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Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo)

La novità dell’edizione di Librinnovando di quest’anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c’è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l’ha potuto constatare. Chi non c’è stato può farsene un’idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell’ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell’editoria non può e non dev’essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell’Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc…
Per questo gli interventi delle istituzioni culturali di inizio mattinata sono parsi fiacchi e poco centrati. Perché le istituzioni stanno cambiando, e o si prendono a cuore direttamente le questioni politiche oppure parlano un linguaggio autoriferito.
Così è stato particolarmente deprimente al limite dell’insultante (per i ragazzi volontari che si stavano sobbarcando l’organizzazione della giornata senza neanche un bar aperto) il saluto di Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, che ha fatto un discorsetto di grazie e prego, con una competenza dell’argomento che manco mio nonno, con una chiusa autoincensatoria, ha detto che anche lui adesso ha “una rivista digitale”. Ha voluto sottolineare che tra libro e ebook ci sono differenze ma pure affinità. Per esempio sono tutte e due parole di cinque lettere, ma le lettere sono diverse.
Anche Flavia Cristiano del Centro per il libro e la lettura non è stata particolarmente brillante. Non ha espresso nessuna visione, non ha delineato nessun progetto a lungo termine, non ha fatto alcuna analisi profonda nazionale o internazionale, non si è espressa sulle questioni urgenti per l’editoria, si è limitata a dire che “bisogna fare rete”, che il Cepell è disposto a “dare visibilità alle iniziative”, che sarà organizzato un flash-mob tutti con i libri in mano, che il bookcrossing viva…
Io ero abbastanza inviperito per l’ignoranza di Caputo (il Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università italiane!!) e deluso per l’understatement eccessivo di Cristiano. Ormai quando sento dire “fare rete”, penso che qualcuno sta sfruttando il lavoro di qualcun altro. Allo stesso modo quando penso che il Cepell possa dare visibilità alle iniziative dal basso, mi viene da pensare: quale visibilità ha il Cepell in più rispetto a decine di riviste di riferimento del panorama italiano? Se voleva dare visibilità, poteva occuparsi dello streaming e dello storify invece dei volontari, no? Oppure dargli qualche soldo.
Ancora di più si è constatato come la politica di Gian Arturo Ferrari in questo momento così delicato per l’editoria (“Fotografare la realtà”, ha detto alla conferenza stampa di presentazione dei dati Nielsen) è una politica perdente e colpevole. Occorre militanza.
Cosa mi veniva da chiedere a Caputo e Cristiano? Di formare e autoformarsi, come stanno facendo centinaia di persone. Per esempio come? Beh, per esempio restando per la durata dei lavori, e non scappandosene dopo i saluti di rito.
La stessa impressione che il discorso sull’editoria -toccasse temi centrali del dibattito politico, si è avuto negli interventi molto interessanti di Roncaglia e Spedicato, proprio perché capaci di ragionare sull’editoria ai tempi di Amazon, Apple e Google, ossia tre aziende che non hanno nel loro core business l’editoria. Lo stesso bisogno di confronto politico era palpabile nell’incontro sulla scuola: Doriana Bardi, i rappresentanti del gruppo Garamond e di Giunti Scuola tutti e tre uniti nel difficile compito di dover parlare di un’editoria scolastica che – per come è oggi – pensata, realizzata, voluta da decreti politici, somiglia a una manualistica tolemaica ai tempi di Copernico. Ottocentomila euro di fatturato per cosa? Libri con i CD Rom! Edizioni che di anno si rinnovano solo per modo di dire! Insegnanti che non sono capaci di usare gli strumenti informatici! È impossibile, viene fuori chiaramente, cercare di capire e alimentare le trasformazioni se non si cambiano le infrastrutture della conoscenza, delle quali l’editoria, in questo caso quella scolastica, è solo una parte della sovrastruttura.
Stesso discorso sulle biblioteche. La battaglia che porta avanti Agnoli la conoscete, anche se ogni volta che parla dal vivo c’è da imparare proprio perché aggiunge i dettagli degli incontri che fa in tutta l’Italia dove va a presentare il suo libro.

