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Tutto il tempo che serve per leggere “Le benevole” di Littell

Sabato 12 e domenica 13, per il Romaeuropa Festival, andrà in scena al Teatro Eliseo a Roma “Die Wohlgesinnten” dello Schauspielhaus Wien e di Antonio Latella, un lavoro ispirato al romanzo di Jonathan Littell “Le benevole”. Per quest’occasione è stato pubblicato nella rivista del Teatro di Roma il seguente testo. L’intero pdf della rivista è scaricabile qui.

di Christian Raimo

Le benevole raccontano la storia finzionale di Maximilien Aue, un ufficiale delle SS, intellettuale, melomane, omosessuale, convinto nazionalsocialista, che negli anni della Seconda Guerra Mondiale viene mandato a sterminare ebrei in Ucraina, partecipa alla battaglia di Stalingrado, si occupa dei campi di concentramento, riesce a sfuggire molte volte alla morte e a reinserirsi nella vita civile per raccontarcela in prima persona questa storia, cominciandola con una spietata invocazione al lettore: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. Questa è la microsinossi e questo è l’incipit magnetico che vi fa chiedere se vale la pena dedicare almeno 40 ore della vostra vita a leggere Le benevole di Jonathan Littell. Non è una domanda pleonastica. Perché la fatica di spendere 40 ore minime riservandole alle mille fittissime pagine di questo romanzo denso, respingente, clinico, claustrofobico, non sarà – come si dice spesso parlando bene dei libri – ripagata. Si tratterà invece di uno sforzo di dedizione assoluta, cognitivamente sfiancante, per un tempo ponderoso che sarà sottratto dalla vostra vita, e che forse genererà in voi un meccanismo che vi richiederà ancora altro tempo – per informarvi su come Littell si sia documentato, per confrontare il testo con le fonti storiche. Per questo quando ho finito di leggere Le benevole e ho letto le recensioni, le articolatissime discussioni tra chi ne ha parlato – questo romanzo che è stato un libro best-seller in Francia, un flop attaccatissimo in America, un caso critico in Italia – ho pensato chissà quanti fra questi l’hanno veramente letto tutto, questo libro sfibrante, esorbitante, esigentissimo. O chissà se qualcuno di loro – come me – arrivato alle quasi cinquanta pagine centrali (quando Maximilien Aue viene chiamato a collaborare con Adolf Eichmann, l’uomo della Banalità del male, per migliorare l’efficienza dei campi di lavoro di Auschwitz e Birkenau) che Littell dedica alle discussioni della burocrazia militare, ha avuto un conato di insofferenza per la noia atrocemente insopportabile di quelle conversazioni e ha gridato internamente: “Basta, sparategli uno a uno, come all’inizio, come in Ucraina”, rispecchiandosi per un secondo con Aue, raggelandosi, per poi magari leggere sotto una specie di ipnosi invece quelle righe in cui Littell prova a decifrare il sadismo dello sterminio: “Lo haeftling è un essere inferiore, non è nemmeno umano, quindi è del tutto legittimo picchiarlo. Ma non è solo questo: dopotutto, nemmeno gli animali sono umani, ma nessuna delle nostre guardie tratterebbe un animale come tratta gli haeftlinge. La propaganda svolge effettivamente un certo ruolo, ma in modo più complesso. Solo giunto alla conclusione che la guardia delle SS non diventa violenta o sadica perché pensa che il detenuto non sia un essere umano; anzi, la sua rabbia aumenta e si trasforma in sadismo quando si accorge che il detenuto, lungi dall’essere una creatura inferiore come gli hanno insegnato, dopotutto è proprio un uomo, come lui in fondo, ed è questa resistenza, vede, che la guardia trova insopportabile, questa persistenza muta dell’altro, e quindi la guardia lo picchia per tentare di far scomparire la loro comune umanità”.
Con questo romanzo, tanto impeccabile da un punto di vista documentale e formale da sembrare delirante, questo scrittore americano di origine ebrea naturalizzato francese fa quello che nessuno prima aveva tentato in modo così megalomaniaco, e spregiudicato: percorrere per intero l’ambizione di scrivere il libro definitivo sul Novecento – “il secolo lunghissimo” si potrebbe dire alla luce di questo tomo – tentando di inglobare in una scrittura paradossalmente ottocentesca o primonovecentesca i traumi del secolo appena passato: i genocidi, le atrocità della guerra, il conflitto tra le nazioni, quello tra le classi, e l’ideologia che produce violenza in ogni sua forma. E poi – ambizione ancora più titanica – ha voluto trascinare il lettore in un processo di fascinazione per la disumanizzazione.
Il risultato è un romanzo che funziona come una sequenza di macchie di Rorschach: illumina non tanto quella “zona grigia” che Primo Levi indicava nei Sommersi e i salvati – lo spazio controverso tra carnefici e vittime della Storia – ma le nostre differenti zone grigie. Ogni lettore che ha a che fare con Le benevole si trova catapultato in una terra rischiosissima, assimilato a un altro essere umano che è quanto di intellettualmente, emotivamente, esperienzialmente più distante da sé può immaginare. E per questo le reazioni al libro si rivelano opposte: chi ne resta avviluppato, chi lo giudica il libro più importante degli ultimi anni, chi lo detesta, chi lo liquida. “È virtuosisticamente mimetico: una elaborazione incredibile di un decennio di documentazione”. “È artificiosissimo, derivativo: le descrizioni sono una copia dei filmati d’epoca”. “È un libro che ha l’enorme pregio di rompere con la teologia dell’unicità teologica dell’Olocausto e di secolarizzare la Storia, parlando di quella violenza di Stato che ancora oggi tenta di risolvere i conflitti attraverso le stragi di massa”. “La vera natura dell’ufficiale delle Ss di Littell non è nazista e la sua perversione è un modo per mascherare, nascondere e confondere una lotta tra identità interiori differenti ispirata probabilmente a quella del suo autore”. Quest’ultimo giudizio, insultante, per esempio è di Yehoshua.
Ma se è forse un po’ vero quello che dice Blanchot (autore amatissimo da Max Aue stesso) che scrivere significa essere in relazione con ciò di cui non ci si può ricordare, Le benevole ha anche due grandi meriti che si potrebbero chiamare politici. Primo, ci mette in guardia contro la neutralizzazione dell’orrore, avvisandoci che si avvicina l’epoca nella quale persino un evento assoluto come la Shoah potrebbe finire fra i fatti storici come gli altri, invitandoci ora, subito a problematizzare questo imminente cambio di paradigma. E poi. E poi lancia una meravigliosa crociata contro la religione dell’identità: nessun critico che ho letto si è soffermato a sufficienza su una lunga sezione in cui Max Aue in una sorta di dialogo platonico discute con il professore di linguistica Voss cercando di venire a capo delle differenze culturali tra le varie popolazioni dell’Ucraina, scivolando via via che la conversazione va avanti nell’impossibilità di definire cos’è un ebreo, cosa un cosacco, cosa un russo, cosa un tedesco. Fosse anche solo per questo, conviene concedere a Littell quelle 40 ore. In un romanzo che ci mostra un’istologia dell’Assurdo, alla fine ci regala anche l’immagine di una speranza pentecostale.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
13 Commenti a “Tutto il tempo che serve per leggere “Le benevole” di Littell”
  1. jacopo scrive:

