Paterson

Tutti i generi della poesia contemporanea

Paterson

(Immagine: una scena del film Paterson di Jim Jarmush)

di Valerio Cuccaroni

La rivista «Poesia» festeggia trent’anni, la collana dello Specchio Mondadori si rinnova, il nuovo libro di Franco Arminio Cedi la strada agli alberi. Poesie d’amore e di terra (Chiarelettere, 2017) diventa un caso editoriale, soprattutto grazie al passaparola, confermato e rafforzato dal Premio Viareggio. La poesia italiana sembrerebbe vivere una nuova giovinezza, no?

Eppure la «problematizzazione teoretica manca, così come manca un orizzonte ideologico di fondo», lamentava a gennaio scorso Maurizio Cucchi su «L’Espresso». Ciascuno abita la sua nicchia ecologica, come è tipico dell’epoca contemporanea individualista e atomizzata in cui viviamo, ma la novità è che i grandi predatori non riescono più a dominare le altre specie, ormai capaci di riprodursi e prosperare liberamente grazie a internet, ai poetry slam e ai tour, come quelli di Guido Catalano.

Con la dodicesima edizione del poesia festival “La Punta della Lingua” cercheremo non solo di mostrare la vitalità e la varietà della scena poetica contemporanea ma anche di ragionarci su. Proveremo a essere almeno per una settimana quel «centro culturale capace di riunire e mettere in dialogo gruppi e istanze di realtà territoriali e culturali diverse» invocato sempre su «L’Espresso» da Gianmario Villalta.

Ai balli e ai canti tipici della festa cercheremo di unire le riflessioni e i dialoghi tipici dei simposi.

1. Poeti da strapazzo e da antologia

Inizieremo domenica prossima 2 luglio, sperimentando, per il nono anno consecutivo, la poesia in rete con la sfida della Facebook Poetry. La Facebook Poetry è la prima e unica sfida italiana nata e cresciuta in rete. Si tratta di un gioco online in cui, dati un primo e un ultimo versi estratti a sorte dal conduttore, i partecipanti devono comporre una poesia di massimo dieci versi in quaranta minuti. Gli iscritti al gruppo votano la propria poesia preferita e decretano il vincitore. Nella centuria che ogni anno partecipa si trovano perfetti sconosciuti ma anche nomi noti della poesia italiana contemporanea, come Italo Testa, Massimo Gezzi, Gilda Policastro e Renata Morresi. Per i primi sette anni il gioco è stato condotto in casa dal direttore artistico Luigi Socci.

Nel 2016 abbiamo chiesto di condurlo a Bernardo Pacini da Firenze. Quest’anno la sfida online sarà coordinata dal collettivo Zoopalco di Bologna. Per tutti i curiosi e i poeti giocherelloni l’appuntamento è domenica alle ore 16.

Da quest’anno cercheremo di capire anche come funziona Instagram con #scriveregliattimi, un concorso che ha l’obiettivo di spingere i fotografi under 25 anni a leggersi i versi degli autori ospiti del festival per trovare proprie immagini che si accordino con le loro poesie.

Dai poeti da strapazzo ai poeti da antologia: La Punta della Lingua sarà inaugurata dal vivo da due dei massimi poeti italiani viventi, Antonella Anedda e Giampiero Neri e da un ritrovato Tiziano Scarpa nelle vesti di versificatore, a cui si aggiungeranno Franca Grisoni e altri nei giorni seguenti, senza dimenticare le voci emergenti del panorama internazionale come l’inglese Jan Noble e il macedone Jovica Ivanovski.

La Punta della Lingua è soprattutto poesia in movimento che segue i movimenti della poesia. Perciò non staremo sempre in riva al mare, a Portonovo e Ancona, ma andremo anche in trasferta a Casa Leopardi e faremo escursioni nei boschi del Conero.

2. La poesia quotidiana colta e popolare

A un certo punto, però, smetteremo di agitarci e ci siederemo attorno a un tavolo a discutere di “poesia quotidiana” con alcuni critici dei maggiori quotidiani italiani: Roberto Galaverni (Corriere della Sera), Paolo Febbraro (Il Sole 24Ore) e Massimo Natale (il manifesto) dialogheranno assieme a me con Walter Siti, che ha curato una rubrica di poesia per la Repubblica da cui ha tratto il libro La voce verticale. 52 liriche per un anno (Rizzoli, 2015).

