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Tutti i mistici di Roma Nord

di Marco Mantello

Passavano in camicie a scacchi, pantaloni neri e Doctor Martins. Con Rumore Bianco nella mano destra, con i loro denti spezzati a dieci anni durante la partita di minibasket trascorsa in panchina, con le loro braccia bloccate a quarantacinque gradi, dentro un gesso coperto di firme con le stelline e disegni di Paperino, con i loro compagni di banco suicidati a ventidue, con i loro fratelli maggiori incidentati a trentaquattro, non gli restava altro che sposarsi fra di loro, fino a quando non nascevano figli storpi. Dentro chiese dalle mura bianche, l’umiltà programmata e ideologica sfumava nell’arredamento di case di sessanta metri quadri, comperate a mutuo dai genitori, con un crocefisso romanico all’ingresso, con forchette e cucchiai di legno per la loro ultima cena, con quel poco di marijuana che riuscivano a salvare da un asma atavica e incontrollata. Per quelli che rimasero vivi, era vero solo in parte il noto motto di Voltaire, per cui ogni fede pretende conferma da un principio di disperazione, consolando per logica interna. Nel corso dei loro festival del dolore (matrimoni e funerali), il Dio di Isacco possedeva i lineamenti di un prete sudamericano. Accarezzava le guance del defunto nella bara aperta, riassumendone la storia personale, al cospetto di una magnifica e ossessiva foto di gruppo, materializzatasi ai lati dell’altare sotto forma di chitarre, batterie e occhiali neri:
‘Oggi siamo pieni di gioia, oggi comincia una nuova vita…’
Incalzava dal pulpito il prete. La bara veniva sigillata. La foto si animava ancora, sfiorando la dura consistenza della separazione terrena con decine e decine di mani. Le trovavi così, attaccate al legno come ostriche agli scogli dell’Adriatico. Era il momento della consapevolezza e del non ritorno. Come diavolo facevano questi a gioire? Altri nove mesi e ne sarebbe nato un altro, di confratello morto, si poteva arrivare anche a sette nell’arco di un lustro, con un minimo di attenzione per i periodi fertili e per i giorni di chiusura delle camere ardenti. L’ultimo della serie era uno studente di psicologia. Aveva riprodotto la via crucis in terra, col suo tumore al cervello e quel mucchio di amici più cari, si conoscevano tutti dalle scuole medie, a dividersi a metà nella sua stanza, quasi fossero le rive del mar rosso in secca. Fino a quando il malato rimase lucido, li chiamava ‘egiziani maledetti’.
Poi perse gradualmente l’uso degli arti, defecava nelle mutande, gli si incrociavano le mani come fosse uno spastico e le ultime due settimane, quelle antecedenti al momento di gioia che precede l’assunzione al cielo, perse l’uso della lingua, la vista e l’olfatto. La sua vita eterna ebbe inizio poche ore prima del Santo Natale e se la tennero sei anni sottobraccio, la fidanzata rinsecchita. La tradizionale partita a carte del due di gennaio, la facevano sempre a casa del morto, quando era ancora vivo, terrenamente parlando e anche adesso non avrebbero saltato l’appuntamento, con un lessico e una topica collaudate nel cabaret parrocchiale, con tanto di pandoro e di torroni ricoperti di fondente e soprattutto con una grazia e una semplicità inaudite, per l’epoca moderna. Non dispongo di testimonianze dirette, circa i modi e i tempi di queste partite a carte. Se provo a immaginarmi la scena, penso subito a un palazzo di periferia, di questi nuovi che costruisce Parsitalia. Sarà alto dieci piani, fra la Bufalotta e Piazza Monte Gennaro. Il fratello del morto ha una moglie con un viso dolcissimo e un seno sformato. I due figli piccoli li hanno appena messi a nanna nella camera nuziale, questa notte dormiranno tutti insieme. Gli amici del morto sono arrivati per il dopo cena. Nel salone la tovaglia verde è piena di molliche e pezzi di pandoro. I bicchieri di plastica sono mezzi vuoti (lo spumante era italiano). Dopo un primo giro di sette e mezzo, si gioca alla Falce. Le regole della Falce suonano come una campana:
‘Hai tre vite a disposizione’, spiega il fratello del morto con il Jolly in mano: ‘Non devi toccare mai le carte che peschi, finché il banco non dice prima: Puoi toccare le carte. Oppure: Tenete. In caso contrario, cioè se parli, allora sei morto’.
‘Insomma vince chi sopravvive?’ domanda l’ultimo arrivato
‘C’è anche una seconda via di salvezza. La resurrezione. Può succedere per un errore, se qualcuno ti rivolge la parola o risponde a una tua domanda, muore lui al posto tuo’
‘Tempo massimo di chiusura del gioco?’
‘Facciamo le due’.

