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Il capolavoro di chi arriva dopo. Tutti gli onori a Robert Falcon Scott, e a Filippo Tuena.

Centodue anni fa, il 17 gennaio 1912, Robert Falcon Scott insieme a Edward Wilson, Edgar Evans, Lawrence Oates e Harry Bowers raggiunse il Polo Sud. L’euforia dopo lo sforzo titanico per sopravvivere fino all’obiettivo si trasformò in una delusione terribile quando i cinque realizzarono che la spedizione guidata da Roald Amundsen li aveva preceduti di diverse settimane: sul ghiaccio svettava ancora la bandiera norvegese, piantata il 14 dicembre 1911. Nel ritorno al campo base tutti e cinque i componenti della spedizione Scott persero la vita. Le loro ossa furono sepolte nei ghiacci dell’Antartide.
Questa storia incredibile è stata raccontata in molti modi – Nutrimenti ha pubblicato di recente I diari antartici di Scott e il libro fotografico Scott in Antartide). Ma soprattutto su questa epopea Filippo Tuena ha scritto uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni,
Ultimo parallelo, pubblicato da Rizzoli nel 2007, e encomiabilmente ripubblicato dal Saggiatore nel 2013. A questo libro dedichiamo una meritatissima piccola antologia di giudizi d’autore e un estratto.

Vanni Santoni

Quando uscì questo romanzo, e lo lessi, non avevo ancora mai scritto di libri, e soprattutto non sapevo granché di libri italiani contemporanei. Era il 2008, ero a Cuneo per “Scrittori in città”, c’era questo accorto bookshop che vendeva solo libri degli scrittori ospiti, e mi comprai, tra gli altri, Ultimo Parallelo; lo presi, mi pare, perché me ne aveva parlato Francesca Matteoni – o forse avevo solo letto il suo pezzo –, e poco dopo ero incappato per la prima volta nei “soddisfatti o rimborsati” di Satisfiction, dove si usava senza mezzi termini la parola “capolavoro”. Così eccomi su un treno interregionale con una zainata di libri. Ed eccomi ad aprire Ultimo parallelo, con tutte le perplessità che poteva avere qualcuno al quale delle grandi esplorazioni antartiche (o artiche, tropicali o equatoriali) non era mai importato granché. Ricordo con chiarezza quel momento, quando cominciai a leggere, e mi chiesi se quello che avevo davanti poteva davvero essere stato scritto da un autore italiano a me contemporaneo:

“Quando splende il sole accecante indossano strani occhiali modificati in maniera empirica con frammenti di legno che fasciano le stanghette laterali per impedire ai raggi ultravioletti di raggiungere le pupille molto arrossate e doloranti oppure oscurano le lenti lasciando soltanto una sottile fessura orizzontale che riduce il panorama a una striscia di luce appena percepibile ma più spesso sono immersi nella nebbia o dentro la tempesta di vento che alza pulviscolo di neve e cancella il sole e nasconde la via e soffia contro il loro andare con una violenza che sa di cattiveria di ferocia di spietatezza e si domanda perché si stia scatenando contro di loro questa furia distruttiva e quale sia stata la loro colpa.
Crede che procedano ancora lungo la barriera ghiacciata con i loro abiti che appaiono adesso inadeguati con le loro giacche a vento di cotone che sembrano leggerissime e che si ghiacciano non appena i milioni di cristalli di neve che vorticano attorno a loro vi si posano; con i loro scarponi di cuoio su cui affibbiano con stringhe di pelle ormai rigide e fragili gli sci di legno pesantissimi; con i loro stivali di pelle di foca che preferiscono calzare quando marciano affondando fino alle ginocchia nella neve farinosa che tuttavia penetra all’interno e forma piccoli agglomerati di ghiaccio sulle due o tre paia di calzerotti di lana grezza che dopo qualche mese di marcia ormai sono diventati rigidi come se fossero di vetro e non riescono più ad assorbire l’umido della neve perché la lana s’è infeltrita assumendo una consistenza fastidiosa e ha perso la sua morbidezza e non può più garantire l’isolamento contro il freddo intensissimo.
Crede che scivolino ancora sulla barriera ghiacciata con i lunghissimi sci di legno sospingendosi con le alte bacchette tenute serrate dalle mani protette dai grandi guanti di pelo di cane sotto i quali indossano altri guanti di pelle di foca e ancora altri sottoguanti di lana. Si vestono a strati e sotto la giacca a vento fradicia hanno due o tre maglioni o camicie o maglie di cotone che dopo diversi giorni di marcia rivoltano perché la parte a contatto con la pelle che non viene lavata da settimane è ormai marcia di sudore e procura fastidiose irritazioni.”