La prima evidenza da cui partiremo è che la poesia nei quotidiani italiani non ha molto spazio, per usare una litote. A quel punto dovremo chiederci perché e ciascuno darà la sua risposta. Io provo ad anticipare la mia. Forse la poesia a cui i quotidiani danno spazio è solo uno dei tanti generi della poesia contemporanea, quello della poesia colta. È come se i quotidiani, per quanto riguarda tutta la produzione musicale esistente, parlassero solo di musica colta. Anche la musica improvvisamente non avrebbe molto spazio nei quotidiani.

La nicchia ecologica della poesia colta è controllata da chi è a capo dei grandi festival, chi ha rubriche sui media nazionali, chi controlla i premi e le collane più importanti, come è sempre accaduto. Qualcosa si muove però fuori da quella nicchia. Il fenomeno nuovo che si osserva nella poesia italiana contemporanea riguarda, in effetti, la poesia popolare: inglobata nel secondo Novecento la poesia dialettale all’interno del canone della poesia colta, i nuovi poeti popolari, o meglio pop, parlano direttamente al pubblico del web e alle platee dei poetry slam, abolendo l’intermediazione assicurata e garantita fino al secolo scorso solo dalle riviste, dalle collane, dai premi e dai festival.

I poeti italiani colti più influenti non hanno un profilo Facebook perché non ne hanno bisogno: si cercheranno invano nel motore di ricerca programmato da Zuckerberg Gianmario Villalta, Milo De Angelis, Maurizio Cucchi, Patrizia Valduga, Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque. La loro influenza sui poeti italiani contemporanei è maturata e si è consolidata attraverso i canali e gli intermediari del secolo scorso.

Mentre sono molto attivi su Facebook e nelle altre reti sociali i poeti nati dagli anni Sessanta in poi e quelli che amano la sperimentazione, come il coetaneo di Villalta Lello Voce, che negli anni Novanta animò l’ultima avanguardia che abbia conosciuto la poesia italiana (il Gruppo 93) e nel 2001 importò in Italia il poetry slam. Ed è proprio dal mondo del poetry slam che arriva Guido Catalano, poeta-performer che grazie alle centomila persone che lo seguono su Facebook e nelle altre reti sociali ha saputo radunare attorno a sé un vasto pubblico, accresciuto anche grazie alle sue letture nella trasmissione Caterpillar di Radio 2. La poesia di Catalano potrebbe essere definita poesia pop, come musica pop è definibile quella di Elio e le storie tese. All’interno dell’universo pop c’è raffinatezza e spazzatura, ma non si può ignorare che la poesia pop può raggiungere un pubblico vasto quanto la musica. E la poesia pop, come la poesia colta sperimentale, ama contaminarsi con internet.

A livello planetario negli ultimi anni tiene banco, per esempio, il fenomeno degli instapoets, poeti nati e cresciuti nelle reti sociali (soprattutto Instagram e Tumblr): dopo aver raccolto per anni migliaia di seguaci (follower), pubblicando quotidianamente fotografie di loro poesie, vendono migliaia di copie dei loro libri di poesie. È letteratura di consumo, ma appartiene pur sempre al sistema della poesia contemporanea e non può essere ignorata, soprattutto perché usa i mezzi di comunicazione dominanti fra le nuove generazioni.

3. I generi della poesia popolare

Prima dell’avvento di internet, i poeti popolari non avevano altro mezzo per farsi conoscere al pubblico nazionale che imbracciare una chitarra e mettersi a cantare, sebbene stentassero persino ad andare a tempo, come confessava Leonard Cohen nel film documentario I’m your man. Poeta Cohen lo era in senso canonico: in gioventù faceva parte del gruppo dei poeti di Montreal e pubblicò libri di poesie prima di passare alla musica e accompagnare i suoi versi con le note. Diventando un cantautore ha forse smesso di essere un poeta? No. È diventato un poeta in musica, si è dato alla poesia musicata.

Non esiste un solo genere di poesia e oggi come un tempo esistono la poesia colta e la poesia popolare, esiste il menestrello che canta nelle piazze e Tony Harrison che scrive per il teatro come usava Ludovico Ariosto.

