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Tutto il tempo è il tempo

Prosegue la rubrica a cura di Luca Romano in cui si parla di libri che abbiano almeno tre mesi di vita. In questo caso, l’approfondimento de “I vivi e i morti” (minimum fax) di Andrea Gentile è l’occasione per raccontare l’approccio al tempo in letteratura secondo altri due autori.

*

Nel 1907, alcuni anni prima della pubblicazione de À la recherche du temps perdu di Proust, in Francia venne pubblicato un testo di Bergson che forse aprì la questione della percezione del tempo nel ‘900, Bergson infatti ne l’evoluzione creatrice scrisse:

“Se voglio prepararmi un bicchiere d’acqua zuccherata, per quanto possa darmi da fare devo aspettare che lo zucchero si sciolga. È un piccolo fatto ricco di insegnamenti. Il tempo che devo aspettare non è più infatti il tempo matematico che può applicarsi a tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se si dispiegasse simultaneamente nello spazio. È un tempo che coincide con la mia impazienza, cioè con una certa porzione di quella che è la mia durata e che non può allungarsi o contrarsi a piacere. Non è più qualcosa di pensato, ma è qualcosa di vissuto. Non è più una relazione, ma è qualcosa di assoluto. “

Con queste parole, e in maniera più ampia e dettagliata con i suoi studi, Bergson pose un problema che prima ancora che in filosofia o negli studi scientifici, venne recepito dalla letteratura. Cosa succede, dunque, se il tempo condiviso non coincide con il tempo percepito?

L’esempio più famoso è sicuramente quello di Proust, ma nel corso del ‘900, sino ad oggi, questa ricerca sul tempo non si è ancora esaurita generando innumerevoli testi dei quali è impossibile tener conto, ma si può seguire una traccia minima per mostrare come ancora oggi la questione sia dirimente e in che modo viene affrontata.

Un passaggio necessario da fare è sicuramente Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut scrisse:

“Benvenuto a bordo, signor Pilgrim” disse l’altoparlante. “Domande?”
Billy si passò la lingua sulle labbra, rifletté un momento e infine chiese: “Perché proprio io?”
“Questa è una tipica domanda da terrestre, signor Pilgrim. Perché proprio lei? Perché proprio noi, allora? Perché qualsiasi cosa? Perché questo momento semplicemente è. Ha mai visto degni insetti sepolti nell’ambra?”
“Sì.” Effettivamente, Billy in ufficio aveva un fermacarte formato da un blocco di ambra levigata con tre coccinelle incastonate.
“Be’, eccoci qua, signor Pilgrim, incastonati nell’ambra di questo momento. Non c’è nessun perché.”
[…]
“Come… come ho fatto ad arrivare qui?”
“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle montagne rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”
“Lei ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

Qui Vonnegut prova a costruire un’altra possibilità di tempo, che è un tempo lineare nel quale gli eventi sono così come sono e il problema del libero arbitrio non viene nemmeno posto, semplicemente perché “tutto il tempo è tutto il tempo”. Vonnegut prova, in questo modo, a disinnescare la possibilità che le cose siano ingiustificate, se niente si autodetermina non succede nemmeno che qualcosa avvenga per caso. Quello che è, è in quel determinato modo: e si può scorrere avanti e indietro nel tempo, anche prima e dopo la propria morte, come se alla fine la morte fosse solo una tappa di un percorso di entrata in questo tempo incastonato e statico. Tuttavia Vonnegut non esaurisce la questione, ci sono delle crepe percettive per l’uomo in tutto questo, che lo portano a confrontarsi con la responsabilità delle proprie azioni.

Un altro passaggio interessante sulla questione del tempo lo porta Tahar Ben Jelloun che nel 2001 ne Il libro del buio, racconta la storia di un colpo di stato in Marocco, finito male, per il quale i ribelli vengono imprigionati in celle sotterranee senza la luce per 18 anni. In questo contesto Ben Jelloun porta una visione del tempo, lì dove non c’è più alternanza di giorno e notte. Come si misura il tempo in una prigione sotterranea sempre buia?