Si potrebbero spendere ancora molte, e buone, parole su Ultimo Parallelo – la poesia delle derrate, le foto “da sconfitti”, il labirinto di ghiaccio, quegli ultimi metri dal campo base, solo per citare i momenti che più mi sono rimasti addosso – così come sull’importanza dell’operazione di Genna e del Saggiatore nella quale si inserisce il recupero e la ripubblicazione del presente romanzo, operazione che viene a mettere una pezza – e dunque, implicitamente, a denunciare – una delle principali storture dell’editoria odierna, quella delirante e in fin dei conti masochistica prassi di mettere i libri fuori scaffale dopo pochi mesi, e fuori catalogo dopo pochissimi anni; ma credo basti così – il testo parla da solo, e anche il resto di Ultimo Parallelo è così buono che a poco valgono i discorsi, se non: lo si legga, lo si legga, lo si legga.

Marco Rovelli

“Ultimo parallelo” di Filippo Tuena è un libro straordinario. Punto e basta: l’articolo finirebbe anche qui. E sarebbe assai appropriato lasciare un grande spazio bianco di seguito all’enunciato iniziale, così assertivo. Uno spazio bianco e silenzioso come le distese del Polo sud in cui si avventurò il capitano Robert Whitman Scott, e dove trovò la morte insieme ai suoi compagni del Pole Party. Queste sono le vicende narrate dal libro di Tuena, pubblicato nel 2007 da Rizzoli, poi fuori catalogo, e fortunatamente per noi ristampato dal Saggiatore. Un libro unico, per la rigorosità della ricostruzione, per la dettagliatezza delle sue descrizioni, tutte accuratamente fondate sullo studio dei materiali storiografici, diaristici, fotografici. Ma Ultimo parallelo è un romanzo. E così come Scott si avventurò in quella landa desolata, così Tuena si avventura nella landa desolata dell’esistenza, là dove le vite che hanno intrapreso un viaggio senza ritorno si perdono nel punto dove “la terra non gira”: un viaggio fino al fondo della notte, che acceca in tutto il suo bianchissimo abbaglio. Tuena, seguendo il viaggio di Scott, traccia la forma della vita stessa che si getta nella morte, che cerca se stessa là dove coincide con l’immobilità senza più vita, mettendosi in gioco fino all’estremo. La vita che traccia il suo senso più profondo nella sfida di Scott – “futile”, come scrive Tuena. Noi che leggiamo camminiamo con Scott, e con Tuena, e con quella presenza ulteriore, umbratile, che gli esploratori ebbero sempre l’impressione camminasse con loro. Siamo in quei passi, respiriamo con quei corpi, ci approssimiamo con loro al confine della vita. Pochi libri, oggi, riescono a farci vivere con questa intensità.