L’incontro più acceso è stato invece quello sul selfpublishing. Acceso soprattutto perché tra gli invitati a parlare c’era Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori e incaricato sempre da Mondadori a progettare e coordinare una nuova piattaforma sul selfpublishing che pare, si dice ormai da mesi, dovrà essere inaugurata a breve. Brugnatelli ha fatto un discorso molto enfatico su quello che ha in mente, citando come sua fonte di ispirazione Dave Eggers e la sua idea di letteratura (“ognuno ha una storia dentro di sé”) e di lavoro sulla scrittura (la scuola Valencia 826, famosa scuola di scrittura per ragazzi, che si trova in un quartiere difficile di San Francisco). Oltre a Dave Eggers ha citato wikipedia, modelli collaborativi di apprendimento, ha parlato di comunità, e ogni tanto ha citato – quasi fosse un claim del progetto ancora in progress – questa frase “Se hai una storia, raccontala bene”, esplicitando che rispetto al progetto ilmiolibro.it, che si propone innanzitutto come piattaforma di print-on-demand, quello di Mondadori ha più un interesse nella cura editoriale.
Alla fine della sua prolusione, la domanda che io gli ho fatto, ma che era quasi automatica, era: “Ma è un progetto profit o no-profit”. Brugnatelli ha risposto: “Beh, ci vorremmo rientrare delle spese”. “Quindi no-profit?”. Ha cincischiato, puntualizzando che nemmeno minimum fax è una onlus. E questo è chiaro, ho pensato, ma proprio per questo non si occupa di selfpublishing, ossia di volontariato per come ci veniva descritto da Brugnatelli. Allo stesso modo Valencia 826 o Wikipedia ricevono un sacco di donazioni e vengono tenute in piedi da un sacco di lavoro volontario proprio perché non sono delle società come minimum fax o come Mondadori.
L’impressione che si aveva in tutto il discorso di Brugnatelli era quello di un’ansia di fronte a un enigma economico di difficile soluzione. Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone. È ilmiolibro.it – come recita il sito oggi: “Tutto quello che hai scritto diventa un libro”. E ancora una volta uno si chiede: perché? Oppure: contento tu.
Io sarò un uomo col cuore duro, ancorato alla cittadella oscura della vecchia editoria feroce, da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro del miolibro. È chiaro che i duecentomila visitatori del sito e i ventimila utenti non sono una comunità di lettori, o sono lettori debolissimi simili a quelli che prendono anabolizzanti per avere il fisico da mostrare in palestra senza esercitarsi un minimo coi pesi. Guardate la vetrina dei più venduti e dei più consigliati, non vi prende una grande tristezza?
Quello che le case editrici sono tentate di fare, e Feltrinelli c’è riuscita, è ciò che spiegava Andrea Libero Carbone l’altro giorno a Librinnovando. Siccome c’è un mercato in cui diminuisce
(meno lettori che comprano libri) e la domanda invece è sempre stabile se non aumenta (“Se l’hai scritto va stampato”, ma anche “C’è una storia dentro di te, raccontala bene”), gli editori pensano di trasformare parte di quest’eccesso di offerta in domanda. Invece di pensare a come creare nuovi lettori (promuovere la lettura no, eh?), è molto più semplice creare un mercato di scrittori. Come Feltrinelli e ilmiolibro.it, anche Brugnatelli insisteva molto sulla possibilità di Mondadori di promuovere gli scrittori sefpublisher. Ma anche qui la domanda che uno si fa è: come? come promuovere una comunità di ventimila o centomila scrittori? Che vuol dire promuovere? Chi promuove cosa?
Brugnatelli replicava che non era così: che il suo progetto si basa sulla cooperazione, e sulla qualità del lavoro editoriale. (Non sulla militanza sociale, come Valencia o Wikipedia dunque?) Ma anche qui le controrepliche che venivano erano altre: ma non avete già Nuovi argomenti come palestra di scrittori esordienti e critici che discutono i lavori di narrativa e poesia? Ma questo ruolo di apprendimento cooperativo non è semplicemente quello che dovrebbe fare e potrebbe fare l’università pubblica, i corsi di letteratura, lo studio dei classici, etc… che è il luogo in cui molti di noi hanno imparato a confrontarsi con la scrittura? Non vi sembra un po’ colpevole nel momento in cui l’università pubblica sta collassando e la scuola uguale, non occuparvi di creare lì i nuovi possibili lettori e non illuderli che ci sia una piattaforma tipo Valencia 826 o tipo Wikipedia dove tu sei parte del gioco ma i soldi vanno a qualcun altro?

