Tu quoque, albanese, fili mihi? Lezioni di memoria da Edi Rama

di Stela Xhunga

Neanche un libro. Dal discorso del 28 marzo, Edi Rama ha continuato a parlare via Skype alle televisioni italiane, evitando di farsi ritrarre con la biblioteca alle spalle come fanno invece i politici di (s)fiducia. Beato chi si fa intervistare senza libri alle spalle perché significa che forse li legge davvero. Pittore, scrittore, giornalista, professore universitario, rampollo di una famiglia di intellettuali, Edi Rama è quel che si dice un radical chic, globalista ed ecologista. Da anni si aggira ai summit mondiali in scarpe da tennis ma in Italia nessuno ci aveva ancora fatto caso, nonostante i suoi due metri (e due centimetri) di altezza. Tu quoque, albanese, fili mihi, colto, radical chic e pure sexy? Ebbene sì, sconcerto e stupore tra le casalinghe di Voghera.

Con l’avvento della democrazia, l’edilizia comunista, che dei suoi palazzi popolari alti cinque piani, intonaco in bellavista, aveva eretto a simbolo della fierezza del popolo albanese, apparve improvvisamente anacronistica, quindi Edi Rama, allora Sindaco di Tirana, pensò bene di gettarci vernice sopra. Colorare le facciate delle case significò superare la stagione della presa dei palazzi d’inverno senza tuttavia ripudiarla: sotto, ancora estetica pauperista e calcestruzzo, sopra, colori sgargianti, stranianti, scelti dallo stesso Rama, rinnovarono i palazzi rimasti in piedi, gli altri, boom, giù. Trecento chilogrammi di esplosivo C-4 inseriti in più di duemila fori per abbattere «Jon», l’ecomostro fatto costruire in riva al mare dal suocero dell’allora promessa del centrodestra Lulzim Basha. «Ogni cosa abusiva deve essere abbattuta», disse Rama. Oggi a capo dell’opposizione c’è proprio lui, Lulzim Basha. In ombra, potentissimo, ancora Sali Berisha, 74 anni di baldanza berlusconiana.

Il legame stretto tra l’Albania e l’Italia non nasce certo con le emigrazioni degli anni Novanta e Duemila, né è figlio della gratitudine che il popolo albanese prova nei confronti di quello italiano, che l’ha accolto, anche quando le villette brianzole venivano svaligiate e Romano Prodi ordinava di respingere le navi e i gommoni. Era il 28 marzo 1997, Venerdì santo, quando Sibilla, la corvetta della Marina militare italiana, fece ribaltare una nave carica, troppo carica di albanesi, con una manovra che in gergo si chiama “azione cinetica di disturbo”. Nella tragedia di Otranto morirono 84 persone, di cui 31 di età inferiore ai 16 anni. Ventiquattro corpi non furono mai ritrovati, 57 i superstiti, per lo più donne e bambini.

Dallo speronamento il nastro delle comunicazioni intercorse tra la corvetta e chi dirigeva le operazioni da terra è inascoltabile, ma nella trascrizione recuperata la nave albanese viene chiamata «bersaglio». «Buttiamoli a mare», diceva l’allora Presidente della Camera, Irene Pivetti, «abbiamo visto le donne e i bambini, ma pensavamo che dietro ci fossero uomini con il mitra», diceva l’ammiraglio della Sibilla in tribunale. Cinetica, troppo cinetica l’azione, nessuno lo disse.

«Non siamo ricchi, e nemmeno privi di memoria», ha detto Rama. Vero. Infatti valutiamo il legame italo-albanese al di là delle singole azioni dei governi, dei criminali, dei trafficanti di droga e di armi. Nulla di complicato, basta studiarsi i nomi di certe calle veneziane o digitare Skënderbeg su Wikipedia, per capire che «buttateli in mare», non impedisce di rimettere in circolo i popoli, lì, dove tutto è nato, nel Mare Nostrum.

