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Tutto il nostro sangue di Sara Taylor: un estratto

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Pubblichiamo un estratto da Tutto il nostro sangue, romanzo d’esordio di Sara Taylor edito da minimum fax. La traduzione è di Nicola Manuppelli. Vi segnaliamo che l’autrice è in Italia per presentare il libro: oggi, venerdì 14, alle 20 è alla libreria Marco Polo di Venezia e nei prossimi giorni sarà a Vigevano, Lecco, Milano e Roma. Qui tutte le tappe del tour.

di Sara Taylor
traduzione di Nicola Manuppelli

1995
Esercitazioni di tiro

Quando la notizia dell’omicidio si sparge, sono da Matthew’s a comprare colli di pollo per andare a pescare granchi con la mia sorellina Renee. Non abbiamo granché da mangiare a casa, ma siamo riuscite a racimolare un dollaro e sessantatré centesimi in monetine, e abbiamo deciso che il modo migliore per riempirci la pancia con una somma del genere è pescare granchi che sono gratis. Di solito la nostra esca sono le croste di pancetta, ma questa volta le abbiamo già mangiate.

Sono accovacciata a guardare le confezioni di cupcake su uno degli scaffali più in basso, quando una donna mi scavalca per arrivare alla cassa. Il negozio è piccolo, gli scaffali sono uno attaccato all’altro. Quando mamma ci portava con sé a fare la spesa, Renee e io facevamo a gara per vedere chi arrivasse con meno saltelli dalla porta d’ingresso al bancone sudicio della carne sul lato opposto; la mia media era sette. La donna è grassa, ha un girovita che sembra più lungo dell’equatore; i suoi passi sono pesanti e le trema tutto il corpo; per qualche istante mi terrorizza l’idea che possa inciampare e precipitarmi addosso. Fa cadere una dozzina di scatolette di carne di maiale e fagioli sul nastro della cassa e tira fuori i buoni pasto; poi si setaccia con le mani il davanti della camicetta rossa, stretta attorno al corpo, ed estrae dal reggiseno un biglietto da dieci accartocciato, chiedendo un pacchetto di sigarette al mentolo.

«Sentito cos’è successo a Cabel Bloxom?», chiede alla cassiera. La cassiera fa segno di no.
«L’hanno trovato sprofondato fino alla vita nel fango del Muttonhunk Creek. Un proiettile gli ha fatto esplodere la faccia e l’acqua l’ha gonfiato tutto. La sua ragazza per identificarlo è stata costretta a guardargli il tatuaggio sulla schiena».
Le sopracciglia della cassiera si sollevano e gli occhi si spalancano.

Continuo a rovistare fra le confezioni di cupcake. La cassiera mi vede, ma a quanto pare questo non impedisce alle due donne di continuare a parlare; il fatto che io abbia tredici anni non attira verso di me più attenzioni di quando ne avevo dodici. I colli di pollo iniziano a gocciolare sangue e trasudare unto attraverso la carta di giornale in cui sono avvolti, sporcandomi la gamba.

«Sanno chi è stato?», chiede la cassiera mentre afferra la banconota floscia e apre la vetrinetta in cui sono custodite le sigarette.
«Non ancora. La polizia dice che hanno usato un fucile a canna liscia di quelli per la caccia al cinghiale. Ma non sono riusciti a trovare le cartucce».
«Bella scoperta… tutti da queste parti possiedono uno di quei fucili», risponde la cassiera. Ha ragione. Anche noi ne abbiamo uno sistemato accanto alla calibro 22, vicino alla porta della veranda, caso mai un cervo si presentasse in cortile.

«E non ho ancora detto tutto». La signora si china per sussurrarle qualcosa da più vicino, ma il volume non è granché differente da quando parla ad alta voce.
«Glielo hanno tagliato via!»
«Oh, immagino non ne avesse più bisogno».
Il viso della cassiera è acceso come un albero di Natale mentre infila nei sacchetti le lattine di fagioli e carne di maiale. Non succede molto di cui valga la pena parlare sulle Shore. La donna raggiunge l’uscita, dondolando coi sacchetti in mano; mi tiro su dallo scaffale dei cupcake e lascio cadere il mio pacchetto fradicio sul nastro della cassa.
«Ci stavi ascoltando, Chloe?», mi chiede la cassiera mentre fa passare i colli e li infila in un sacchetto per alimenti di plastica riciclata che viene dal Food Lion lungo l’autostrada.

Matthew’s è il negozio di alimentari più vicino a casa; si trova di fianco a un furgoncino che vende taco là dove una stradina laterale sterrata forma una t con la Route 13, a metà strada tra il paesino di Parksley e la strada rialzata per Chincoteague Island. È anche il negozio di alimentari più economico che posso raggiungere. Così tutti i cassieri conoscono il mio nome, anche se io faccio un po’ di fatica coi loro.
«Non ho potuto farne a meno», rispondo.
«Mi spiace, ma quel figlio di puttana se lo meritava. Probabilmente il papà o il marito di qualche ragazza ha deciso di averne abbastanza».
Annuisco mentre conto gli spiccioli che mi vengono dati di resto, poi prendo dalle mani della signora la borsa di plastica.