“Karim portava il numero 15. Era un tizio grassottello, originario di El Hajeb. […] Era uno che parlava poco, sorrideva ancora meno, ma aveva un’unica ossessione: il tempo. Poteva dire l’ora esatta al minuto, di giorno come di notte. Era quindi indicato per essere il nostro calendario, il nostro orologio, il legame con la vita lasciata dietro di noi o sopra le nostre teste. Se iniziava una conversazione con uno di noi, temeva di perdere il filo del tempo. […] Come se qualcuno avesse premuto un pulsante, l’orologio parlante si metteva in moto: – Siamo nel 1975, è il 14 maggio, sono esattamente le 9 e 36 minuti del mattino.
Proposi ai compagni di non disturbarlo più inutilmente: ci avrebbe detto l’ora tre volte al giorno, giusto perché potessimo orientarci mentalmente nel buco nero e avere l’illusione di poter controllare il tempo.”

Lì dove Bergson ha posto la questione della scissione tra tempo esteriore e tempo interiore, Ben Jelloun utilizza la letteratura per trasferire il tempo esteriore all’interno del tempo interiore. Questa trasposizione però implica nel personaggio creato un appiattimento solo sulla condizione della temporalità, perché Karim smette di parlare con le persone, smette qualsiasi attività, si estranea da sé in funzione di una ritmicità temporale da portare avanti. In questo caso il tempo viene percepito a patto di non esser vissuto.

I due esempi di Vonnegut e di Ben Jelloun, tra i tanti possibili, offrono due chiavi di lettura sul rapporto tra letteratura e tempo. Ovviamente non sono gli unici esempi, però sono estremamente importanti per mostrare la percezione del tempo lineare, come esterno al soggetto che lo esperiesce, e la percezione del tempo lineare interna al soggetto. Cosa succede, invece, se la ciclicità del tempo viene vissuta? C’è una coincidenza del tempo stesso, tra passato, presente e futuro?

In questo senso il libro di Andrea Gentile, I vivi e i morti, mostra una ricerca sulla temporalità che di rado di si è fatta in questi anni in Italia, scrive Andrea Gentile:

“Così la voce parlò.
Non era la prima volta.
Non era l’ultima volta.
Questo sarà il tempo che fu. La nube di polvere cosmica e il ferro e il nichel formarono il nuovo pianeta, poi stratificatosi, nucleo ferroso.”

O ancora:

“Fuori c’era scritto: Professore.
Bussarono. Nessuno aprì.
Bussarono. Aprì un uomo.
«Professore! Che bello rivederla. Sono il giudice Govone. Mi permetta di presentarle i miei sodali».
«Qui non c’è nessun Professore».
«Professore, non si ricorda di me?»
«Certo, lei è il giudice Govone. Quante avventure insieme».
«E allora, Professore? Lei vuole dirmi di non essere il professore».
«Lo fui».
«Ma lei è qui, davanti a noi».
«Non vede che non ci sono? Non vede che sono morto?»”

In entrambi i passaggi si evidenzia questa temporalità non lineare che va a incidere, ovviamente, sulla percezione del tempo dei protagonisti degli eventi raccontati. All’interno de I vivi e i morti si intrecciano le storie di Italia, piccola bambina costretta a uccidere il padre e  quella di Assuntina, bambina dispersa sulle cui tracce si metteranno i genitori e non solo. Il tutto avviene all’interno del paesino di Masserie di Cristo, luogo inventato in un generico sud. Ovviamente all’interno del libro numerosi personaggi si uniscono alle vicende principali, la narrazione procede come un fiume al quale numerosi affluenti giungono sino a modificarne il corso e la forza. Tuttavia c’è un meccanismo innescato da Andrea Gentile che va scardinare tutto: il tempo nel quale avvengono le vicende.