Stupisce invece come il discorso di Edi Rama abbia stimolato afflati ipernazionalistici anche in quegli albanesi di seconda generazione che mai si sono sognati di lasciarsi sfuggire una parolina nella propria lingua madre al Carrefour, per timore di sentirsi poco “integrati”, poco “italiani”. Che le sue parole avrebbero aizzato l’insopportabile vittimismo degli odiatori della Germania, rea di opporsi ai Corona-bond, già lo sapevamo. La Merkel è una delle donne più intelligenti in circolazione e sa perfettamente che sarà il caso di mollare un po’ di soldini, solo, per non dare spago alla sua destra, fa quello che le riesce meglio, aspetta.

Il dibattito è se introdurre i corona-bond subito o aspettare che prima si esauriscano tutti gli altri fondi in dotazione per individuare i vincoli da imporre, ma nessuno tra gli economisti tedeschi, compresi i 5 consiglieri del governo e il presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann, si dice contrario ai bond. Il più prestigioso giornale economico, l’«Handelsblatt», sta addirittura facendo una campagna a favore, dunque, di che parliamo? C’è solo da aspettare, e la Merkelsa farlo piuttosto bene. Infatti adora Edi Rama, perché anche lui sa aspettare. Dal 28 marzo 1997 ha atteso ventitré anni per rovesciare una data fino a l’altro ieri nefasta e trasformarla da simbolo di divisione a simbolo di unione. Perché se è vero che “tenere nu core grande” sarebbe questione di latitudine, prerogativa mediterranea, la memoria rimane strategia squisitamente individuale.

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Stela Xhunga è nata in Albania nel 1987, vive in Italia, traduce, scrive per quotidiani e riviste, collabora con la Radio Televisione Svizzera. Manierista suo malgrado. Collabora con Il manifesto, Il Reportage, Fanpage e Fondazione per la critica sociale.

Commenti
7 Commenti a “Tu quoque, albanese, fili mihi? Lezioni di memoria da Edi Rama”
  1. Francesca scrive:

    Non solo i politici si fanno ritrarre con la libreria alle spalle , tutti quelli che nell’ormai stucchevole quotidiano “spettacolo dell’informazione “ dicono la loro da esperti di qualcosa , il più delle volte del nulla, fatte salve alcune rarissime eccezioni, si fanno ritrarre con la libreria alle spalle.
    Il colmo è stato raggiunto dall’ormai arci noto Massimo Recalcati ospite “dell’impegnato” Formigli
    il cui intervento e’ stato inutile e vuoto. Non il solo
    Che dire?
    Un po’ di silenzio per favore

  2. Nicola Pedrazzi scrive:

    Questo articolo incarna perfettamente il punto di vista degli albanesi che in Albania non devono più viverci e possono permettersi di essere così superficiali e benevolenti con i suoi governanti. Definire il sindaco che ha cementificato (più che colorato) Tirana “ecologista”, o dire che nessuno si è accorto delle sue scarpe ai summit europei (quando non si parla d’altro), o elogiare il fatto che non si fa ritrarre con librerie sullo sfondo (quando ha trasformato il Palazzo del governo, che è di tutti gli albanesi e non suo, in una galleria d’arte, e accoglie capi di stato in una sala affrescata con i suoi disegni e i pennarelli sul tavolo)… Niente, che si può dire di una lettura così, è semplicemente incredibile che sia stata pubblicata qui, me ne dispiaccio molto. Un elogio così del potere di turno è qui particolarmente sgradevole. Aggiungo anche che dal mio punto di vista l’utilizzo del 28 marzo per quella messa in scena finta europeista con dietro i medici con gli scafandri (sulla pista da decollo? Altroché libri…) è di un cinismo (e non solo di un’intelligenza) spietata, la memoria delle vittime della Kater i Rades non meritava una strumentalizzazione del genere. Purtroppo Leogrande non c’è più, altrimenti avremmo ascoltato dalla sua voce tante cose intelligenti su tutto questo.