Forse è proprio per questo mandare fallite le ditte di condom, per queste chiese tetraedriche in mattoni grigi, che si chiamano in genere San Frumenzio, Angeli Custodi, Santa Maria Goretti, e risalgono tutte ai primi anni ’60, che le messe dei neocatecumenali possono durare anche tre ore e un quarto. Forse è per i lineamenti anestetizzati delle consorelle ai primi banchi, che i neocatecumenali sono in grossa espansione, nei quartieri di Roma Nord. Più dei focolarini, credo. Prima di riprodursi in modo indiscriminato, ogni neocatecumenale fa una serie di ritiri spirituali in cui si sa quando si parte e non si sa quando si torna. In Quaresima digiunano per tutto il giorno. Cantano e ballano fino alle quattro del mattino e poi tutti insieme in trattoria: quattrocento-cinquecento tavolate in puro legno. Il ristorante è di un confratello. I camerieri sono tutti confratelli. Dopo un percorso preliminare di cui gli studiosi di teologia sanno pochisssimo, in quanto riservato ai soli adepti, ciascun neocatecumenale può formare la sua propria comunità. È un sistema a catena, come quello delle ditte americane che vendono pentole a domicilio. Anche Filippo, mio figlio, ha fatto questa scelta. Sua moglie sta di nuovo per partorire: è la quinta volta e hanno appena sessantanove anni in due. C’era un sacerdote giovane, dalla barba incolta, la sua parrocchia appena fuori casa nostra, in zona Viale Libia-Piazza Gondar. Mio figlio ne fu da subito entusiasta. Lo chiamava per nome:
‘Ieri Maurizio è stato grande. Non ho mai sentito niente di simile in vita mia’. Trattavano argomenti scottanti e pare che questo Maurizio, nelle vite precedenti al sacerdozio, li avesse più o meno conosciuti tutti: l’estremismo politico dei sedici anni, i sei mesi di viaggio in Australia; la marcia Assisi-Perugia e l’eremo di Camaldoli. Insomma questo Maurizio era diventato prete al termine di un percorso in tutto simile a quello di mio figlio. Stessi gusti musicali, nonostante i dieci anni di differenza, anche Maurizio aveva letto due volte i fratelli Karamazov. Alle sue orazioni veniva un mucchio di gente. Cento, centocinquanta persone fra i 16 e i 29 anni. Maurizio era uno che parlava a divinità veduta:
‘Perché io una volta a dio gli ho detto: Porco del cazzo, dove sta il mio libero arbitrio?’ e la gente nella chiesa era colpita, quantomeno per via del linguaggio adoperato nel luogo sacro, così diretto, sincero, inconsueto.
‘Insomma ti trovi bene con queste persone?’ chiesi un giorno a mio figlio
‘Sì’ fu la risposta e poi, mano a mano che li frequentava, prese a leggere libri che non conoscevo. Crebbe in lui l’interesse per l’Yiddish. I suoi studi universitari subirono una notevole impennata. Si laureò in Giurisprudenza con il massimo dei voti. Passò alcuni mesi con la moglie a Berlino e al ritorno si fece pure il G8 di Genova. Mi ricordo il litigio furioso, quando vidi il biglietto del treno sociale appena preso a Via Giolitti:
‘Pippo guarda che il sabato ci scappa il morto! Vattene al mare, almeno il sabato…e chiama!’ gli gridavo da sopra le scale. Dopo le immagini del Tg1, passai una notte insonne, seduto in salone di fronte al telefono, anche perché dalla Farnesina alcuni amici mi avevano comunicato in via informale che forse c’era un secondo decesso. Vedevo il suo cadavere immobile e nudo, fra le onde di Santa Margherita Ligure, mentre sul medesimo tratto di costa, in prossimità di Viale Kennedy, fiumi di gente venivano interrotti sul nascere dal gracidare mattutino degli uomini rana. Poi, per fortuna, dalla Farnesina mi dissero che non si trovava più una ragazza e tirai un sospiro di sollievo. Al massimo era ferito e se l’avevano arrestato pace, chiamavo Walter e lo tiravo fuori in due minuti. Il telefono squillò a mezzanotte. Stavano allo stadio comunale Sciorba, la moglie e lui, poco fuori Marassi. Tutto bene, mi disse, non li avevano nemmeno caricati a quelli del loro gruppo. Cercai di mantenere un’aria calma e forse in quell’istante, oltre al sollievo, provai qualcosa di simile alla gelosia e al rimpianto:
‘Richiami domenica sera? Passami Cecilia che lo dico a lei…..’