I poeti colti italiani e i lettori di poesia colta devono accettare l’esistenza della poesia popolare, riconoscerne i generi, dalla poesia musicata alla poesia per bambini. In effetti, alcuni poeti colti italiani hanno sperimentato in prima persona i generi pop.

Il poeta colto, che si dedica solo alla poesia scritta, non può più negare che esiste una poesia pop, come il musicista colto non nega che esiste la musica pop. Nessuno si sogna di dire che la musica non vende, così come nessuno si sognerebbe di dire che la poesia non vende, se solo venissero considerati fra i generi della poesia anche i generi popolari.

Allargare lo sguardo oltre i confini della poesia colta permetterebbe allo stesso poeta colto di diventare in materia di poesia un’autorità riconosciuta a livello di massa, come avviene per i direttori d’orchestra, a cui i mass media dedicano periodicamente grande spazio.

Nessuno mette in discussione il ruolo del direttore d’orchestra nella società contemporanea, perché lo si riconosce quale vertice dell’immensa piramide musicale. Mentre il poeta colto in Italia, facendo coincidere la vastità dell’universo poetico con la sua nicchia, induce tutti a credere che la poesia sia altro da ciò che il popolo ascolta ogni giorno, impara a memoria e canta. Scioccamente il poeta colto pensa di preservare la sua nicchia, di ritagliarsi il suo posto al sole, mentre si isola, deperisce e scompare nel suo isolamento. Così pochi lo conoscono mentre tutti sanno chi è Riccardo Muti.

Se Valerio Magrelli, invece di rivaleggiare con i cantautori, cogliesse l’occasione delle sue comparsate televisive per parlare anche dello stato di salute della canzone italiana, mettendo al servizio dell’intelligenza linguistica nazionale la sua competenza di poeta, tutti ne beneficeremmo, lui per primo. Forse i nuovi cantautori gli commissionerebbero dei testi. Forse i fan dei cantautori leggerebbero le sue poesie.

Poetare e cantare sono sinonimi. Le poesie del più grande poeta italiano moderno, Giacomo Leopardi, s’intitolano Canti sebbene siano memoria di canto più che canto cantato. Il ritmo che governa la poesia risponde alle stesse leggi del ritmo musicale. Con buona pace di chi sostiene, come Cucchi, «ho sempre avuto simpatia per i cantanti, ma ognuno ha la propria arte». L’arte della parola poetica è la stessa, stampata su una pagina bianca o pentagrammata.

I poeti colti, i giornalisti che parlano di poesia e, soprattutto, i docenti che insegnano poesia nelle scuole di ogni ordine e grado inducono il popolo a credere che la poesia sia solo quel linguaggio colto, così difficile da decifrare, di cui hanno dato prova i grandi poeti. Devono smetterla di dire il falso. Non esiste un solo genere poetico, così come non esiste solo la musica dodecafonica o la pittura astratta.

Così come sono esistite la poesia lirica, epica e drammatica, continuano ad esistere vari generi di poesia, a partire dalla più popolare in assoluto, la poesia musicata, a sua volta colta e pop, lirica ed epica, comica e drammatica, fino alle forme più sperimentali della videopoesia e della poesia elettronica.

Se i critici letterari italiani si dedicassero a recensire anche i libri di poesie per bambini, i testi delle canzoni, le poesie su Facebook e le instapoesie su Instagram, tornerebbero a svolgere il loro compito, la loro funzione pubblica e quindi a essere letti dal pubblico, che legge, ascolta e guarda quei generi poetici, oltre che, in misura minore come l’ordine culturale dominante vuole, la poesia colta. Sono posizioni, queste, condivise da molti poeti, anche se non sempre confessate. Per dimostrare l’esattezza di questa tesi, con la redazione di Argo Poesia stiamo progettando un’antologia della poesia italiana contemporanea per generi. Sono curioso di sapere cosa ne pensano i nostri ospiti e ancor più sarei curioso di sapere cosa ne pensano i capiservizio cultura dei giornali per cui lavorano.

Conclusione

Se da oggi in poi la musica venisse identificata solo con la musica colta, scomparirebbero le rubriche di musica dai mass-media, come sono scomparse quasi completamente le rubriche di poesia.

