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Ma tu divertiti: più che un consiglio, una minaccia — Chiacchierata semiseria con l’autrice Mari Accardi

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Se Lena Dunham fosse palermitana, genuinamente simpatica e autrice della propria fortuna (senza famiglia artistoide né background brooklyniano, insomma)… Anzi: se Hannah Horvath, il suo personaggio in Girls, esistesse davvero; se Hannah fosse sicula di nascita ma giramondo d’elezione, meno egoriferita e altrettanto quirky, si chiamerebbe Mari. Mari Accardi. Il confine tra autore e personaggio, si sa, è labilissimo.

Disclaimer: Mari è l’amica di amici che ho contattato quando, poco meno di dieci anni fa, ho deciso di mollare la capitale per venire al nord a studiare da parolaia. Mari è quella che mi ha risposto qualcosa come “Vieni, sì, vale la pena”. Quando sono arrivata ho constatato che la pena effettivamente la valeva, però lei intanto era già oltreconfine. Comme on dit raincheck en français?

Perciò quando ci siamo ritrovate a scrivere tutte e due, a leggerci a distanza e — va da sé — a raccontare il mondo da una prospettiva vaginomunita, ho pensato fosse interessante riprendere il discorso. Domandarle dell’altro, e poi riportarvelo: ché non è da tutti poter intervistare, beh, Hannah. Quel che è venuto fuori è qua sotto: buona lettura.

D: Mari, hanno arrestato Harvey. Hai letto? E che hai pensato, quando hai letto, tu che fai dire ai tuoi personaggi cose come “Stavolta ho paura, la prima volta no, ed ero più piccola. Forse perché ero spensierata, incosciente, non capivo bene di cosa si trattava. […] È proprio un cacamento di minchia essere donna. Vero signò?”?

M: Pensavo fosse già dentro.

D: Sei la solita ottimista. Nell’ultimo romanzo che hai pubblicato per Terre di Mezzo, Ma tu divertiti [qui il primo capitolo], c’è un medico che visita in questo modo la giovane paziente operanda di fibroma: “«Apriamole di più queste gambe, non facciamo le timide. Potessi darti del vino, te lo darei…» […] A mo’ di rassicurazione, mi ha messo una mano sulla coscia”. Che idea ti sei fatta del dibattito attuale sul consenso e sui confini tra abuso e confidenza?

M: La protagonista è nuda, bloccata in una posizione che comunque non le permetterebbe agevolmente di scappare; il Chirurgo è uno “di famiglia”, e per quanto la metta a disagio la mano sulla coscia, lì per lì non ci si sofferma troppo. In quel momento si sente una bambina, è impaurita per l’operazione e a operarla oltretutto sarà lui. Magari è sempre stata abituata a questi atteggiamenti “confidenziali” e non sa se ha il diritto di lamentarsi. Forse esagera. I confini sono sottilissimi ed è un discorso complicato. A me dà fastidio anche quando il medico, da cui vado per un’allergia, dice che con la cura che mi prescrive perderò qualche chilo e il mio fidanzato sarà più contento. O quando la ginecologa (ormai lo rimando sempre, il controllo dalla ginecologa) mi rimprovera perché ancora non ho figli. Ci ho messo un po’ ma adesso li mando affanculo.

D: Il che mi pare un approccio valido, sano e (si dirà ancora?) bipartisan. Cinque anni fa hai esordito con Il posto più strano dove mi sono innamorata: quale affinità lega Irma e… la fidanzata di Lucien? Com’è nata questa seconda storia lunga? Che mi dici delle scelte di struttura?

M: Le storie che compongono Il posto più strano dove mi sono innamorata sono state scritte in periodi molti diversi, nell’arco di dieci anni. Ma tu divertiti invece l’ho scritto in un periodo più concentrato. La mia vita rispetto al primo libro era cambiata drasticamente e questo ha influito sulla costruzione dei personaggi. Anche Irma come Rita (il nome viene menzionato soltanto una volta, nel racconto dello yo-yo) cerca un posto nel mondo, solo che Rita mi sembra più combattiva, sebbene in un modo che potrebbe apparire goffo. Volevo scrivere un libro incentrato sulla fiducia. Alcune storie erano ben definite, altre nella mia testa erano brevissime e invece scrivendole ho perso il controllo. Era la prima volta che mi succedeva ed è stata un’esperienza formativa anche in altri ambiti della mia vita. I personaggi prendevano piede senza che li invitassi, non sapevo cosa avrebbero fatto. Mi divertiva mettere Rita in difficoltà: doveva imparare a fidarsi di se stessa ma anche ad aprirsi agli altri. Non sempre ci riesce ma è giusto così, mi interessa raccontare i tentativi.