    La recensione è scrupolosa e serissima ma non mi ha dato alcuna voglia di leggere questo libro: se devo stare a quanto qui esposto (e se l’ho capito bene), ci sono le stesse cose che si possono trovare in “Conversazioni con il boia” di Moczarski, solo dette peggio.

  2. Lorenzo scrive:

    Grazie mille per questo testo, bello e stimolante.
    Mi pare che, nel discutere le possibili chiavi di lettura de “Le benevole” di Littell, si prenda poco in considerazione “Il secco e l’umido”, che ha scritto mentre conduceva le sue ricerche storiche per il romanzo così ben introdotto da questo articolo. Pubblicandolo, Littell pare quasi aver voluto fornire una chiave di lettura che appare effettivamente centrale: quella del corpo, degli stati corporali e delle dimensioni più concretamente sensoriali, materiche e somatiche, per così dire, della sua narrazione e del suo affresco storico (fra l’altro, lo stesso tema emerge chiaramente anche in “Tryptique Bacon”, uno studio in tre parti sull’arte di Francis Bacon, ancora inedito in Italia). Certo, a concentrarsi troppo su questa dimensione e a tralasciare le altre ci si perderebbe molto, ma “Il secco e l’umido” continua a sembrarmi una sorta di manuale d’istruzioni de “Le benevole” troppo poco consultato.

  3. Giorgio scrive:

    Grazie per questo articolo, ha rafforzato in me l’intenzione di leggere il libro e conoscere meglio questo autore, visto che perderò, purtroppo, lo spettacolo di Latella.
    Rappresenta un capitolo troppo importante della nostra storia. Accolgo anche il consiglio di Lorenzo, magari comincio da “Il secco e l’umido”.

  4. giorgio scrive:

    Articolo molto condivisibile, spettacolo decisamente non all’altezza del romanzo, ma mettere in scena Le benevole mi pare impossibile.