Se i giornali inserissero nelle classifiche dei libri più venduti anche una classifica omnibus dei libri di poesia con i libri di poesia colta, poesie per bambini, le poesie di Catalano e degli altri performer che pubblicano con la casa editrice Miraggi, anche la poesia apparirebbe nelle classifiche settimanali e accanto ad autori pop, come accade nella narrativa, figurerebbe anche qualche autore colto, beneficiando del traino di chi è più popolare di lui per arrivare a un pubblico più vasto, invece di continuare a deperire nella sua asfittica nicchia.

Il poeta colto continuerà nella sua ricerca ma essa non sarà più isolata e soprattutto non pretenderà più, falsamente, di esaurire in sé tutto il panorama poetico italiano. Allo stesso modo, però, le distinzioni, almeno per quanto riguarda la maggioranza degli autori, dovranno essere chiare. Il critico di poesia che recensirà il libro di poesie per bambini o le canzoni di Jovanotti, se mai venissero raccolte in volume, dovrà tenere conto della forma propria all’opera che sta recensendo, non valutare Jovanotti con lo stesso metro con cui valuta Valerio Magrelli. Chi mai si sognerebbe di valutare con gli stessi parametri I Cani e Francesco Antonioni?

Così come esistono siti specializzati in musica rock, elettronica, ecc., potrebbero nascere siti specializzati nei vari generi poetici. Riconoscendo piena cittadinanza all’intera produzione poetica si opererebbe quella critica della poesia nazional-popolare indispensabile per la crescita della cultura nazionale, si favorirebbero quelle contaminazioni fra produzione colta e pop che alimentano gli altri generi artistici, dalla musica al cinema, ma soprattutto si chiarirebbe al popolo italiano che la poesia non è un’arte di nicchia, bensì permea di sé tutte le arti e come tutte le altre arti ha le sue forme colte e popolari.

A quel punto il popolo italiano, ascoltando le parole di una canzone, potrà gustarne appieno e criticarne la sonorità e il significato con gli stessi strumenti, linguistici metrici e retorici, con cui i docenti a scuola gli hanno insegnato ad analizzare le poesie di Dante, Leopardi, Caproni, Lamarque, Valduga e Cavalli. Lo spirito critico aumenterà a livello di massa e ne beneficeranno pubblico, autori, singole opere, letteratura e lingua italiane.

Commenti
22 Commenti a “Tutti i generi della poesia contemporanea”
  1. Antonio Mirko Plausinii scrive:

    Se Guido Catalano fa poesia, mia nonna era un personaggio di Baywatch.
    Meno vino.

  2. Mark scrive:

    Si potrà non essere d’accordo su alcuni minimi particolari, ma l’idea dell'”Antologia” è geniale. Si crederà sempre che la poesia stia morendo finché ad essere definita “poesia” sarà soltanto la cosiddetta “poesia colta”, ma basta allargare un attimo lo sguardo per esempio all’attuale scena musicale italiana per capire che non è affatto così. Anzi, la poesia oggi è più in forma che mai, solo che molti poeti colti non riescono a riconoscerla.

  3. Per riconoscere la poesia, colta, popolare, diversa, per riconoscere tutte le poesie nella loro diversità, occorre attenzione, apertura al linguaggio dell’altro, direi quasi dedizione.
    I poeti colti non ne hanno bisogno, difficilmente hanno voglia di “riconoscere”; ma non è solo una questione che riguarda i poeti colti, riguarda piuttosto il formarsi delle cordate passate per scuole o linee editoriali, il formarsi dei gruppi passati per consorterie letterarie.

    Anche questa mia considerazione naturalmente è parziale perchè non tutto è così; ma certo non parziale è la richiesta dell’attenzione e della dedizione. La poesia è viva e come. Forse proprio perchè è viva viene da un lato snobbata, dall’altro ancvhe troppo “popolarizzata”. Ridotta a comunicazione aggregativa perde la sua forza conoscitiva e la sua valenza “pubblica”£ non semplicvemente comunitaria o socializzante.
    Diversità è parola chiave anche nei nostri linguaggi letterari e per noi che scriviamo leggiamo e portiamo poesia nelle sale e tra le persone; diversità e capacità di ascoltare, leggere scrivere dire ogni sfumatura del linguaggio; riconoscere sono del del resto le parole del nostro tempo.