D: Tentativi riusciti. Per esempio, tu realizzi un sacco di vignette buffe e surreali e le carichi sui social. Piacciono a tanti, a me di sicuro. Sembrano uno spin-off delle tue storie: al centro c’è spesso una manic pixie dream girl — una versione esasperata e tenera di te, un robot francofono per fidanzato e tante paranoie a farle compagnia. Hai mai pensato di lavorare a una graphic novel, o di integrare la prosa con le immagini?

M: Grazie. Mentre scrivevo Ma tu divertiti a un certo punto mi sono bloccata, per molti mesi non sono riuscita a finire neppure un paragrafo, avevo la nausea. Non volevo smettere perché so che quando perdo il ritmo poi diventa impossibile ricominciare e allora ho iniziato a disegnare, ho usato le vignette per parlare del mio blocco e ha funzionato. Ho finito il libro in due mesi. L’ultimo racconto, Proteggi il re con un ombrello, viene da un piccolo fumetto che avevo fatto. Quando scrivo non riesco ad abbozzare velocemente una prima stesura: se non mi convince quello che ho scritto non riesco ad andare avanti. Invece quando disegno sono più libera, sperimento di più, mi giudico meno, rido da sola. Ormai è diventata un’abitudine, mi dà un’altra prospettiva sulle cose. Sì, il mio obiettivo è quello di integrare prosa e immagini. Ho una storia in mente da un po’, qualche tavola pronta, schizzi sparsi. Arriverà il suo momento.

D: Spero dentro ci sia un sacco di Robot. Ha personalità. Al contrario, sempre in Ma tu divertiti a proposito di un altro soggetto leggiamo: “Ai tempi in cui stavamo insieme diceva che ero un prodotto in serie, anonima e senza fantasia, e lui mi avrebbe salvato”. Che maschi sono, quelli che racconti? Che coppie compongono?

M: I maschi di cui si innamora Rita sono sempre una proiezione di quello che lei vorrebbe essere. Il naso-scultore e Giando sono sicuri di sé, vivono la vita in maniera libera. Lei si appoggia molto a loro, reputa le loro opinioni più importanti delle sue. Quando decide di buttarsi in prima persona e inizia a viaggiare (come Giando) e a usare la creatività (come il naso-scultore) a quel punto incontra Lucien (che disegna donne nude piene di imperfezioni). Il rapporto è più equilibrato perché nessuno dei due vive nel riflesso dell’altro, ma allo stesso tempo è un rapporto tutto da costruire, un’esperienza nuova per entrambi.

D: Ecco. Questa è Rita: tra le altre cose, un personaggio che di mestiere è qualcosista, eterno ibrido mal collocabile sul mercato del lavoro, che — coi suoi amici — vive in un tempo dilatato e immobile perché lo misura in traguardi, traguardi evidentemente non (ancora) raggiunti. Allo stesso tempo, lungi dall’essere disfattista, non fai a meno di notare che sarebbe utile non circondarsi di persone scoraggianti. Prima di Lucien, infatti, tutti quelli che ruotano intorno alla tua protagonista sembrano comprenderla pochissimo — e anche lui, complice l’ostacolo della lingua, ci mette un bel po’. Come mai è così sola, secondo te?

M: Anche Rita (che non a caso si chiama come la santa delle cause perse) si comprende pochissimo. Forse per i tentativi falliti, o perché non rispondono alle aspettative altrui, non sa più quali siano i traguardi che vuole raggiungere. Vuole essere brava in qualcosa, in qualsiasi cosa, ma non considera che per arrivarci può (e deve) sbagliare. Ha terrore di sbagliare e tuttavia sbaglia di continuo. Invece di esprimere le sue paure passa il tempo a spiare un gatto randagio dalla finestra (che poi scopre non essere randagio, solo libero). Eppure c’è sempre qualcosa che la fa reagire, un istinto di avventura più che di sopravvivenza.

