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Tutta la grazia del punk

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Riprendiamo questo reportage di Tiziana Lo Porto uscito nel 2007 su XL Repubblica: racconta della scena punk musulmana negli Stati Uniti. “La notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale“, raccontavano i Kominas, la band di Boston il cui ultimo album, TBA, è del 2014 (fonte immagine).

L’idea di essere deportati a Guantanamo Bay probabilmente è il loro incubo peggiore, a cui si aggiungono malumori, scontenti, finanche minacce da parte di un Islam fondamentalista, che di certo non vede di buon occhio il fatto che una manciata di ragazzi musulmani si svegli una mattina e decida di fare musica punk. E come non bastasse, che lo faccia cantando proprio le cose dell’Islam, trasformando in anatemi le sure del Corano e gridando a squarciagola che, sì, Maometto era un punk. Capita in America, dove l’uscita di un romanzo intitolato The Taqwacores (pubblicato in Italia per Newton Compton con il titolo Islampunk) e firmato da una delle figure di punta del nuovo Islam d’America, il trentenne Michael Muhammad Knight, ha tirato le fila e dato visibilità a tutta una scena di punk musulmani che, sparsi in tutta America, si presenta come una delle cose più vivaci e irriverenti della scena musicale tout court.

Guantanamo Bay, dicevamo, non a caso citata nel titolo dell’album d’esordio della punjabi islampunk band di Boston The Kominas (“i bastardi” in punjabi) che uscirà a novembre come Wild Nights in Guantanamo Bay. Basta trascorrere qualche giorno con i Kominas e gli altri musicisti della scena islampunk, che la domanda arrivi inesorabile: “Ma tu hai presente cosa succede a Guantanamo Bay?”

A me viene chiesto a Baltimore, Maryland, in una libreria anarcoindipendente del centro, dove incontro Michael Knight, i Kominas e le altre band durante una delle tappe del Taqwa Tour, ovvero la prima tournée taqwacore che da Boston a Chicago ha portato in giro per la East Coast il meglio della musica islampunk d’America. Un evento memorabile, si direbbe. O quantomeno l’inizio di qualcosa di nuovo e dirompente. “Già”, mi conferma Michael, “la cosa più bella è che lungo la strada si vanno unendo al tour musicisti che arrivano da posti diversi: dal Texas al Pakistan, da Boston a Chicago”. Il che corrisponde esattamente al loro sound, contaminazione riuscita di Oriente e Occidente che ha in sé l’irriverenza del punk e tutta la grazia della musica. Perché, di fatto, è uno stato di grazia quello che raggiungono i taqwacores quando cominciano a suonare. Una di quelle esperienze che non ha niente di forzatamente mistico, ma che ha in sé tutta la vitalità dei vent’anni e la forza spudorata e travolgente del punk. Ma tutto questo lo scoprirò solo la sera dopo, cantando e pogando qui a Baltimore, dentro la chiesa metodista di St. Joseph.

“Il tour è cominciato a Boston, a casa di amici”, mi racconta Michael, “e la serata è andata talmente bene che se non fosse arrivata la polizia a interrompere il concerto nessuno avrebbe smesso di suonare”. Polizia a Boston, e polizia anche a New York, seconda tappa del tour, dove il bus è stato fermato e perquisito. “La polizia ha cercato e non ha trovato quello che cercava”, mi racconta Kim, fotografo ufficiale del tour, “per cui ci hanno lasciato andare. Ma da qui alla fine del tour ci fermeranno ancora. Quantomeno ce l’aspettiamo”.

Intanto, fuori dalla libreria, i musicisti discutono animatamente di un articolo pubblicato lo scorso giugno dal settimanale Newsweek. L’articolo si chiamava Slam Dancing for Allah e parlava proprio di loro, irriverenti musicisti della nuova dirompente scena islampunk americana. Ma loro non ne sembrano affatto contenti. “Il fatto è che i giornalisti finiscono sempre per scrivere stereotipi e luoghi comuni. Ci fanno lunghe interviste e poi semplificano, generalizzano, riducono il tutto a frasi che devono fare comunque notizia. E la notizia sembra essere sempre che anche noi musulmani siamo gente normale”, mi spiegano, precisando poi che non tutti i musicisti delle band islampunk sono musulmani, e che si può essere musulmani in molti modi diversi. Faccio sì con la testa, e immediatamente mi presento, consapevole che dire di volere scrivere di loro adesso probabilmente equivale a dire di essere il diavolo. E invece resto totalmente spiazzata quando li vedo aprirsi in grandi sorrisi, incuriositi principalmente dal fatto che dall’Italia sia arrivata fino al Maryland per vederli dal vivo. “Già”, dico, pensando tra me e me che talvolta ne vale anche la pena. “E sei proprio sicura di volere venire in tour con noi?”, mi domanda Shahjehan, chitarrista dei Kominas. “Certo”, dico. “E allora sali sul bus che andiamo in aeroporto a prendere Kourosh”. Dico ok, e sono già sul bus.