  4. desidero essere avvisata dei nuovi commenti

  5. Claudia Janneth Baquero scrive:

    Avendo lavorato con ragazzi delle superiori ho potuto vedere in loro un vivo interesse per le musiche rap e hip hop che, viste con occhi profani, si avvicinano alla poesia “incolta”. Il ritmo delle parole e i sentimenti ci sono, mancano le basi tecniche. I ragazzi creano d’istinto e l’industria editoriale di testi poetici dovrebbe attualizzarsi per avere nuovi clienti e nuovi autori…

  6. simone burratti scrive:

    Vorrei proprio sapere che cos’è questa poesia COLTA. Anche gli autori citati nell’articolo mi sembrano ben lungi dall’essere incomprensibili, accademici o chiusi in una torre d’avorio. La differenza tra la poesia e Catalano è che la prima problematizza la tua realtà, con un minimo sforzo richiesto ti fa capire cose che non sai; il secondo cazzeggia puntando sul riconoscimento della banalità.

  7. Luca De Santis scrive:

    Molto interessante l’idea dell’Antologia. Però prendiamo con le pinze Catalano e simili e non eleviamoli a poeti innovativi e nuovi. Poesia colta non si può sentire però. Perché sennò la poesia diventa colta e i componimenti banali diventano poesia. In secondo luogo non condivido il pensiero secondo cui i poeti dovrebbero aprirsi alla Muti. La poesia non è un programma, un prodotto deciso a tavolino. Forse che questa chiusura sia sintomo dell’ incompatibilità con soggetti che magari non conoscono nemmeno le figure retoriche? Sì ad un’apertura ma con criterio. Molti componimenti contemporanei fanno parte della letteratura d’intrattenimento. Ecco, forse stanno sviluppandosi nuovi generi in senso verticale, al di sotto dell’alta poesia. L’importante è classificare generi e opere in modo corretto. Così come parliamo di romanzi da ombrellone dobbiamo parlare di poesia da social e così renderemmo giustizia alla poesia, ai suoi generi e ai suoi interpreti. Ne beneficietebbero i lettori, i critici e soprattutto gli studenti

  8. Debora (una lettrice) scrive:

    Un lettore è uno che sceglie: io non ascolto più di tanto musica pop (un certo tipo di musica pop; non ho niente contro, solo che per lo più mi annoia), così perché dovrei leggere poesia pop? Ogni poesia ha il suo pubblico, e se non c’è un pubblico, che muoia pure. Non vedo perché Valerio Magrelli dovrebbe occuparsi dello stato di salute della canzone italiana e tanto meno credo che per questo la gente si metterebbe a leggerlo. Se non esiste un solo genere poetico, non esiste nemmeno un solo pubblico “poetico”. Ho letto un paio di poesie di Catalano e ho smesso subito (pur trovandole “simpatiche”), mentre dopo aver letto qualche poesia di Magrelli non ho più smesso per decenni. Qualcun altro farà il contrario, naturalmente. Piuttosto meglio la Cavalli, che ha fatto diventare canzoni alcune sue poesie (questa mi sembra un’operazione già più interessante).