Commenti
10 Commenti a “Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo)”
  1. marco cassini scrive:

    il fatto è che se edoardo brugnatelli avesse detto, come avrebbe potuto legittimamente naturalmente normalissimamente e onestamente dire, che il progetto di selfpublishing di mondadori ha un fine di lucro, nessuno se ne sarebbe stupito, saremmo passati oltre e avremmo potuto chiedergli, o lui avrebbe potuto raccontarci, qualcosa di più sulle modalità, le aree, i temi, le pulsioni, gli interessi, le connessioni, le aspirazioni del suo progetto.
    edoardo ha, a mio avviso, inutilmente provato a vestire il suo progetto di un abito più puro e disinteressato, altruistico, filantropico quasi. e quando, ovviamente, nessuno gli ha creduto, non è riuscito a districarsi da quel ginepraio, facendo incagliare una discussione che avrebbe potuto essere interessante. interessante, davvero, perché io credo nell’interesse veramente letterario e nella passione per il suo lavoro che nutre brugnatelli, il cui lavoro di editor è stato fin qui molto importante in italia, ma credo assai meno nella pulsione filantropica della mondadori spa, ecco.

  2. Simone Ghelli scrive:

    A me sembra che il modello di “comunità letteraria” proposto da Brugnatelli non sia molto diverso da quelle già in piedi: una comunità di scrittori (e non lettori) che si compreranno (forse per spirito di competizione) fra loro, che autoalimenteranno un mercato a parte…
    La domanda rimane sempre quella: c’è bisogno di produrre tutti questi libri, tutti questi scrittori? Perché lucrare sul gioco della scrittura? E’ stato fatto anche questo paragone: la scrittura come “gioco serio”, e trovo sintomatico che si sottolinei questa cosa, e non venga mai presa in considerazione l’idea della lettura come attività “divertente”, che tenga insieme una comunità… Lo slogan di fondo di questo tipo di mercato potrebbe essere: “Scrivi che ti diverti, perché leggere…”
    Ora, questa cosa posso capirla per quelle comunità che si formano indipendentemente dal volere del mercato (che sia un laboratorio di scrittura piuttosto che un blog o una community), ma detto da degli editori mi sembra un discorso miope, che per sfruttare una tendenza del momento mette a rischio il futuro di un intero sistema…

  3. Giuditta scrive:

    Condivido in pieno la polemica di Raimo sul selfpublishing e sull’illusione che sia lì il nodo da sciogliere per poter incrementare e promuovere la lettura, mentre a mio avviso la promozione e l’incentivazione ai lettori va data su una selezione accurata e stimolante di scrittori e scritture. Bisogna formare una classe di lettori forti, selettivi, capaci di interagire sempre più attivamente nel mondo editoriale in senso lato e non alimentare questa catena perversa di scrittori velleitari, frustrati e frustranti.