E d’improvviso il passato e il presente, i vivi e i morti, tutto coincide in una presenza costante, il fiume, con il suo scorrere e la sua forza, sembra diventare un lago immenso dalle dimensioni di una goccia d’acqua. Gentile immagina un tempo che si estende, altrimenti sarebbe impossibile la narrazione stessa, ma che nel momento in cui si estende si ritrae contemporaneamente.
In questo modo la temporalità salta e non si presenta né come puramente lineare, né tantomeno come circolare. Cosa ci sta raccontando quindi Andrea Gentile?

Bisogna fare un passo indietro e tornare alle prime pagine del romanzo per capire cosa avviene, che tipo di movimento ci può aiutare a comprendere, scrive Gentile:

“Fare arte è togliere di scena. Il senso del mondo non sta certo nel mondo. Sta fuori dal mondo. proprio come il ragno secerne il filo della ragnatela facendo uscire da se stesso e riassorbendolo in se stesso, così la mente proietta il mondo da sé e di nuovo lo dissolve in se stessa. Impossibilitare gli dei. Il tempo non ha nessun senso.”

Attraverso queste parole Gentile sembra avvertire il lettore che il passaggio attraverso il libro è quasi come un uscire da se stessi per rientrare in se stessi, ma in questo passaggio, nell’atto stesso di fare arte, il tempo non ha senso, e quindi: in che modo si può raccontare il tempo se non modificandolo e plasmandolo a seconda di quello che bisogna raccontare?
Ecco che ancora una volta la letteratura recepisce l’indagine filosofica e la rende ai lettori in forma di finzione. La questione della temporalità contemporanea viene raccontata, fuori contesto, attraverso queste sovrapposizioni di piani, queste coincidenze temporali tra la vita e la morte, tra il prima e il dopo. Esattamente come sta avvenendo da un po’ di anni all’interno dei dibattiti filosofici attraverso quella che alcuni definiscono iperstoria e che ha l’obiettivo di creare categorie attraverso le quali comprendere l’accelerazione del tempo all’interno della quale stiamo vivendo. Accelerazione dovuta ai social, a internet, alle intelligenze artificiali, alla capacità di calcolo dei processori, e a tutte le invenzioni che insieme stanno cambiando il modo di vivere e percepire il tempo.

Luca Romano è nato nel 1985 a Bari dove insegna filosofia ai bambini. Scrive di letteratura e filosofia per Huffington Post Italia, Finzioni Magazine e Logoi.ph.
Commenti
Un commento a “Tutto il tempo è il tempo”
  1. gino rago scrive:

    Omaggio in versi a Luca Romano per la delicatezza con cui si misura con il tema dei temi della Letteratura, e della poesia, in particolare: il tempo. Al punto che si può affermare:”dimmi che tempo usi e ti dirò che poesia puoi fare…” (Virgilio ne sa qualcosa con il tempo rettilineo dell’Eneide da contrapporre a quello circolare caro ai Greci…)

    Gino Rago
    Quadridimensionalismo

    “La madeleine*. Il selciato sconnesso.
    Il tintinnio di una posata.

    Le chiavi di casa perdute in un prato.
    Diventano in noi la resurrezione del passato?

    Fanno riapparire il tempo nello spazio?
    […]
    Il passato si ripete nella materia grazie alla memoria.
    Il tempo perduto esce dalle profondità delle quattro dimensioni.

    Perché l’uomo è spaziotempo,
    al profondo, nel lungo e nel largo

    soltanto l’uomo lega ciò che è stato,
    il tempo perduto, il tempo passato.

    Gli infiniti punti dello spazio e gli infiniti istanti del tempo
    possono vibrare insieme solo nella Memoria.

    E il presente è la scheggia di tempo che ricorda il passato.
    La morte qui non c’entra.”

    [*La madeleine è il dolce di Marcel Proust]

    gino rago

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