  9. Valerio scrive:

    @Antonio Mirko PlausinÎ: voglio conoscere tua nonna!
    @Mark: grazie, era in sintesi ciò che intendevo dire.
    @Gabriella Valera: «parole del nostro tempo» – “Poesia del nostro tempo” è il titolo scelto, democraticamente, da una cinquantina di poeti e critici per un Annuario di Poesia a cui lavoriamo da alcuni anni. Bella consonanza. Se ti interessa il lavoro che svolge questa comunità sparsa ai quattro angoli della terra, lo trovi anche online su poesia.argonline.it
    @Claudia Janneth Baquero: stasera, a uno slam, ho incontrato per la prima volta, dal vivo, Julian Zhara, un giovane poeta che seguo da qualche tempo. Mi ha segnalato un suo studio sull’editoria di poesia di cui ha parlato nel blog Gli stati generali (qui: goo.gl/xysDXb), che forse potrebbe interessarti.
    @simone burratti: una curiosità, tu sei quello che su Il mio libro dice di sé “Tutti possono raccontare una storia, basta saper emozionare il lettore”? Se non lo sei, musica colta / popular / tradizionale => poesia colta / popular / tradizionale.
    @Luca De Santis: esatto, hai colto il punto, esiste una poesia da social, così come esiste la poesia colta, o alta poesia, o grande poesia, come preferisci.
    @Debora (una lettrice): Magrelli potrebbe occuparsi di canzone d’autore, per lo stesso motivo per cui si è occupato dello stato di salute della poesia del 900 in “Viaggio sentimentale nella poesia del ‘900”. Perché la canzone d’autore è poesia, sebbene poesia in musica, come la sua si vorrebbe grande poesia. Tuttavia, se lui, come dichiara ricordando il suo titolo di francesista, si considerasse davvero incompetente in merito alla poesia (italiana) del ’900, allora si capirebbe la causa dell’omissione. Concordo su tutto il resto.
    Ho allargato il dialogo a un ottavo lettore, così usciamo dalle favole, Filippo La Porta. Se siete interessati, vi invito a proseguire la chiaccherata, dopo aver letto lo scambio di battute su poesia.argonline.it.
    Grazie dell’attenzione

  10. Paolo Cerutti scrive:

    “Se Valerio Magrelli, invece di rivaleggiare con i cantautori, cogliesse l’occasione delle sue comparsate televisive per parlare anche dello stato di salute della canzone italiana, mettendo al servizio dell’intelligenza linguistica nazionale la sua competenza di poeta, tutti ne beneficeremmo, lui per primo” non capisco perché per promuovere la poesia questa debba essere legata alla canzone, né allo stesso modo, capisco perché la canzone dovrebbe risultare sminuita nel momento in cui non la si considera poesia: se non la si considera poesia è perché è diversa da una poesia, è una canzone, semplicemente un linguaggio differente, ma ciò non la rende minore, più bassa su una qualche gerarchia. Vengono scritte cose bellissime da mettere in musica e cose bellissime da leggere su carta (così come, da una parte e dall’altra, tante porcherie), ma perché si sente il bisogno di omologarle? Piuttosto potrebbe essere utile un confronto, uno studio sulle differenze, ma non penso che l’assimilazione sia, oltre che proficua, sensata.
    “La poesia di Catalano potrebbe essere definita poesia pop, come musica pop è definibile quella di Elio e le storie tese”: è una battuta di spirito, vero?

  11. valerio scrive:

    @Paolo Cerutti: la canzone ha una dimensione testuale poetica che un poeta conosce e se se ne disinteressa lascia la canzone a musicisti magari preparati ma dilettanti di poesia. Chi segue il cantautorato sa di cosa parlo: c’è bisogno di autori, come c’è bisogno di autori nel teatro. E anche in quel caso: il poeta potrebbe “riprendersi la scena”. Il teatro per millenni è stato in versi. Il disinteresse dei poeti italiani per i testi teatrali ha comportato una perdita per una forma artistica che ha avuto Goldoni e Alfieri e Manzoni fra i suoi esponenti. Mimmo Borrelli è un poeta che lavora col teatro e che pptrebbe scrivere cose interessanti sull’argomento. Infine: no, non è una battuta. Tutto questo scherno nei confronti di chi da anni lavora nel mondo della ppesia è indice di disagio.