Anche Cecilia, la moglie, andava agli incontri ecumenici di Maurizio. Alla fine di un master in ‘Giuristi d’impresa’, furono assunti entrambi nell’ufficio legale della San Paolo. Però dopo sei mesi, lui ‘si era rotto’ di fare ‘la vita grama del bancario’. Intraprese una tardiva carriera universitaria. Adesso sono dieci anni che insegna diritto privato in Toscana ed è buffo, anche mio suocero si occupava di questa roba e lui era così piccolo, non si ricorda nemmeno che faccia aveva, il nonno materno. Comunque l’ho inserito un minimo in casa editrice, così magari ci ripensa. Perché lui scrive e davvero, non perché è mio figlio, ma se solo leggeste certe poesie, è bravissimo. Con questa Cecilia si impegnarono per agevolare i loro confratelli, che avevano intrapreso strade simili. Niente di illecito, è chiaro: sono persone oneste. Per esempio all’ufficio legale della San Paolo, dove Cecilia invece è rimasta fino al settimo mese della seconda gravidanza, adesso ci lavorano in nove. Tutti amici degli incontri di Maurizio. Gente senza grandi patrimoni, con molti lutti al braccio e poi davvero era così per tutto. Solidarietà. Ogni neocatecumenale, con quel sorriso tanto gratis da sembrare amore, si occupava dei suoi confratelli. I medici della Setta non praticavano l’aborto. E pure quelli che finivano a vendere fiori a Piazza Vescovio, proprio davanti alla sede di Forza Nuova con ‘Lui vive! Lui combatte!’ riferito a un diciassettenne ammazzato negli anni ’80, rimanevano convinti che i ‘cristianoni della domenica’, i non iniziati, non avessero accesso ai segreti di palazzo:
‘Il palazzo’, sentivo dire alle loro ultime cene,
‘…È come nel sogno di Borges….L’hai letto il libro dei sogni? C’è il palazzo di Gengis Khan, associato a un poema di Coleridge’
‘Exegi monumentum. Uno e trino’.
Proseguivano così per ore, bevendo vino e ridevano tanto.
Certe volte li aiutavo a sparecchiare:
‘Volete altro, ragazzi?’ e davvero non li capivo i loro discorsi. Forse dovevano costruire. Costruivano insieme. Io mio figlio non l’ho mai visto così felice. Ogni volta che tornava a casa, sembrava venisse da un altro mondo:
‘Cecilia e io ci sposiamo’ disse un giorno a me e alla madre. Avevano messo da parte un po’ di soldi. E il mutuo insieme, un appartamento a Piazza Gondar con tre stanze doppie, già arredate con le culle e i carillon per i futuri bambini. I bambini da crescere insieme.
Cominciarono a fare l’amore la notte del matrimonio. E Cecilia restò incinta tre volte nell’arco di 36 mesi. Ogni Natale per stare con loro, vado anch’io alla Cerimonia della Nascita, nella chiesa di Santa Maria Goretti al quartiere africano. Non gli importa che sono ateo. Anzi ne sono felici.
Una cosa per me disarmante. Almeno all’inizio. Adesso non ci faccio granchè caso.
Giusto ieri gli ho accennato a questo mio progetto, che avevo quasi finito il libro, Le migliori proposte editoriali, leggerle era il mio lavoro in fin dei conti. Non ho fatto altro che leggere nella mia vita. Leggere e scartare. E adesso a questa cosa ci tenevo. Al telefono gli ho detto:
‘Contavo di spedirlo a Micheloni. Te lo ricordi Micheloni? Ti portava sempre le figurine di Geeg robot quando stavamo a Tiburtina. Sai lavora ancora in casa editrice e siamo rimasti in buoni rapporti dopo il mio pensinamento’.
E lui, con quella voce querula:
‘Ma perché non vieni a cena questa sera? Così mi porti il libro. Ci sono anche i genitori di Cecilia’.
E io ci sono andato. Mi ha fatto accomodare nel salone. Cecilia sta di là coi genitori:
‘Un minuto che ho la pasta…Come stai?’ e mi schiocca un grosso bacio sulla guancia. Cucinavano insieme: carbonara e insalata. Il papà di Cecilia è stato molti anni oculista. È uno alla mano. Anche stasera col maglione a collo alto. La moglie in jeans, i capelli cortissimi. Li lascia bianchi, non li tinge mai. Forse non dovevo…dico la giacca, e i pantaloni di velluto. Ci sediamo alle nove meno un quarto:
‘E così ti sei messo a fare lo scrittore!’ mi fa il padre di Cecilia
‘Ce lo devi far leggere questo libro. Come l’hai intitolato?’
‘No, no. Non è mica mio il libro. Ho solo raccolto un po’ di cose. Sai negli anni…con tutta la gente che ci scriveva. A casa ero pieno di pacchi…..’