Percorro un tratto di strada sterrata trascinandomi dietro la bici prima di tirare fuori il sacchetto di cupcake al cioccolato che ho nascosto nella gamba dei pantaloncini. Sembra di mangiare segatura, la glassa di vaniglia è come uno strato di lardo, ma è sempre meglio di niente. Ci sono due cupcake nel pacchetto; infilo il secondo in tasca per Renee e comincio a pedalare per i cinque chilometri che mi separano da casa. Non è un brutto percorso, se eviti i cani. Vicino a Matthew’s ci sono case a un piano solo e roulotte – tenute ferme da blocchi di cemento – con le finestre rotte e i tetti ricoperti di muschio; i fabbricati sul retro potrebbero essere capanni per gli attrezzi o laboratori per produrre metanfetamine, impossibile stabilirlo fino a che non ne salta uno per aria. Nel punto in cui le case terminano, però, la strada curva attraverso i campi di grano e non ci si deve più preoccupare granché di incontrare altre persone.

La strada, se la si percorre tutta, conduce a un torrente e una banchina con uno scivolo in cemento per le imbarcazioni; io però devio prima, una volta giunta alla casa colonica, un’enorme abitazione con le colonne davanti dove vivono i nostri padroni di casa, i Lumsden. I bambini a scuola dicono che i Lumsden praticano la magia nera e sono in grado di evocare uragani, prosciugare il cielo o far piovere polli, tutte cose a cui non credo, ma in ogni caso preferisco non sostare mai più di tanto dalle parti di casa loro. Lilly Lumsden è di due anni più grande di me, ed è carina, ma la sorella più grande, Sally, ha già l’aspetto di una strega; a volte la incontro sul molo o nei boschi, intenta a fissare il cielo, quasi come se stesse ascoltando qualcosa che solo lei può sentire.

Mi fermo, coltivando per un attimo l’idea di mangiarmi anche il secondo cupcake; Renee non può sentirsi privata di qualcosa che non sapeva nemmeno che stessi per darle, e in più ho fame. Ma dopo un attimo rimetto i piedi sui pedali e proseguo, lungo la strada ricoperta di gusci di ostriche che incrocia il sentiero sterrato di fronte al casale, attraversando il campo di patate e correndo lungo il margine del bosco fino al piccolo molo su un lato silenzioso del torrente, troppo poco profondo per le imbarcazioni, là dove i Lumsden immergono le loro gabbiette per intrappolare i granchi.

La nostra casa emerge attraverso la foschia dovuta all’afa, simile a una tartaruga nella sabbia, una piccola gobba marrone che spunta da una macchia di sempreverdi e pochi acri di patate. Alcuni anni ci piantano il mais, altri i semi di soia, ma perlopiù il campo viene coltivato a patate. Il manto verde sbiadito di queste ultime si perde nell’orizzonte alla sinistra della strada ricoperta da gusci, mentre rovi e boschi si fanno sempre più fitti e scuri alla destra, e i gusci bitorzoluti e bianchi delle ostriche continuano a coprire gran parte del tragitto di fronte a me, quasi fino a casa, facendo sobbalzare, vibrare e sollevare polvere alla bici. Le zanzare mi sciamano intorno senza rumore, lasciandomi punture quadridimensionali.

Sono completamente ricoperta di pomfi quando il tratto con le conchiglie finisce e mi tocca scendere di sella per trascinare la bicicletta sull’erba, attorno ai sempreverdi e ai gelsi, fino al portico chiuso del piano di sotto. Il nostro gatto, Mickle, sbuca dai cespugli e si sfrega contro le mie gambe mentre porto la bici all’interno attraverso uno dei grandi buchi nel frangivento della veranda. Lo accarezzo un po’ prima di entrare in casa.

È una piccola costruzione, casa nostra, con una stanza al piano terra e due camere al piano superiore e una veranda per ogni camera; stando a ciò che dicono compagnia telefonica, società elettrica e fisco, questa casa non esiste. Renee è nella camera da letto che condividiamo al piano terra. Le dò il cupcake. A piccoli morsi lo sbriciola e ne mangia un pezzo alla volta, mentre mi segue su per le scale. La polvere che mi si è accumulata sulla pelle è spessa, e lascia macchie di terra sullo straccio per i piatti che uso per ripulirmi. Renee rimane due passi indietro, mentre frugo nella credenza della cucina cercando la scatola delle cartucce e poi afferro la calibro 22 da sopra la finestra: è più facile da maneggiare rispetto al fucile, e le munizioni costano meno. Mi segue titubante fino al portico al piano di sopra.