  12. Paolo Cerutti scrive:

    Sono d’accordo sul fatto che c’è bisogno di autori, ma siccome la canzone è testo + musica e le canzoni più riuscite sono quelle che combinano in modo virtuoso i due elementi, non penso che qualsiasi poeta sarebbe in grado di essere “poeta da canzone”. Poi, voglio dire, se un poeta non ha voglia di scrivere canzoni, perché dovrebbe farlo? Solo per non essere stigmatizzato come un intellettuale che si barrica nelle torri d’avorio? Penso che Magrelli e compagnia abbiano rispetto per la canzone, mi sembra da persone stupide considerarla una forma d’arte minore e i poeti, tendenzialmente, non mi sembrano persone stupide. Inoltre, prima qualcuno citava Patrizia Cavalli, che ha scritto testi per canzoni (e anche per il teatro), non veniva invece citato Umberto Fiori che nasce come musicista: forse non sono compartimenti totalmente stagni. Per quanto riguarda il teatro in versi, ma purtroppo anche il teatro in generale, non posso dirmi preparato; quello che mi viene da pensare è che se non si scrive più in versi (ma penso che qualcuno lo faccia ancora; Patrizia Valduga ha scritto dei monologhi in versi, ma è un caso un po’ diverso) è perché non è nello spirito del tempo, nonostante l’illustre tradizione alle spalle. Non capisco, infine, perché mi si rimproveri lo scherno: al di là del fatto che, personalmente, non mi piacciono i testi di Guido Catalano e disapprovo (ma chi sono io per farlo?, d’accordo) la sua operazione culturale, quello che volevo esprimere era una semplice e legittima meraviglia nel vedere assimilati Catalano e gli Elii: mi sembrano due operazioni culturali sostanzialmente differenti, non riesco proprio a capire che cosa abbiano in comune e, per concludere, non sono d’accordo sull’etichetta di pop data alla musica di Eelst.

  13. @Paolo: è poco ma sicuro che «qualsiasi poeta [non] sarebbe in grado di essere “poeta da canzone”.» Non intendevo mica dire che tutti i poeti dovrebbero scrivere canzoni. Segnalavo semplicemente che un modo per essere popolari, in poesia, è scrivere buone canzoni. Non è necessario, ma i poeti che si lamentano del fatto che la loro poesia non ha un vasto pubblico, sappiamo che esiste una poesia che ha un vasto pubblico ed è quella per musica. Certo, Umberto Fiori, con la sua esperienza, le sue opere e il suo Scrivere per la voce, è un riferimento obbligato per il genere di cui stiamo parlando. Sul teatro di Patrizia Cavalli: La Punta della Lingua 2012 ha ospitato Corsia degli incurabili. Avremmo voluto ospitare Sanghenapule di Mimmo Borrelli con Roberto Saviano. Insomma, esistono esempi di poesia per il teatro, che indicano le potenzialità inespresse di un genere. Che Eelst appartengano alla musica pop è fuori di dubbio, così come lo è l’appartenza di Catalano alla poesia pop, da qui l’assimilazione, dopodiché tutto il resto li differenzia.

  14. Correggo i refusi del precedente commento:
    NON sappiamo che MA sappiano che
    NON Sul teatro di Patrizia Cavalli MA Sul teatro di Patrizia Valduga

  15. simone burratti scrive:

    @Valerio Cuccaroni no, giuro, mai avute emozioni in vita mia, sarà uno scemo qualsiasi con una R in meno nel cognome.

  16. Paolo Cerutti scrive:

    @Valerio Cuccaroni chiedo scusa se rispondo solo ora. Che la poesia per musica sia un ottimo modo per raggiungere un più vasto pubblico e che il teatro in versi abbia delle potenzialità che spesso vengono trascurate mi trova anche d’accordo, ma non condivido l’atteggiamento di rimprovero nei confronti di quei poeti che non praticano queste due forme poetiche; se poi tale atteggiamento lo vedo solo io, allora chiedo scusa. Sul carattere pop di Eelst non sono invece d’accordo, forse alcune loro canzoni, le peggiori, quelle che mandavano persino su MTv, sono pop. Più che altro, che cosa vuol dire pop? In che senso lo si intende? Perché pop, alla fine, può essere tutto, penso che sia una categoria troppo generica, con troppe accezioni e troppe sfumature per poter essere usata con disinvoltura, senza specificazioni.

