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Turner e l’arte della serietà

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di Gaia Manzini

Vado a vedere Turner con un certo scetticismo, non perché non ami Mike Leigh o William Turner (tutt’altro), ma perché le biografie degli artisti hanno il potere di spiazzarmi. Sembra che partano per raccontare la storia di un processo creativo e invece finiscono sempre per fare altro. Mi ricordo ancora di come Pollock (diretto e interpretato da Ed Harris nel 2000) mi abbia a suo tempo affascinato ma anche fatto infuriare.

La follia, la depressione, l’alcolismo dell’artista sono il nucleo magnetico di tutto l’impianto narrativo, la motivazione forte per la quale si sta raccontando quella storia. Sono descritti in modo estetizzante per il pubblico che ama i geni sregolati, in preda a sofferenze, stranezze e bizzarrie, segni inequivocabili del talento che si ammira, ma che si è ben contenti di non avere. Se sei pazzo che almeno tu sia un genio; se sei un genio sicuramente è perché sei pazzo. Anni fa, davanti al Campo di grano con volo di corvi di Van Gogh, una conoscente, sconvolta dalla potenza del quadro, mi si avvicina e senza giri di parole esclama: “S’è tagliato un orecchio!”.

Tornando ai biopic: il Mozart di Milos Forman non è forse descritto come un mezzo idiota imparruccato di rosa? Modigliani va alla grande perché soffre, vive in povertà, la sua vita è una tragedia annunciata. Anche Basquiat funziona bene tra gloria, eroina e morte prematura.

Turner invece giganteggia in senso opposto. Con avvincente lentezza, mette in scena un professionista routinario e noioso in tutta la sua prosaicità. L’eccezionale interpretazione di Tony Spell mostra un uomo non bello, non raffinato, senza alcun fascino o vezzo d’artista. Niente scene di follia, tavole rovesciate, tele infrante, urla belluine. Nessun abbaino, soffitta, catapecchia, ma una casa borghese e un mènage familiare di felice convivenza con il vecchio padre e la domestica inetta, almeno fino alla storia d’amore con Sophia Booth. Nessun vizio: droga, alcol, scazzottate di gruppo. L’unico vizio, o tic, è l’arte, la propria.

Per due ore e mezza si è avvinti da un uomo con le unghie sporche e la pinguedine dilagante, che interloquisce tra grugniti, grufolamenti, gorgoglii, sputi, inspirazioni affannose e roche, che ogni tanto si lascia andare ad appetiti sessuali degni di un cinghiale in primavera; che dorme vestito in posizione supina, camicia e panciotto allacciato sul ventre prominente, e si alza che è ancora buio per prendere un treno e andare a vedere l’alba, studiarne la luce, riportarne l’impressione visiva.

Uno che se va in un bordello lo fa per ritrarre l’ultima arrivata senza toccarla con un dito, che coltiva la solitudine come necessaria, vive attraverso il pennello e arriva a farsi legare all’albero maestro di un vascello durante una tempesta per capire come la luce si rifranga tra le nuvole, senza che questo appaia un atto folle, ma solo un modo efficace per carpire un segreto alla natura. Una semplice trasferta di lavoro, insomma.

Turner è un bisbetico, burbero, misantropo che ignora l’ex amante e le figlie che di tanto in tanto si presentano alla porta, ma da uomo di mondo intesse relazioni efficaci con l’Accademia e ha un piccolo atelier dove mostra e vende a buon prezzo i suoi quadri, prendendosi gioco dei critici tromboni. Mostra la sua sgradevolezza e se ha qualcosa da tenere nascosto, la stortura che lo alimenta, è la propria umanità, la passione per la vita.

È un workaholic moderno, tutto rigore e austerità, disciplina e dedizione, fedele solo alla sua ossessione, unica vera luce di cui sembra dotato. Morirà gridando “Il sole è dio!”.