«Pensavo che saremmo andate a pescare granchi quando tornavi», mi dice, con la voce impastata e i denti davanti neri di cupcake. Lascia sbattere la porta squarciata della zanzariera dietro di sé.
«È quello che faremo», dico, appoggiando la scatola delle cartucce al parapetto. «Fammi solo esercitare un po’ al tiro al bersaglio. Sono nervosa».
Infilo cinque cartucce come fa papà, tenendo la base piatta contro il pollice e la punta contro l’indice, prendendole a una a una e inserendole nel caricatore; mentre scivolano all’interno fanno un rumore metallico.
«Cosa succede?», mi chiede Renee, e si arrampica per sedersi sulla ringhiera del portico. Le ho detto di non farlo, che non ci vuole nulla a perdere l’equilibrio e cadere all’indietro, ma non mi vuol dare retta. Non le piace sedersi sull’unica panca scheggiata che abbiamo, e a parte questa e il secchio per la pioggia, la veranda è vuota. Non ci sono zanzare quassù, solo una brezza piacevole.

Dietro Renee, la palude si estende coi propri colori, argento e grigio e un luminoso verde lime, venata di insenature che riflettono l’azzurro del cielo, fino alla distante macchia d’oro della barriera delle isole e a quella bianca dei cavalloni all’orizzonte. Alla destra di Renee, invece, un’altra palude e la strada a forma di guscio di tartaruga che porta fin giù al molo, con scorci dei tetti o delle finestre delle roulotte sull’altro lato del torrente, davanti alle quali sono passata tornando a casa, e che lampeggiano fra le foglie se ci si sforza di guardare un po’ meglio.

«Indovina chi si è fatto sparare?» Rispondo alla domanda con un’altra domanda, e carico il colpo.
«Chi?»
«Cabel Bloxom».
Il prato è un grosso, incolto rettangolo di erbe palustri, mollicce e zuppe d’acqua in alcuni punti, tagliate corte e ricoperte di spazzatura. Miro a una confezione rosa di Kleenex vicino all’angolo sinistro, poi punto un piede sulla parte più bassa della ringhiera, in modo che possa appoggiare il gomito sul ginocchio sollevato.
«Stai scherzando», dice.
Libero il respiro che ho trattenuto, e premo il grilletto. Piccole zolle di terriccio si sollevano. Alto e a sinistra. La cartuccia calda fuoriesce alla mia destra, si inarca di qualche centimetro sopra le ginocchia di Renee, poi atterra e rotola fino a cadere attraverso le assi scheggiate del pavimento e colpire il portico al piano terra con un leggero rumore metallico.
«Nessuno scherzo. Qualcuno gli ha sparato in mezzo alla faccia. Scendi da qui o finirai col bruciarti con le pallottole». Decido di non dirle la parte riguardante l’evirazione. Premo il grilletto. Alto e a sinistra, ma più vicino.
«Ma se è morto, perché ci dovremmo preoccupare?» Salta giù dalla ringhiera per sedersi sulla panchina dietro di me, fuori dalla traiettoria dei bossoli, appoggiando i talloni sul bordo del sedile e sollevando le ginocchia in modo da non toccare le schegge con le gambe nude.
«C’è sempre qualcuno di cui preoccuparsi. Qualcuno che sa che siamo qui da sole, tanto per cominciare». Questa volta colpisco la scatola, facendola saltare. La prendo anche coi due colpi successivi, sebbene non siano centrati.

Le Shore sono piatte come un uovo fritto; in una giornata limpida dalla nostra veranda al piano di sopra sembra di vedere nel domani, e di solito è quasi possibile scorgere, in lontananza, la macchia scura che corrisponde a Chinco­teague Island, a nord-est. Siamo una delle tre isole, al largo della costa della Virginia e appena a sud del Maryland, immerse nell’Oceano Atlantico come gocce cadute in un dipinto. Smorziamo la violenza degli uragani, produciamo così tanto cibo che parecchio finisce per marcire prima ancora di essere raccolto, perché c’è troppo da mangiare e da scegliere; ma la gente dice che il governo nemmeno si ricorda che siamo qui, che si dimenticano di noi quando disegnano le mappe.

Accomack Island, l’isola più grande, è la più vicina alla terraferma; il suo perimetro ai lati si unisce a quello delle barriere di sabbia che cambiano forma e dimensione a ogni tempesta che passa; una strada la attraversa nel mezzo con ponti che la collegano alla terraferma alle estremità sud e nord, e piccoli borghi sparsi in tutta la lunghezza; è questa l’isola su cui viviamo. Poi c’è Chincoteague Island, al largo della costa nord est di Accomack. È molto più piccola e squadrata, non grossa come una città, ma più grande di un paese, dove la maggior parte delle persone coi soldi, gente che non è nata qui, ma che è arrivata qui dalla terraferma, ha la propria residenza estiva; in inverno è il luogo più abbandonato del mondo. Assateague Island è l’isola più a est, dove un tempo c’era un villaggio, ma dove nessuno vive più da quando è diventata un parco nazionale. È lunga e sottile e ha una spiaggia di sabbia dove si può nuotare e vedere i pony selvatici. Tutte e tre le isole insieme formano le Shore.

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