  17. Valerio scrive:

    @Simone Burratti Allora, visto che non sei tu quello del Mio libro, ti rispondo più distesamente: ho usato l’espressione poesia colta per distinguerla da poesia pop, come si usa l’espressione musica colta per distinguerla da musica pop. Nella musica pop c’è tanto intrattenimento, così nella poesia pop, alla Catalano. Concordo sulla distinzione fra poesia, arte in generale, che problematizza e poesia / arte che intrattiene. In realtà, parlando con un’amica musicista, mi diceva che il termine musica colta non le piace: lei preferisce musica d’arte. In effetti, leggevo che lo stesso avviene nell’ambito della canzone: alcuni preferiscono canzone d’arte invece di canzone d’autore. Oltre che “d’arte”, la musica “colta” viene anche definita “dotta”, “aulica” e “seria”. A proposito di seria, potremmo pensare alla dicotomia poesia seria / poesia comica e al comico .«il verri» ha dedicato un numero speciale. Non so, se vuoi possiamo chamarla poesia d’arte, che mette meno in soggezione, ma la sostanza non cambia. All’interno della poesia d’arte o colta c’è la poesia di ricerca, ma c’è anche la poesia lirica che tiene conto della tradizione precedente. Per la poesia di ricerca potremmo fare i nomi di Marco Giovenale, Andrea Inglese, Laura Pugno. Per la poesia lirica Milo De Angelis, Valerio Magrelli, Patrizia Cavalli.

  18. Valerio scrive:

    @Paolo Cerutti non credo che questa sia la sede per disquisire sulla categoria del pop. Qualora da questi appunti scaturisse un libro di 200 pagine, di sicuro lo farò, promesso.

  19. Valerio scrive:

    Altra conferma della vitalità della poesia accennata all’inizio del pezzo, i dati presentati ad aprile a Tempo di libri: http://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/2017/04/21/tempo-di-libri-crescono-vendite-libri-poesia-nel-2016_ae6ff8b6-5175-46b0-8e22-d3c59ca351ab.html

  20. Valerio scrive:

    La critica della poesia pop, anche della più becera che è prima in classifica nei Bestseller di Poesia Amazon un gradino sopra a Dante, è cosa buona e giusta. Quindi, è da segnalare il pezzo di Simone Burratti sul libro di Francesco Sole, ti voglio bene, Mondadori: http://www.leparoleelecose.it/?p=28465. Le #poesie di Sole sono fatte per il pubblico contemporaneo, social-izzato, «è difficile – afferma Burratti – definire queste performance “poesie”. Anche a prescindere da un eventuale apprezzamento delle stesse, la dose di entertainment presente tende a schiacciare quell’ambivalenza e quella “profondità” (mi si perdonerà la frettolosità definitoria) che generalmente caratterizzano la poesia tradizionale. Sono però senza dubbio – e lo confermano i canali e le modalità di diffusione, con tanto di hashtag coerenti – “#poesie”: scatole surgelate di emozioni mordi-e-fuggi, barzellette da bar o ricorsività edulcorate dell’ovvio – quando va bene meri spunti di riflessione.» Anche chi scrive poesie e non #poesie dovrebbe, però, pensare a un lettore potenziale, uscendo dalla cameretta.

  21. simone burratti scrive:

    @Valerio Cuccaroni ma infatti sono d’accordo con te (e le categorie che usi non sono troppo lontane delle mie, anche se io preferisco non dare attributi altri alla poesia tout court e semmai definire tutto il resto poesia di genere). Però ci sono delle cose che non mi tornano: primo, pur non apprezzando personalmente la poesia performativa, non riuscirei a infilarla tutta nel genere popolare; secondo, il discorso sotteso per il quale il lettore (o utente) medio non può avvicinarsi alla poesia se questa si pone troppo “in alto” può valere, appunto, per gli autori di ricerca; ma ho esempi concreti di persone totalmente estranee alla poesia che rimangono in fissa con De Angelis, per dire, o con Mario Benedetti. Quindi il mio sospetto è che il problema non sia tanto di genere, quanto di diffusione: se in libreria, o nei social, trovi solo Merini e Catalano, è ovvio che tutto il resto non potrà mai prendere parte a Woodstock. Sulle potenzialità della poesia pop in quanto veicolo di diffusione, come per una sorta di osmosi, non sono d’accordo: per esperienza personale posso dire che il 90% delle persone che va a sentire Catalano, o chi per lui, prende Catalano come canone, e non considera poesia tutto il resto, perché deve impegnarsi troppo a capire il significato di un testo che ti denuda, piuttosto che assecondarti. Poi, sul fatto che la maggioranza dei poeti colti campi di pigrizia autoreferenziale, sbattendosene del lettore potenziale, non c’è dubbio, e nell’articolo che hai citato faccio una “tirata d’orecchie” molto simile alla tua.

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