  3. Stela scrive:

    Ciao Nicola,
    non so cosa ti legittimi a individuare e scrivere “gli albanesi che in Albania non devono più viverci” riferendoti a me, azzardo: nulla. Non ti conosco, né sapevo della tua esistenza fino a stamane. Non avendo avuto lumi dai miei amici di Tirana, ho dato una rapida occhiata su YouTube al tuo appello del 2016 quando ti sei candidato alle comunali di Bologna, leggo che hai vissuto due anni in Albania, il tempo ti è bastato per scriverci un libro e dare lezioni su chi deve rimanere in Albania e chi no. Acquisterò e leggerò il libro. Sulla tua assoluta (capziosa?) incapacità di cogliere il mio articolo (che di ossequioso non ha nulla) sorvolo, così come sulla sgradevolezza di usare un defunto, Leogrande, a fulmen in clausola per un commento tanto livoroso e, in sostanza, poco costruttivo. Prima che tu prosegua con ulteriori prove muscolari: non ho intenzione di intraprendere polemiche pubbliche qui, non ho niente da promuovere, non mi interessa. Buone cose.

  4. Nicola Pedrazzi scrive:

    Cara Stela,
    ho scritto che il tuo articolo incarna perfettamente un punto di vista (molto esterno e molto diffuso), sull’Albania odierna. Non ho fatto nessuna illazione su di te personalmente o su dove vivi. Desumo dalla bio in calce che vivi in Italia, ma non ne ho idea, ovunque tu viva rinnovo il mio commento.

    Che sì, è duro, ma non è né livoroso né muscolare (rileggilo), credo che chi scrive debba essere in grado di sopportare le critiche. Capita anche a me di rimanerci male per i commenti, quindi hai la mia umana comprensione, ma è ovvio che la mia critica era al testo che ho letto (che reputo molto brutto e superficiale) e non alla tua persona, che non conosco e su cui mai mi permetterei commenti (che infatti non ho scritto).

    Non ti permetto di attribuirmi l’utilizzo del corpo di Leogrande per dare forza alle mie opinioni. Questa sì è un’accusa offensiva e livorosa, che rispedisco al mittente, anche se la tua scelta di scriverla umilia te innanzitutto. Su questa vicenda che sta tra la bella solidarietà e la propaganda più becera (l’una non nega l’altra) avrei voluto leggere Leogrande. Ricordarlo in un luogo in cui scriveva, sotto a un pezzo che parla di memoria e di 28 marzo mi sembrava una cosa buona. Dopo aver letto questa tua risposta ovviamente me ne pento.

  5. Lela scrive:

    Bah, rimango un pò perplessa sull’opera di Rama a Tirana (parla una tiranese classe 87). Tutti noi ricordiamo bene i palazzi colorati dagli studenti dell’Accademia delle Belle Arti e la pulizia edilizia lungo il fiume Lane e il Parco Rinia. E fin qui tanti elogi. Però non bisogna fermarsi nell’operato buono dei primi mesi della giunta Rama. La speculazione edilizia Tirana la deve a Rama. Egli ha preso in consegna una città grigia e comunista e dopo aver finito il suo mandato l’ha restituita con palazzoni piazzati a occhi chiusi e privi dei mini standard di costruzione.

    Non solo io, ma tanti albanesi della mia età (e non solo) possono attaccare tanti punti deboli di questo articolo, – per carità uno può avere una sua memoria soggetiva e personale-, però bisogna dire che suggerisce una visione distorta della realtà dei fatti e lo trovo scorretto sopratutto per chi vive in Albania e possiede quel altra identità storica di Rama e che, purtroppo non viene raccontata dai nazionalisti della diaspora.

  6. Josef scrive:

    Allora, studiate,studiate,+studiate PSICHOPATOLOGIA….!
    Atenzione pero,esiste un rishio,che trallartro ,mi ha rovvinato LA esistenza MIA. Percche! nell ata che sono addesso ,vivevo nel 1966…….aggiungho ,non sentite una sola campana.cercate di sappere ,il nocciolo del problema……Tutti,compresi ,anch i vostri genitori non possonno essere di di aiuto in ness’modo.Speroe i Auguro di aver ,inqualche modo,non aiutarvi, ma concepire il modo giusto le espresioni .Fatemi sappere.AL

  7. Luciana Di Marco scrive:

    Non vi ha avvisato nessuno che si dice “fili mi”?

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