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Tutti i film portano a Roma

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Oscar Iarussi Andare per i luoghi del cinema, pubblicato dalle edizioni Il Mulino.

Oltre un varco appena aperto, in una camera stagna si palesano dei magnifici affreschi che subito dopo svaniscono al contatto con l’aria, nello stupore impotente degli esploratori. È una sequenza di Roma (1972) di Federico Fellini dedicata alla scoperta casuale di vestigia dell’età imperiale durante gli scavi per la costruzione della metropolitana (ancora oggi lavori in corso nella capitale).

L’archeologia «felliniana» è una metafora della sparizione che riguarda la storia, l’arte e la bellezza, non meno dei sentimenti. I fantasmi dei genitori parlano a Marcello Mastroianni in aggirandosi fra le rovine di un acquedotto romano sull’Appia antica, ma della rivelazione presto non resta che nulla: solo le pietre del tempo, mute. Contro quelle stesse pietre, cinquant’anni dopo, una performer nuda pratica l’arte di battere la testa nella Grande bellezza (2013) di Paolo Sorrentino, vincitore del premio Oscar, ambasciatore nel mondo dell’autolesionismo nirvanico made in Italy. Ne è l’elegante interprete Jep Gambardella/ Toni Servillo, flâneur nei salotti di dimore marmoree e licenziose, con residenza in un attico di piazza del Colosseo.

Roma rimane «l’unica città mediorientale priva di un quartiere europeo», secondo la mordace definizione di Ennio Flaiano, un corpo vivo – indolente eppure vivo, come un blob – che ingloba e annichilisce persino Il marziano a Roma dell’omonima pièce. Flaiano motteggia: «A causa del cattivo tempo, la rivoluzione è stata rinviata a data da destinarsi».

Dai sette colli giunge la millenaria eco di Romolo e Remo, un fratricidio che per Umberto Saba racchiude tutta la storia italiana a seguire, perché «è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che s’inizia una rivoluzione». Roma di Fellini non è fiction e non è documentario, è un giornale intimo che prende le mosse nella Rimini degli anni Trenta, donde un ragazzo di nome Federico (Peter Gonzales) parte per la capitale nel 1939. «Sono nato, sono venuto a Roma, mi sono sposato e sono entrato a Cinecittà. Non c’è altro».

Il battesimo capitolino a Termini è suggellato dal manifesto di Grandi magazzini (1939) di Mario Camerini, con Assia Noris e Vittorio De Sica. Alle pagine di ieri, in Roma si alternano le incursioni nell’atmosfera del 1972. Un lacerto di apocalisse giunge dal Grande raccordo anulare della metropoli levantina, il Sacro GRA che sarà scandagliato da Gianfranco Rosi nel 2013 (Leone d’oro a Venezia). Fellini mostra il traffico in delirio, gli animali trasportati da veicoli bizzarri, l’ingorgo memore dell’incubo iniziale di , i cortei di protesta e il caos all’ombra del Colosseo. Ma si torna al 1943.

Una bambina insegue una palla a piazza di Siena, la parte più antica di Villa Borghese, e un carrello «fluido» prelude all’ulteriore flashback, a un’altra indulgente memoria nel Teatrino della Barafonda (cioè il leggendario Ambra Jovinelli all’Esquilino), dove uno spettatore sta leggendo «Il travaso delle idee» al quale Fellini collaborava, mentre Alvaro Vitali si esibisce nel meglio/peggio del repertorio dell’avanspettacolo e tutti aspettano solo le ballerine, finché non risuona l’allarme per un imminente bombardamento.

«Cadevano le bombe come neve / il 19 luglio a San Lorenzo», canterà Francesco De Gregori. Madeleines de Proust? Piuttosto «maritozzi spesso con la panna. Indigesti magari, ma fanno gola» (Goffredo Fofi). Quanto a Proust, in Bianca (1984) Nanni Moretti butta un libro della Recherche nel lago al tempietto di Esculapio in Villa Borghese.

L’epilogo di Roma è affidato al disincanto di Anna Magnani, nella sua ultima apparizione sullo schermo (muore il 26 settembre 1973 a 65 anni). Fuori campo la voce di Fellini scandisce: «Anna Magnani è un’attrice romana, simbolo stesso di Roma, vista come lupa e vestale, aristocratica e stracciona, tetra, buffonesca, potrei continuare all’infinito».

Lei si gira e con un accenno di sorriso replica: «A Federi’, vattene a dormi’». Lui insiste: «Ti posso fare una domanda?». «No, non mi fido. Buonanotte».

Oscar Iarussi (Foggia, 1959) vive e lavora a Bari. Giornalista professionista, saggista, critico cinematografico e letterario, è responsabile Cultura e Spettacoli della “Gazzetta del Mezzogiorno”, per cui tiene anche il blog “Tu non conosci il Sud”.
È nel comitato esperti della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Ha collaborato con festival a Montréal e a Edimburgo, è stato presidente della Apulia Film Commission, e ha ideato varie iniziative tra cui le rassegne multidisciplinari “Frontiere – La prima volta” e “Tu non conosci il Sud”.
Tra i suoi libri: “Andare per i luoghi del cinema” (il Mulino, 2017), “Ciak si Puglia, cinema di frontiera 1989-2012” (Laterza, 2013),  “Visioni americane. Il cinema “on the road” da John Ford a Spike Lee” (Adda, 2013), “C’era una volta il futuro. L’Italia della Dolce Vita” (il Mulino, 2011), “Psychoanalysis and Management: The Transformation” (con David Gutmann, Karnac Books, 2003). A lungo fra gli autori di “Belfagor”, scrive per le riviste “il Mulino”, “Lettera Internazionale”, “La Rivista del Cinematografo” e “Reset”.
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