Francesca Matteoni

Quando ho iniziato a leggere Ultimo parallelo di Filippo Tuena ero spinta da tre motivi: il fatto che parlasse di un viaggio reale in un luogo estremo, ai margini della terra e del vivente; un rapido scambio sul potere evocativo della fotografia al termine del quale mi è stata consigliata la lettura; il fatto che in questo libro si parlasse di altri libri, a loro volta indizi e testimoni. Mi sono ritrovata in un’opera sorprendente per scrittura, ambizione e il sentimento che trasuda.
L’ultimo parallelo è il punto estremo della terra, la sua conclusione intangibile, il polo sud infisso nell’acqua ghiacciata. Ma è soprattutto un luogo simbolico, dove l’essere umano incontra ciò che per tutta l’esistenza vive e sperimenta senza averne la piena consapevolezza: la sua propria fine, la fine di tutte le cose. Ed infatti lì la terra si ferma. Il tempo non passa, non ruota. È alla scoperta di questo luogo che nel 1911 un gruppo di esploratori inglesi guidati dal capitano Robert Falcon Scott compì la sua lunga e dolorosa missione nelle regioni antartiche. Solo cinque uomini poi, proseguirono verso il polo, per scoprire di essere stati preceduti dal norvegese Roald Amudsen e dai suoi cani da slitta. Durante il ritorno, stremati dalla fatica e dalle bufere, trovarono la morte, lasciando come pegni ereditari un rullino di fotografie, dove, secondo la superstizione dei marinai e le credenze di popoli primitivi, avevano impresso l’anima, e i diari, i libri di poesia che si erano portati dietro e che non avevano voluto abbandonare durante il tragitto. È in queste tracce di linguaggio lette e scritte, in questo pugno di fotografie, nei volti sui quali, a noi che sappiamo come andarono le cose, sembra di scorgere uno spettro, un presentimento, che ha inizio il viaggio di Filippo Tuena. Come il terzo uomo della Terra Desolata di T.S. Eliot, lo scrittore si mette al loro fianco dalla fine all’inizio e viceversa, quasi una sorta di creatura soprannaturale che ha la sua dimora nelle parole. Il lettore viene chiamato in causa, in questa ombra al seguito degli esploratori non sa più distinguere se stesso da chi narra e da coloro di cui vi è narrato – è invaso dal più perfetto dei sentimenti: la compassione, la capacità di sentire assieme all’altro, di riconoscere nell’altro il proprio destino.
A questo punto mi sembra opportuno tentare di rispondere ad una domanda, che mi perseguita fin dall’inizio: perché Tuena decide di raccontare la storia di una sconfitta, avendo la possibilità di dirci quella del vincitore? La presenza evocata e mai vista realmente di Amudsen è nel libro una figura assieme barbarica e distaccata, ammirevole, ma altrettanto inumana. A Tuena, viene da pensare, non interessa tanto di dirci della scoperta geografica del polo, quanto di qualcosa di più profondamente umano, che ha a che fare con il nostro limite, il punto dove cediamo alla paura e al coraggio; con un concetto tanto portato per bocca quanto poco compreso come la fratellanza; con la sorte imperfetta con cui ci si consegna alla seconda vita, l’unica che resta e che più non ci appartiene: il linguaggio, la scrittura, le parole. Noi non abbiamo mai avuto altro. Come un’ombra sul sangue, le nostre parole escono eteree da corpi in lenta corruzione per restare – sono l’unica cosa che possiamo opporre alla divinità e alla morte, sono la memoria che ci rende ostinati nell’assurdità di scrivere e leggere libri.
Tuena, ci restituisce il potere pieno della letteratura, che non è quello di raccontare delle storie, ma di usarle per comunicarci qualcosa di nostro, qualcosa che c’era già prima, ma non aveva un nome.

Dei cinque uomini che raggiunsero il polo uno di loro, l’ufficiale di cavalleria Lawrence Oates, non trovò sepoltura. Di tutti i protagonisti del libro è quello a cui per motivi del tutto personali mi sono più affezionata. Sta morendo eppure non riesce a morire. Svegliandosi nel suo sacco a pelo ancora vivo, dopo aver sperato che il sonno lo prendesse, esce nell’inverno perenne per una “passeggiata” da cui non può fare ritorno. Il suo corpo giace ignoto nella neve, sprofonda nel passare degli anni fino all’acqua. Mi piace pensare che il corpo di Oates, il giovane sensibile, amante dei cavalli e dei pony siberiani che si erano portati dietro e che furono tutti massacrati, sia la parola stessa, il nucleo delle storie che non si consuma anche se personaggi e narratori se ne sono andati da tempo, ma trova sepoltura ogni volta in un diverso occhio, un diverso cuore.
Arrivo alla fine di questo straordinario, intensissimo libro con la sapienza di un dono ricevuto, dell’amore ricambiato.
Chiudendo il volume, prima di rimetterlo tra gli altri, due brevi frasi continuano a girarmi nella mente come un ringraziamento, una preghiera: “Io c’ero. Io ho visto.”

Da Ultimo parallelo

There are more things in heaven and earth, Horatio,
Than are dreamt of in your philosophy

WILLIAM SHAKESPEARE, Hamlet, I, V, 174-175

Nei ricordi degli esploratori, riferiti a volte a molta distanza di tempo dagli avvenimenti, e paurosamente annebbiati anche se riordinati attraverso il processo della memoria, appare, incappucciata al loro fianco, mentre la fatica della marcia si fa insopportabile e sembra esigere ed esaurire ogni piccola energia residua, l’inquietante figura dell’uomo in più – gliding wrapt in a brown mantle, hooded – colui che procede incappucciato avvolto in un mantello bruno.

