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Tutti i modi per essere dei veri impostori

Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «la Repubblica», su «Il sentimento d’impostura» di Belinda Cannone (Edizioni di Passaggio).

È un’esperienza comune a molti (a tutti, azzarderemmo): trovarsi in un posto e sentirsi abusivi; avere cioè la coscienza di non dover essere lì, di non meritarlo. Essere, di fatto, impostori.

All’interno di quella macrocondizione che è il sentimento dell’inadeguatezza, accanto al senso di estraneità, al percepire sempre e comunque la mancanza (anche di chi c’è), al sentirsi intrusi, al millantato credito (da intendere non come strumento di un raggiro bensì come parte naturale del raccontarsi agli altri), l’impostura è uno stato d’animo nodale. Perché nel descrivere una balbuzie dell’io, un suo tragicomico inciampo tanto imprevisto quanto inevitabile, ci rivela che la famigerata identità è sempre un’esperienza balbettata e che barcollare, temere di essere scoperti per ciò che realmente si è (qualsiasi cosa significhi), non è per nulla un’anomalia.

A questo siero maligno che mescola al suo interno vergogna e colpa, Belinda Cannone – narratrice e saggista francese, docente di Letteratura comparata presso l’università di Caen – ha dedicato Il sentimento d’impostura (Edizioni di Passaggio, traduzione di Giovanni Lombardo). Per descrivere i timori e i tremori dell’impostura l’autrice compone un saggio informale, pressoché interamente condotto in seconda persona singolare; un saggio che nel dare del tu – nel parlare all’orecchio del lettore bisbigliando, alludendo, sobillando – usa letteratura e cinema come cartine di tornasole (perché soltanto le narrazioni – grandi indispensabili imposture di cui non vogliamo fare a meno – conferiscono tridimensionalità a ciò che accade).

E dunque cosa meglio di tre romanzi per descrivere figura e funzione del «negro bianco»? Per il protagonista di La macchia umana di Philip Roth – un personaggio in cui, sottolinea Cannone, si continuano quelli analoghi di Luce d’agosto di Faulkner e di Lo splendore del Portogallo di Lobo Antunes – essere un intruso, scegliere le ragioni peculiari della propria intrusione, vuol dire dialogare fittamente con l’impostura. Con qualcosa, cioè, che nel generare un disagio è anche un’esperienza vertiginosa.

C’è disagio nella vicenda della ragazza che in Rebecca (tra Du Maurier e Hitchcock), non corrispondendo alle aspettative degli altri, comprende lo scarto che esiste tra un modello prescrittivo forte e una individualità reale (“Rebecca è quella forma superlativa di femminilità cui la ragazza appena uscita dall’infanzia non può certo corrispondere”, scrive Cannone), così come c’è sofferenza nell’antieroe brancatiano che in Il bell’Antonio nasconde nell’impostura il disonore dell’impotenza. Eppure – ed è quanto attrae maggiormente la curiosità dell’autrice – l’impostura può anche essere una circostanza esaltante. L’impostore teme lo smascheramento ma, tutt’altro che vile, ha il coraggio di mantenere una posizione (e una postura) instabile. Le sue azioni riguardano il desiderio e lo stupore. È il caso di Zelig, l’uomo camaleonte del film di Woody Allen, che nel desiderio di molteplicità scopre quanto può essere semplice incarnarsi nella morfologia fisica e comportamentale degli altri. Pura famelica esplorazione del mondo e delle sue possibilità è poi la storia di Frank Abagnale Jr. (dalla cui vicenda Spielberg ha ricavato Prova a prendermi); le sue poliedriche imposture sono aggressive, bellicose: agonistiche. Non il rimedio più o meno raffinato a un guasto della rappresentazione di sé ma una specie di attitudine, persino un piacere, una passione: la felicità amara di essere – finché si può – qualcun altro.

Alla fine del suo libro Cannone connette il sentimento d’impostura a un nucleo ontologico. Sottratto alle contingenze, l’assioma «io so che tu non sai che io (in realtà e mio malgrado) sono un altro», e dunque la domanda «che ci faccio qui?», esplode in tutte le sue implicazioni. Essere impostori non è il caso eccezionale di alcuni: rendersi conto di esserlo, semmai, è una forma di lucidità disponibile a ognuno di noi. Ciò che paradossalmente ci affratella.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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