D: Un randagio con famiglia… Qui come altrove, la famiglia è asfittica, croce e delizia, porto e zavorra: “Forse perché ero la più piccola di casa e [mia madre] era stata apprensiva più del dovuto, sta di fatto che quando eravamo in mezzo ai parenti io, come individuo, sparivo”. Precari ma con la rete di sostegno: secondo te, quanto hanno contribuito i nostri nidi di provenienza ad alimentare quella che a detta di tutti è un’adolescenza lunga? 

M: La cosa che mi ha colpito di più quando sono arrivata in Francia è che i giovani iniziano a lavorare molto prima di noi, spesso a vent’anni hanno già il posto fisso. Mi sembravano così pratici, così determinati. Poi però, insegnando a scuola, quando per spiegare “mi piace/non mi piace” chiedevo ai miei alunni quali fossero i loro sogni o anche semplicemente i loro gusti li mettevo in crisi. “È troppo difficile, Madame” mi dicevano. Mio padre finché non finivo l’Università non voleva che lavorassi. I lavoretti che trovavo dovevo farli di nascosto. Eppure ha sempre preso seriamente i miei sogni: l’ho capito tardi. In una fase particolarmente folle della mia tarda adolescenza lo incolpavo di non avermi fatto fare il liceo artistico. Un ragazzo mi lasciava: “Hai visto, se avessi fatto il liceo artistico”; non trovavo lavoro: “Perché non mi hai voluto iscrivere al liceo artistico?”. Che a pensarci è paradossale. Ci sono molte cose di cui ho incolpato e potrei incolpare i miei genitori, e forse con la loro eccessiva apprensione mi hanno fatto ritardare qualche passaggio, in effetti: ma adesso mi viene solo da ringraziarli.

D: A proposito di questi benedetti sogni: l’infanzia, scrivi, è l’epoca in cui nessun sogno può essere ridicolo. E adesso in che epoca siamo, Mari? Qual è il tuo rapporto coi sogni?

M: Continuo a credere che nessun sogno sia ridicolo. Solo che i sogni, per essere realizzati, hanno bisogno di tempo e quando cresci hai la sensazione che di tempo ce ne sia sempre meno (e magari le ore libere le sprechi a dirti che è tardi). Da piccoli non ci sono l’affitto da pagare, le bollette, le responsabilità che di anno in anno si moltiplicano e la continua ricerca di un equilibrio tra lo spazio necessario a gestire la vita pratica e quello da dedicare ai sogni a volte è sfiancante. In più ci sono le vocine fastidiose dentro la testa a ripetere che a una certa età dovresti avere una posizione, aver raggiunto traguardi tangibili (da piccola a quarant’anni mi immaginavo in tailleur, indipendentemente dal lavoro che avrei fatto), e la soluzione più semplice sarebbe ascoltarle. Io però credo che sia proprio questa continua ricerca di equilibrio a farmi sentire viva, perché anche questo in fondo è un sogno. Anni fa un amico mi ha detto che è bene averne tanti, come minimo cento, così hai più probabilità che almeno uno si realizzi. Da allora tengo una lista, ed è di questo che amo parlare con la gente, perché mi sembra che i sogni definiscano molto di più rispetto al lavoro che si fa.

D: E infatti eccoci qui. Con buona pace dei tuoi alunni francesi (e dei tailleur che comunque non sapremmo indossare), ne è valsa la pena davvero.

Domitilla Pirro è nata a maggio del 1985 e crede che le parole portino fortuna. È giornalista pubblicista iscritta all’Ordine di Roma e direttrice creatività&sviluppo di Fronte del Borgo della Scuola Holden di Torino. Con Sote’ ha vinto la quinta edizione del concorso letterario 8×8; suoi racconti sono usciti su Repubblica, Linus, abbiamo le prove. Con Francesco Gallo progetta Merende Selvagge e La Fionda Factory, ventaglio di offerte narrative per umani di varie dimensioni. Con Sara Benedetti insegna il Buco Nel Cervello, piano di riprogrammazione di genere.
È docente del laboratorio di scrittura creativa per donne operate organizzato dalla Susan G. Komen Italia e la Scuola Holden.
È in debito eterno verso Marcello Fois, suo docente di Racconto&Romanzo durante il biennio in storytelling, che l’ha assistita nella stesura del primo romanzo. Sarebbe pure laureata in Legge, ma fa finta di no.
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