  4. Minuz scrive:

    ll self-publishing cresce grazie a chi lo offre ma anche grazie a chi lo accetta. Esistono, nel mondo degli esordienti, rari casi di scrittori davvero bravi, una piccola fetta di scrittori leggibili e una base enorme di scrittori che dovrebbero fare un enorme lavoro sulla propria scrittura (altro che “Se l’hai scritto deve essere pubblicato”). Spesso, a questa larghissima base s’accompagna non per forza una carenza di letture, ma quasi sempre una scarsissima conoscenza del mercato editoriale. A molte di queste persone ho il sospetto che basti farsi pubblicare, non importa come o da chi. Non pensano, per esempio, che essere “stampati” senza essere poi promossi e distribuiti è praticamente come non averlo fatto, a meno che non interessi distribuire il proprio libro solo fra amici. Eccoci alla leggenda dello scrittore “self published” che va in libreria a prenotarsi e poi a comprarsi il proprio libro, magari con foto ricordo fatta dalla fidanzata. Perché a fare la differenza dal punto di vista editoriale è ovviamente ancora una volta l’editore, che se è tale scommette, o investe, sull’esordiente. E di conseguenza, quasi direi naturalmente, deve promozionare e distribuire il libro al meglio. Se non lo facesse per passione, dovrebbe farlo perché è un imprenditore che ha investito un capitale, grande o piccolo che sia. Nel caso opposto, grazie a un “consulente editoriale” ti autopubblichi, poi ti autopromozioni e ti autodistribuisci? Tanti auguri, perché com’è noto la promozione e distribuzione è il nodo cruciale dell’editoria odierna, un oceano rosso in cui si sgomita giorno e notte. Come potrebbe farcela un singolo scrittore, magari con un libro debole? Una risposta alternativa, che se non ho capito male è quella di Brugnatelli, sta nel sostenere che ora l’editoria non è più solo quella “tradizionale”, quella cioè “ineluttabilmente in declino”. Si sta affermando anche un’editoria “social”, quella in cui scrittori si autopubblicano e si autopromozionano tramite una piattaforma, poi si fanno strada grazie o nonostante una rete di lettori, altri scrittori “social” e altri utenti. A me, come appassionato di editoria e narrativa, una cosa del genere può anche interessare (anche se interessare non vuol dire entusiasmare). Però, come ha detto una volta un tizio, occorre chiamare le cose col loro nome. A questa editoria “social” bisognerà trovare un nuovo nome. Almeno per rispetto verso quegli editori che hanno accettato il “rischio d’impresa”, magari a volte rimettendoci nel pubblicare il “solito” scrittore bravo ma impopolare, che viene clamorosamente “scoperto” dieci anni dopo. Mentre scrivo sorrido e penso istintivamente alla storia di John Martin e alla sua Black Sparrow, come la racconta in Born into this. Io non sono a priori contro il self-publishing, anche se spero di non usufruirne mai, però vorrei che ci sforzassimo tutti di far capire che è diverso dall’editoria come la conosciamo noi. Questa coscienza di massa oggi manca, perché secondo molti se stampi un libro (non importa come, né perché) puoi già dire agli amici di essere uno scrittore, e a molti interessa proprio questo, lo status di scrittore. Discorso ambiguo attraverso il quale molti, anche se senz’altro non Brugnatelli, hanno pensato di instaurare un meccanismo che poco ha a che vedere con Dio e molto con Mammona. Un po’, scusatemi, come già succede con gli editori a pagamento, e in questo caso al posto del “social” c’è il bar della piazza per fare promozione e distribuzione. Ma se si stanno piano piano svegliando le coscienze in merito all’editoria a pagamento, io credo che, senza inutili cacce alle streghe o moralismi, sia un bene distinguere anche i veri editori dai consulenti editoriali che ti accompagnano verso la “dolce morte” del self-publishing. Poi non conosco personalmente Brugnatelli, ma un po’ so cos’ha fatto nella sua vita editoriale, e infatti da lettore non mi sento di paragonarlo neanche lontanamente ad altri soggetti e credo che, in qualche modo, ci stupirà. Però, prima di sbilanciarmi, voglio vedere come si passerà dalle parole ai fatti. Perché alla fine, anche se siamo tutti cultori della parola, contano i fatti. Io giudico Brugnatelli (e chiunque altro nell’editoria) in base agli scrittori che ha fatto pubblicare e in base alle iniziative che ha promosso e in base ai frutti che ne sono derivati. E continuerò a farlo.

  5. sì, viene il magone a vedere la pagine dei più venduti de ilmiolibro.it.
    a testimonianza del momento che stiamo passando, devo aggiungere che a volte si prova un’anoscia sconcertante quando si vede la classifica dei più venduti in libreria, ma tant’è… comunque neanche io ho mai conosciuto finora una persona che ha comprato un libro de Ilmiolibro. Nemmeno una.

  6. Giovanni scrive:

    Articolo decisamente interessante e preciso. Peccato non esserci stato a Librinnovando…
    Abbiamo la stessa opinione riguardo “Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone.” D’altra parte credo sia difficile che si interpreti diversamente quello che risulta abbastanza evidente a tutti :) .
    Io non ho comprato nessun libro da Ilmiolibro e ho letto e-book di autopubblicati. Il caso “Alice senza niente” che poi è arrivato in libreria con Terredimezzo e un altro e-book di cui si parlava in rete “Il professore” che ho trovato decisamente ben fatto. E dire che io non mi accontento per nulla di un libro qualsiasi. Di recente ho iniziato a liberarmi di libri mai finiti perché orribili.

  7. tty scrive:

    Roncaglia+Spedicato+Bardi…. (che parterre du roi!)
    Una somma di zeri darà come risultato sempre zero.

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