Seduto alla sua scrivania, chino sui fogli, nell’emisfero opposto, decine di migliaia di miglia lontano da quei luoghi e ad anni di distanza da quegli eventi, è stato un poeta borghese vicino alla perfezione, Thomas S. Eliot, a ricordarsi di questa ineffabile presenza, donandole un’esistenza forse immortale, e a segnalare il fatto come evento memorabile, sottolineando la singolarità del suo apparire nella quinta parte di The Waste Land, agli splendidi versi 359-365:

Who is the third who walks always beside you?
When I count, there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
– But who is that on the other side of you?

Chi è quel terzo che cammina sempre al tuo fianco?
Quando conto, ci siamo soltanto tu e io, insieme
Ma quando guardo avanti verso il sentiero bianco
C’è sempre un altro a camminarti al fianco
Che scivola avvolto in un mantello bruno, incappucciato
Non so se sia uomo o donna.
– Ma chi è quello che ti sta dall’altra parte?

La domanda raggelante si perde nel nulla perché non ha nessuna risposta e, quand’anche la si avesse, non si avrebbe il tempo di formularla perché il poeta improvvisamente cambia atmosfera, andando oltre col passo risoluto di un uomo determinato, lasciando dietro di sé un’ombra che oscura l’animo e un interrogativo che rimane sospeso ad attendere una risposta: But who is that on the other side of you?

Il lettore si rende conto che non è tanto il who (la presenza misteriosa) a inquietarlo, quanto che essa compaia on the other side of you, al suo fianco, perché appare evidente che Eliot sta parlando a lui che procede in compagnia di qualcosa o qualcuno che non gli si rivela.

Il poeta mette in gioco il suo antagonista; vanifica i suoi convincimenti, la sua sicurezza e da semplice lettore di un rischioso testo poetico lo trasforma in pellegrino all’ora del tramonto, lungo un sentiero indeterminato, con l’inquietante sensazione di avere qualcosa o qualcuno al proprio fianco.

The Waste Land viene dato alle stampe nel 1922 e contiene i versi dell’apparizione dell’uomo incappucciato quando Eliot ne ha ormai inglobato la memoria in termini offuscati, confusi, perché anch’egli ha di quell’essere la medesima vaga nozione che ne avevano avuto gli esploratori e per questo, nel mare di citazioni spesso oscure di cui è composto il poema, per sciogliere l’enigma di quel passo, sente il bisogno di aggiungere una delle poche note esplicative autografe:

I versi seguenti sono stati ispirati dalla relazione di una delle spedizioni antartiche (non ricordo quale, ma credo una di Shackleton): vi si riferiva che ogni componente del gruppo degli esploratori, allo stremo delle forze, avesse continuamente l’impressione che ci fosse una persona in più di quante se ne potessero effettivamente contare.

Eliot ricorda bene perché è nel resoconto della drammatica spedizione antartica dell’Endurance di Ernest Shackleton che il singolare evento viene riportato: nel 1916 Shackleton, Worsley e Crean (proprio il Crean che aveva partecipato cinque anni prima alla spedizione di Scott e che era tornato in Antartide vinto da un’insostenibile passione per quelle terre) compiono un’impresa disperata scalando di notte una montagna per raggiungere una base di balenieri dalla quale sarebbero poi ripartiti per portare soccorso ai compagni abbandonati da settimane su un’isola deserta.

Shackleton termina il racconto di quella notte spaventosa con queste parole:

“Io so che durante quella lunga e terribile marcia di trentasei ore oltre le montagne senza nome e i ghiacciai della Georgia del Sud mi è spesso sembrato che fossimo in quattro, non tre. It seemed to me often that we were four, not three. Non ne parlai ai compagni sul momento, ma più tardi Worsley mi disse: Capo, avevo la curiosa sensazione che durante la marcia ci fosse un’altra persona con noi. Crean mi confessò la stessa impressione. Boss, I had a curious feeling on the march that there was another person with us. Crean confessed to me the same idea.”

E anch’egli aggiunge un commento all’inusitato accadimento, nel quale afferma di aver avvertito il bisogno di riportare il fatto, senza voler aggiungere nulla alla sua comprensione:

“Si può percepire «la miseria delle parole umane, l’inadeguatezza del racconto dei mortali» nel tentativo di descrivere eventi intangibili, ma un resoconto delle nostre esplorazioni sarebbe stato incompleto senza un riferimento a un tema così vicino ai nostri cuori.”