  5. Gianni scrive:

    Mi sembra un ottima recensione. Questa volta il magma che per me è “Le benevole” è risalito a galla dopo che ieri sera sono capitato a guardare in Tv “Generation war” che, pur con limiti evidenti, mi pare abbia meriti che anche una recente intervista ad Agnese Heller, in un ottica generale, riconosce alla Germania e alla sua sofferta, come ci credo, presa di distanza sostanziale dagli anni terribili. E così ho cercato su Google se mai ci fossero novità sul romanzo e ho trovato questa recensione che mi sembra la migliore che conosca.
    Ho prestato il libro e non l’ho richiesto indietro. Sono contento di non averlo in casa.
    Saluti.

  6. gianfranco scrive:

    Lo sto leggendo e mi pare un gran libro. Non a caso, è diventato un testo di riferimento per chi si interroga seriamente sulla natura del male (cfr Zygmunt Bauman). Non è neppure un caso che non sia piaciuto negli Usa. Per guardarsi nello specchio e vedersi come si è davvero, dietro la maschera del “destino manifesto”, occorrono umiltà e onestà intellettuale. Quanto alla Germania attuale, mah!

  7. Sergio scrive:

    Ho iniziato alcuni libri poderosi che pero’poi ho tralasciato..questo l’ho letto fino in fondo come a cercare ogni volta la soluzione di un mistero così misterioso che non so quale sia..

  8. Sandra scrive:

    Lo sto rileggendo, impegnandomi faticosamente ad affrontare il problema antico del male, nella sua veste contemporanea più inspiegabile che mai (“Lo spirito del male” Zaltazman, “Forme del male” AAVV,” La violenza dell’interpretazione” Aulagnier) , una lettura – da storica e filosofa – sempre più problematica e avvincente, ma dolorosa e infinitamente “aperta”. Un libro che andrebbe non solo letto, ma riletto più e più volte se solo ne fossimo capaci. Una grande opera, al livello dei grandi capolavori al top…. ( e dire che hanno dato il Nobel ad un cantante. La giuria del Nobel ho definitivamente capito che non legge niente, fa una fatica immane di fronte al testo scritto e preferisce ballate brevi al suon di chitarra)

  9. cristina scrive:

    In genere non mi fido dei premi letterari ma per una volta ho ceduto alle sirene dei cugini francesi che lo insignirono del premio Goncourt, se ben ricordo. Sarà che gli esseri umani amano essere confermati nei loro pregiudizi, ad ogni modo l’acquisto, fatto all’epoca del libro appena uscito in italiano, mi è servito come richiamo della vaccinazione: mai più un libro premiato senza la dovuta stagionaura.
    La domanda che mi sono posta allora: mi è stato utile per apprendere qualcosa di nuovo sulla banalità o unicità del male? No. Personalmente l’ho trovato solo falso, tronfio e furbescamente osceno.

  10. werner besson scrive:

    Littel è di gran lunga il più grande romanziere vivente. E, nell’intera storia della letteratura, per quanto concerne la narrativa, è inferiore solo a Dostoevskij, Tolstoj e Proust. Chi non capisce questo, è un povero idiota. Punto.

  11. Alessio scrive:

    Ho appena letto Le benevole. Subito dopo ho letto Europe Central. Ci sono modi diversi di parlare dello stesso fatto, anche di quel fatto. Contro la banalizzazione Littell sceglie una strada più ottocentesca, narrativamente, Vollmann invece scombina. Entrambi indispongono. Entrambi sono accurati come non mai. Non c’entra il gusto. Un romanzo storico di letteratura (Escludendo i Massimi e I Manfredi, per capirsi), quale che sia il modo di presentarci, di esserci (e in Italia penso a M e a Mio padre, la rivoluzione, per fare un’analogia semplice e immediata), deve mettere il lettore all’angolo, confinarlo all’esasperazione, alla necessità del metodo, al dettaglio. Il resto sono chiacchiere. Bellissime le pagine di Littell quando Aue (l’incestuoso Aue) in fuga da se stesso resta qualche settimana in quella casa nei boschi ubriacandosi di vini francesi, sognando la sorella e mostrando il lato psicotico di sé stesso e della guerra nella sua interezza.

  12. Roberto scrive:

    A parer mio un ottimo commento; ho letto il libro una prima volta appena uscito in Italia e poi l’ho riletto un paio di anni dopo e lo rileggerò a breve.
    A differenza di tanti a me ha colpito più di ogni cosa ( forse perchè gli altri fatti son già ben conosciuti ) proprio la conversazione con il prof. Voss relativa alle varie popolazioni ed etnie che l’esercito tedesco incontrava avanzando in Crimea e nel Caucaso in generale. A me pare che quelle pagine descrivano meglio di tanti testi la metodologia pseudoscientifica con cui i nazisti pretendevano di distinguere le popolazioni da preservare da quelle da schiavizzare o da distruggere.

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