Il tour bus di fatto è uno school bus ridipinto di verde e con in testa, grande e a stampatello, l’eloquente scritta TAQWA, parola islamica che sta per “consapevolezza di Dio” e che consiste pressappoco in una costante oscillazione tra amore e timore. Dentro il bus una manciata di sedili, un paio di divani sul retro, strumenti musicali di ogni sorta, e scritte, disegni e foto appiccicate più o meno dappertutto. “L’ho comprato su eBay”, mi dice fiero Michael, proprietario del bus e autista ufficiale del tour. Cresciuto in una famiglia cattolica irlandese, convertitosi all’Islam a quindici anni dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e avere scoperto la musica dei Public Enemy, partito alla volta del Pakistan a diciassette per studiare l’Islam, e di lì in Cecenia per partecipare alla jihad, Michael se n’è infine tornato in America dedicandosi alla ricerca di un Islam non integralista e alla scrittura: romanzi fotocopiati e distribuiti a mano, fanzine, siti web e infine libri. Attualmente è autore di tre volumi importanti: il bel romanzo The Taqwacores, l’impeccabile saggio The Five Percenters (scissione della Nazione dell’Islam di cui fanno parte i Wu Tang Clan e altri musicisti della scena hip hop americana) e il più recente Blue-eyed Devil, affascinante racconto autobiografico di un viaggio di sessanta giorni in Greyhound in cerca dell’Islam americano. Avendo coniato la parola “taqwacore” Michael è anche formalmente responsabile della nascita della nuova scena islampunk americana (precisiamo: le singole band esistevano anche prima, lui le ha semplicemente collegate tra loro).

Nel frattempo siamo già in aeroporto, e anche Kourosh, in arte Vote Hezbollah, sale sul bus. Ci presentano e mi domanda: “Sicura di volere venire in tour con noi?” Faccio sì con la testa. “Ma sei l’unica ragazza!”, insiste dopo essersi guardato intorno. Faccio ancora sì con la testa, e lui spiazzandomi mi dice: “Ok, ti proteggeremo noi!” Marwan, della band di Chicago Al-Thawra (“la rivoluzione” in arabo), intanto guarda le mani di Fatima che porto alle orecchie, e sorridendo esclama: “I tuoi orecchini sono belli”. Poi mi dice che anche lui e Basim, cantante e bassista dei Kominas e dei Dead Bhuttos (progetto parallelo che ha appena avviato in Pakistan), hanno la mano di Fatima. Tatuata addosso.

“Il mondo viene da Allah, per cui prendi ciò che t’ha dato”, scrive a un certo punto del suo Blue-Eyed Devil Michael, rendendo a pieno il senso della musica taqwacore. Una musica che è indubbiamente legata all’Islam, ma che è talmente urlata e irriverente da riportare la religione alla dimensione privata che le appartiene. Michael si definisce – appropriatamente e con cognizione di causa – radical femminista. E di fatto sono impreziositi da figure femminili tutti i suoi scritti e discorsi, così come è costellato di ritagli del fumetto Persepolis il soffitto del bus, che se provi a dormirci dentro e di colpo spalanchi gli occhi invece delle stelle ti ritrovi davanti la faccia fumettata di Marjane Satrapi incorniciata di nastro adesivo azzurro. Ed è ancora una donna la persona che Michael attualmente ammira di più della nazione islamica. “Si chiama Ingrid Mattson, è presidente dell’Isna, la Islamic Society of North America. Ed è una persona che rispetto enormemente”, mi dice. Una donna è anche il personaggio più ammaliante del suo romanzo. Si chiama Rabeya, “che è il nome di una famosa santa sufi che ha promosso una visione dell’Islam più comprensiva e tollerante”, mi spiega. E se chiamando Rabeya l’eroina del suo romanzo ha voluto rendere omaggio a quella che considera una figura eroica dell’Islam, di sicuro c’è riuscito inventando un personaggio talmente estremo, onesto e bello da farla apparire agli occhi di chi legge come una sorta di Anna Karenina punk, femminista e in burqa (per scelta). “Si direbbe un’Anna Karenina della nostra generazione”, gli dico. “Alla fine Rabeya però mi taglierà la testa”, mi dice lui, anticipandomi la fine del romanzo che ha appena finito di scrivere. “Il libro si chiama Osama Van Halen, è la continuazione di The Taqwacores ed è un’altra tappa del cammino che sto facendo. Sto cercando di confrontarmi con la natura dell’autorità religiosa, sto cercando di capire cosa significhi esattamente essere un profeta, e cosa significhi seguirne uno. Probabilmente finirò per nascondermi in un qualche ordine sufi con i miei blocchi per appunti. Lì comincerò a scrivere e vediamo cosa ne salta fuori”. Approdiamo, intanto, al motel, e la notte avanza tra chitarre e tamburi, senza che nessuno abbia voglia di smettere di suonare.