La citazione tra virgolette è tratta da un poema di John Keats, Endymion, libro II:

O dearth / Of human words! roughness of mortal speech!

È proprio in questa postilla, negando quanto poche righe prima aveva affermato, che Shackleton rende manifesto come all’esploratore appaia impossibile dare notizia delle proprie sensazioni; come se davvero quella presenza percepita ma rifiutata procurasse un brivido difficilmente giustificabile rimanendo la sua origine avvolta nell’incertezza.

Anche la sincerità di Eliot è ingannevole, e il suo desiderio di chiarezza fuorviante, se in una nota precedente, a proposito di una figura dei tarocchi che compare nel poema, scrive quasi contraddicendosi: L’Impiccato… lo associo con la figura Incappucciata nel passo dei Discepoli a Emmaus nella parte V, tanto che il vero argomento del dialogo non è la visione degli esploratori, ma l’apparizione di Cristo risorto agli inconsapevoli discepoli sulla via di Emmaus; apparizione di una divinità creduta morta che ritorna dall’oltretomba a manifestare la sua esistenza, anche se l’accostamento una volta formulato diviene inalienabile e non si potranno più leggere i versi 359-365 senza che questi rimandino, contemporaneamente, agli esploratori e ai discepoli; alla visione allucinata e all’apparizione della divinità. I due avvenimenti sono ormai indissolubilmente legati e ogni interpretazione che cancelli una delle alternative diverrebbe parziale o limitata.

Dunque questa storia parte da una citazione ambigua in un poema composto di citazioni che rimanda a un brano del Vangelo e a un frammento di cronaca reale dove compare un’altra citazione che sottolinea l’impossibilità di dar conto di alcuni eventi mediante la parola scritta, addentrandosi in una vertigine e in un dedalo che è ancora lontano dal raggiungere il suo centro.

E tuttavia è su questo brivido – sui versi di Eliot e sulla cronaca dubitativa di Shackleton e sull’altro dubbio di Keats, se le parole possano davvero raggiungere il nocciolo del problema – che il viaggio degli esploratori si fa paradigmatico tanto da poter affermare che gli uni e gli altri parteciparono di una medesima esperienza, come se i poeti e gli esploratori, i lettori e i discepoli attraversassero terre deserte dove si manifesta un’entità estranea e inquietante di cui percepiscono la presenza, senza raggiungere una conoscenza perfetta.

Commenti
8 Commenti a “Il capolavoro di chi arriva dopo. Tutti gli onori a Robert Falcon Scott, e a Filippo Tuena.”
  1. Nunzio Festa scrive:

    Ultimo parallelo è davvero un libro straordinario, e magnifico.

    b!

    Nunzio Festa

  2. Subhaga Gaetano Failla scrive:

    Sì, “Ultimo parallelo” è davvero un libro molto bello. Mi è rimasto nel cuore, a distanza di diversi anni. La sua struttura, la storia e il suo fascino sono insoliti, straordinari – al di là dell’ordinarietà appunto. Peccato soltanto che sia stato lasciato un po’ in ombra da lettori e critici.

  3. Giuseppe Genna scrive:

    Mi pare la prima volta che godo per un avverbio (“encomiabilmente”). Tuena è uno dei migliori scrittori della nazione, secondo me.

  4. minima&moralia scrive:

    Encomiabilmente Genna. Per me è un’apposizione.

  5. SimoneGhelli scrive:

    Comunque si dovrebbe linkare la fonte quando si prende un pezzo pubblicato prima da un’altra parte.
    Mi riferisco alla recensione di Vanni Santoni, uscita circa un anno fa qui: http://scrittoriprecari.wordpress.com/2013/01/31/due-parole-su-ultimo-parallelo/#more-7220

  6. minima&moralia scrive:

    Scusami, Simone, l’avevo trovata su facebook, pensavo fosse un giudizio preso dal suo profilo.

  7. SimoneGhelli scrive:

    Ok 😉
    (comunque Santoni scrive e legge troppo, dobbiamo fare qualcosa)

  8. Filippo Tuena scrive:

    messeri, mi fischiavano le orecchie. in realtà credevo fosse il blizzard che soffia fuori dalla tenda..
    grazie a tutti.

    torno a trascinare la slitta, verso non so dove.
    salut

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