Nelle vedute folgoranti di Turner non c’è niente della cupezza, dell’incuria, della pesantezza di Turner. Lui è l’uomo che rinuncia a tutto per darlo al suo lavoro. Non viene da dire arte, anche se di arte si tratta. Turner è un libero professionista all’ennesima potenza. Va oltre il mito romantico dell’artista, dell’ispirazione, della sofferenza e fa della serietà e dell’abnegazione l’unica via per regalare luminose emozioni.

Commenti
5 Commenti a “Turner e l’arte della serietà”
  1. Marco scrive:

    Ho visto il film e non sono riuscito a farmelo piacere: credevo che mi sarebbe piaciuto – forse, addirittura, volevo (amando tanto Turner) che mi piacesse. E invece. Il mistero è che questa recensione mi è piaciuta, perfettamente aderente al film, che invece – anche dopo averla letta – continua a non piacermi. Provando a sciogliere il mistero, forse allora il film è davvero fatto bene, ma tanto bene che della vita dell’artista – rimanendo ben poco da ciò che invece egli mette nella sua opera – resta la noia del quotidiano, e quella ho provato vedendo questo film. Godere della bella fotografia, non riscatta due ore di grugniti, miseria, lentezza e – ogni tanto – scene di lui davanti alla tela. Si potrebbe definire come un reality immaginativo su Turner: lo spettatore lo segue mentre fa le sue cose, senza che il montaggio (che nel cinema è come la penna – o la tastiera – nella scrittura) suggerisca una vera intenzione narrativa, un’angolazione estetica da cui osservare.

  2. Domenico Astuti scrive:

    Un uomo dai modi gentili ma anche un piccolo mostro, un tipo asociale che faceva del grugnire un suo modo di espressione ma anche un uomo ironico capace di prendere in giro un giovane nobile e stupido. “ Quando mi vedo allo specchio, vedo un garguglia ( mostro ) ” dice alla vedova di cui è innamorato e sul letto di morte prima di esalare dice “ Il sole è Dio! Ah! Ah ! “. Un mostro in tempo di mostri che lo vede assaltare sessualmente la fedele governante Hannah Danby e non rivolgerle nemmeno una parola e per il resto ignorarla del tutto; essere indifferente nei confronti delle figlie lontane che non reputa nemmeno sue e quando viene a sapere della morte di una delle due fa le condoglianze alla loro madre come fossero delle estranee. Per il resto, viaggia a lungo per poter fare dei bozzetti e tornando a casa realizzare i suoi quadri: amati da alcuni ma detestati dalla famiglia reale. Al punto che nelle mostre collettive dei pittori dell’epoca i suoi lavori sono appesi nella parte meno nobile e autorevole.

    Turner è un classico film biografico che non si distacca in nulla dai canoni del genere, tuttavia pone molta attenzione alla vita privata del pittore che tracima nella visione del mestiere dell’artista, ogni evento della vita privata getta più d’una luce riflessa sulla professione. Il film risulta noioso e affascinante allo stesso tempo, non vive di nessuna impennata narrativa e stilistica ma si lascia guardare in alcuni momenti con gran piacere. E’ comunque un film minore del regista, Lieght sembra nutrire nel personaggio sentimenti opposti. Riesce a costruire con finezza, scena dopo scena, la visione del mestiere artistico ma non sempre risolve con efficacia il confronto uomo-artista, l’istinto dell’arte con i limiti dell’uomo. In fondo nel film si racconta nulla di più di ciò che è stato già raccontato in altri film del genere ma è da segnalare una cura raffinatissima nei dettagli e nei luoghi.

  3. luca scrive:

    Non so se sia peggio Tony Spell al posto di Timothy Spall o Turner come libero professionista “all’ennesima potenza”.
    Ma qualcuno legge ‘sta roba prima di pubblicarla?

  4. Infonotizia scrive:

    Turner pittore incredibile e precursore dell’impressionismo.
    Adoro come ha utilizzato la teoria dei colori di Gohete :)

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