La mattina dopo sono la prima a svegliarmi. Rimedio giornale e caffè, e mi siedo nel cortile del motel. Uno dopo l’altro i musicisti escono dalle stanze e dal bus, attrezzato di amaca per riuscire a sfangare tutti quanti, più o meno comodamente, la notte. Da una delle stanze esce fuori Omar Majeed, regista indipendente che è qui con la sua crew per girare un documentario sulla scena taqwacore (The Taqwacores il titolo provvisorio del film). “Ho contattato Michael via email, e abbiamo deciso di organizzare le riprese durante il tour”, mi racconta. “Finito il tour andremo in Pakistan con Basim per girare la seconda parte del film. L’idea è di raccontare la scena taqwacore in Occidente e in Oriente”. Poi mi domanda com’è che dall’Italia sono arrivata fino a lì, e ancora una volta rispondo che volevo sentirli dal vivo. Tutto qui.

Ancora una mezza giornata e il concerto comincia. Dentro la chiesa di St. Joseph ad aprire la serata sono i Kominas, accompagnati da Marwan degli Al-Thawra, e poi da Kourosh alias Vota Hezbollah e da Omar dei Diacritical (band che si è appena sciolta, a quanto mi dicono proprio per colpa dell’articolo del Newsweek). Ancora assenti all’appello le Secret Trial Five, unica islampunk girl band che li raggiungerà nella tappa di Chicago, dove i taqwacores si esibiranno per l’annuale convention dell’Isna. “Le Secret Trial Five al momento sono l’unica girl band della scena taqwacore, e non vediamo l’ora di sentirle dal vivo. La leader della band è una musulmana queer che canta travestita da drag king”, mi dice Michael. Di sicuro non è roba per signorine, mi dico tra me e me, consapevole che di lì a poco sarò anch’io totalmente travolta da melodie e testi al punto da ballare e pogare su canzoni tipo The Suicide Bomb The GAPI Want a Handjob Fuck You.

A metà concerto si avvicina Omar con la sua troupe e mi domanda se secondo me la musica può riuscire a cambiare la mentalità della gente. Gli rispondo che non lo so, e che magari il punto non è nemmeno quello. Gli dico che si tratta solo di trovare la propria identità e difenderla. E demolire i propri idoli può essere un buon modo per farlo. Perché si può pure non credere in Dio né in Allah, o crederci enormemente, e in entrambi i casi ritrovarsi a cantare a squarciagola che, sì, “Muhammad was a punk rocker / he tore everything down / Muhammad was a punk rocker / and he rocked that town…”

Qualche giorno più in là, il Taqwa Tour sbarcherà a Chicago, alla convention dell’Isna, e a esibirsi per prime saranno proprio le Secret Trial Five. Il pubblico, fatto prevalentemente di giovani musulmane rigorosamente in velo, apprezzerà la loro musica, non altrettanto gradita dall’organizzazione della convention. Un paio di canzoni, e la polizia farà irruzione sul palco interrompendo il concerto adducendo come giustificazione che trattasi di “materiale islamicamente inappropriato”. A detta dei presenti, la cosa più inappropriata è stata giudicata il fatto che un manipolo di sfrontate ragazzette abbia osato salire su un palco e suonare della musica punk senza nemmeno indossare il velo. Be’, che Allah le benedica.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
5 Commenti a “Tutta la grazia del punk”
  1. Francesca scrive:

    a leggere l’articolo, si entra in un mondo di dissonanze concentriche, come cerchi. e viene voglia anche a te che leggi di parlarci con quei ragazzi, e chiedere, e cercare di capire.

  2. tiziana scrive:

    stare in tour con loro è stato esattamente così, dissonanze concentriche

  3. sergio l. duma scrive:

    Complimenti per l’ottimo articolo. Ho letto i primi due libri di Knight che mi sono piaciuti molto benché, lo ammetto, non sia sempre riuscito a capire tutto ciò che l’autore esprime, forse perché caratterizzati da numerose contraddizioni o ‘dissonanze’, come è stato giustamente rilevato. Tuttavia, secondo me, l’Islampunk è la dimostrazione di come la realtà islamica sia più complessa e sfaccettata di quanto non possa sembrare. Inoltre, mi pare che in tale movimento, se così vogliamo definirlo, ci sia autenticità e vera attitudine punk, inesistenti invece nelle pseudo-punk band stile Offspring e Blink 182 che ormai hanno completamente seppellito lo spirito D.I.Y. del punk storico e si riducono ad essere meri prodotti da centro commerciale creati a tavolino dalle corporation.
    Ancora complimenti per l’articolo.

  4. tiziana scrive:

    @sergio grazie!

  5. Andrea scrive:

    Il titolo “Islampunk” del libro è direi copiato da una nota canzone:)

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