nutshell Studies”), da mettere a disposizione di detective del dipartimento di polizia, medici legali e studenti universitari per aiutarli nelle indagini riguardanti i casi più complessi.

Glessner Lee diventò leggendaria in primis per gli stessi quasi-colleghi poliziotti, che nel 1943 la nominarono capitano onorario della Polizia di Stato del New Hampshire, facendone così la prima donna a cui venne permesso di accedere all’Associazione Internazionale dei Capi della Polizia. Dopo la morte seguì un riconoscimento più mainstream da parte della cultura pop, iniziato con l’invenzione del personaggio di Jessica Fletcher (interpretato da Angela Lansbury nella fortunata serie televisiva americana La signora in giallo), che a lei si ispira, e approdato adesso in questo Savage Appetites, che la presenta come capofila di un quartetto di donne la cui fascinazione per crimini e criminali le rende più interessanti e per certi versi più “vere” di qualsivoglia eroina di romanzo.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “Da Truman Capote a Maggie Nelson, l’ascesa del true crime come genere”
  1. Emanuele Palli scrive:

    Evidentemente attira di più ciò che fa riferimento a dati concreti, corrisponde a volti rintracciabili in fotografie, vite che avevano un recapito, una collocazione nello spazio-tempo. I reati reali, le morti violente costringono lo scrittore e il lettore a lasciare il porto nebbioso dell’immaginazione per entrare negli archivi, tra referti medici e documenti giudiziari, scene del crimine e incalzanti interrogatori. E’ la stessa fame di realtà che ci fa interessare alle biografie dei nostri scrittori preferiti: vogliamo agganciare l’opera a qualcosa di concreto, tangibile. Se un giorno i computer divenissero capaci di generare automaticamente racconti geniali, credo che il fatto di non poter rintracciare una personalità, una storia familiare e una psicologia individuale alla base di tali creazioni formalmente perfette spegnerebbe in anticipo l’interesse del pubblico, a meno di non ricorrere allo stratagemma di controfigure con una biografia fittizia a cui attribuire questi fantomatici romanzi scritti da robot. Che salto che ho fatto, dal true crime a un imminente futuro ipertecnologico… Scusate, capita, quando si ha un pensiero dalle gambe lunghe.

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