L’atmosfera rimane serena. Ma confesso che ci resto male. Guardo mio figlio. Sorride, sorride, sorride: perché glielo ha detto del libro? Che bisogno c’era?
Alle undici e quaranta vado via.
‘Papà ti accompagno, ti va?’
Salutiamo. L’ascensore e poi la strada. C’è il negozio della Pioneer. La vetrina illuminata, con sei tv accese, su Rai 1. Fanno un video amarcord: sei Benigni che recitano Penna, lì davanti a sei Milly Carlucci:
‘Ti ricordi quando abbiamo comprato il televisore a colori? Proprio qui…’ E lui:
‘Prendo due Corona. Viviani è aperto’.
Se le fa stappare e torna. Arriviamo al prato, davanti casa nostra. E lui sorride. Sorride sempre. Più lo guardo e più non so cosa dirgli. Eppure di cose ne avrei. Per esempio se anche lui con Cecilia, voglio dire, si picchieranno? E si che per noi cresciuti a Carver, era quasi un’iniziazione: i morsi, i pugni in faccia. Certi lividi sulle braccia. Altro che piatti rotti e ‘Chiamo mio fratello’. Se amavi una e lei ti amava, ti dovevi picchiare per forza. Botte a alcol. Era un obbligo sociale. Com’è che diceva Carver in quella poesia famosissisma?
Voi non sapete cos’è l’amore.
E lì a menarla che aveva 51 anni e stava con una ragazzina e lui magazziniere, ubriaco a una pubblica lettura: si picchiavano un sacco quei due.
Il prato è pieno di piccoli pini. Alcuni sono già secchi. Li hanno piantati in fretta e furia i condomini del palazzo, perché il terreno appartiene a non so che ministero e vorrebbbero farci una strada. Mio figlio mi prende sottobraccio. Ci sediamo sul muretto con le scritte:
‘A che pensi?’ mi chiede
‘E tu?’ A che pensi tu?’
‘A una cosa che ti devo dire’
‘Problemi?’
‘No nessun problema. È una cosa che riguarda me e te papà. Insomma io non so se adesso sia giusto che te la dico perché….’
‘Spara’
‘….Però non ci restare male perché non cambia niente. Non è mai cambiato niente, davvero’.
‘Cambiato cosa, scusa?’
‘Il fatto è che….io non sono tuo figlio. Biologicamente dico’
‘Ma che cazzata!’
‘No ascolta, quando avevo sedici anni…me lo ha detto mamma. Mi ha fatto giurare di tenermelo sempre per me. Lei si vedeva ancora con quel tipo del liceo. È rimasta incinta di lui, non sono tuo figlio, davvero, credimi…’
‘Ah. E….e come ti senti? Stai bene? Cioè quando te lo ha detto, voglio dire….Come ti senti?’
‘Io bene, davvero. Con mio padre ci ho parlato due volte in venti anni. Non abbiamo rapporti, in pratica. Dio, non lo so perché adesso ho sentito il bisogno di raccontarti questa cosa…Come…come ti senti?’
‘Ma non ti preoccupare di come mi sento io….lascia perdere…’
E dopo una stretta di mano, ognuno se ne è andato a casa sua. All’inizio ero un po’ frastornato. D’altronde, pensavo, ho avuto storie anch’io con altre donne. E adesso che sapevo questa cosa, che cambiava? Proprio niente. Mia moglie era morta da due anni. E mio figlio restava mio figlio. La realtà. Solo quello contava. La realtà che avevo un figlio. Uno molto religioso. Sorrideva sempre. Non riuscivo più a capire, non riuscivo a parlarci. Aveva un mondo tutto suo. I neocat, Cecilia, i genitori di Cecilia. A casa ho preso un foglio. Ho inziato a scrivergli: “Figlio mio…” No, questi ruoli del cazzo, il padre, il figlio. Per dio, questa è Roma, XXI secolo. “Caro Pippo”.

Non è facile continuare.

Commenti
4 Commenti a “Tutti i mistici di Roma Nord”
  1. Andrea Capocci scrive:

    Trovo che questo racconto sia straordinario.

  2. marco mantello scrive:

    Grazie Andrea. Così è più facile continuare (a scrivere). Un saluto.

  3. alessandro de angelis scrive:

    non è affatto male il racconto marco…a volte forse una vena polemica di troppo, ma la vedo io perché ti conosco e conosco i personaggi, diciamo così…comunque complimenti, bellissima la conclusione

  4. Licia Fierro scrive:

    L’ho letto a scoppio ritardato! Una miscela esplosiva; tanti richiami e suggestioni. E’ ben scritto. Non c’è misericordia per chi cerca di salvarsi in qualche modo. La trascendenza è una cosa seria, ma fuori dalle sette. E su questo concordo. Tutti, comunque, siamo dentro e fuori. Esserne consapevoli è già un passo avanti. Questo racconto testimonia che la letteratura avulsa dalla vita è pura astrazione. Qui dentro, nonostante tutto, batte la vita.

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