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La tv dopo Louie

Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.

Mentre la primavera sbocciava nella drama, il settore comedy viveva ancora la pace dei sensi data dal Grande Muro Dei Due Generi, e al massimo ci si arrovellava con le solite distinzioni tra comicità “alta” e “bassa”. Se da una parte il The Office inglese e successi come Curb Your Enthusiasm hanno alzato l’asticella qualitativa di parecchie tacche, dall’altra è mancato un prodotto shock in grado di far tremare le fondamenta dell’incerto duopolio drama-comedy, rivelandone l’inadeguatezza. Per tutti questi anni non sono mancati spettacoli di qualità: anzi, gioielli come East Bound and DownParks and RecreationCommunity (specie la terza incredibile stagione) hanno reso gli ultimi anni indimenticabili. È mancato però all’appello il momento-Gesù Cristo, in grado di fissare un prima e un dopo. Forse per la natura insita della comicità – che è fatta di rimandi, modelli, parodie e richiami spesso criptici ad altri autori e opere (per ulteriori informazioni citofonare Luttazzi) – le sit com hanno sempre seguito sentieri preesistenti. L’unica eccezione, Seinfeld, risale a decenni fa ed è a sua volta diventato modello, format.

Ma vediamo alcuni di questi filoni comici: tra i più comuni nella scrittura comica “alta”, c’è quello del mockumentary, in cui i protagonisti sanno di essere ripresi da una troupe e parlano in camera (The Office e praticamente tutto Ricky Gervais, Curb Your EnthusiasmParks and Rec); il modello post-Seinfeld in cui la sit com tradizionale è rivista con humour più sofisticato; e un altro filone seinfeldiano: quello che racconta in prima persona la vita di un comico. E qui si parla in realtà di un’intersezione di format, che tocca Seinfeld, per l’appunto, Curb Your Enthusiasm e arriva a Louie.

Louie è infatti la storia di un comico, Louis C.K., divorziato con due bambine. Proprio come in Seinfeld, i suoi episodi vengono intervallati da spezzoni di stand up che spesso seguono il tema portante della puntata. (Da notare che la vita da comico di strada e i relativi spezzoni live si sono diradati col procedere della storia, per scomparire nella terza stagione dopo l’episodio “Miami”). Si potrebbe quindi concludere che anche lo show di C.K., per quanto atipico, sia ascrivibile alla tradizione iniziata dal capolavoro di  Jerry Seinfeld e Larry David. Però non è così semplice: Louie è un affare dalla forma troppo strana, inedita, per calzare a pennello nello scatolone della comedy e lì riposare per sempre. Per esempio, se mi domandaste (è un’opinione personale ma penso piuttosto diffusa) perché guardo e amo la serie di C.K., non me la sentirei di rispondere: “Perché fa ridere”. Louie non fa ridere. E non è nemmeno una sit com. Della sit com ha solo la durata delle puntata (circa 20 minuti). Nient’altro. E non perché gioca a fare l’anti-sit com: no, sarebbe troppo facile, già fatto (anche dallo stesso Louis C.K., con Lucky Louie).

La spiegazione è più profonda e porta il prodotto a galleggiare nel vuoto che dovrebbe esserci al di fuori degli universi drama e comedy (vuoto che ovviamente non è tale e aspetta solo di essere esplorato). Alcuni momenti della serie sono tragici, profondi e in molti casi toccano le corde del drama con una classe che non ha molto da invidiare a un gioiello come Mad Men. E ciò nonostante, riesce a mantenersi irreale: nella finzione, per esempio, il protagonista ha un fratello nella prima stagione che scompare nella seconda per far posto a un paio di sorelle che durano appena una scena per poi sparire per sempre; ha anche una madre, che è stata portata in scena da due attrici diverse (una di queste aveva coperto anche il ruolo di un suo flirt qualche puntata prima, senza per questo costringerci a tirare fuori tutto Freud). Irreale e folle. E, allo stesso tempo, reale (e se a questo punto state dicendo: “D’accordo, però deciditi!”, è proprio questo il punto: non lo si può fare). Reale perché i macrotemi sono quelli dei grandi classici e della vita di tutti i giorni – l’amore, l’amicizia, l’ambizione, il lavoro ecc. E perché a parlare sono sempre esseri umani piuttosto credibili, solo inzuppati in un contesto ironico, tra il nonsense, la risata verde, il grottesco e la pura follia inquietante.

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Redattore di Studio, 25 anni, non sa scriversi una bio decente.
Commenti
5 Commenti a “La tv dopo Louie”
  1. Federico scrive:

    Grazie a Pietro Minto per aver scritto questo articolo. Sono d’accordo su molto di quello che dice, anche se alcune tesi sono un po’ tese all’estremo. Le sfumature di Louie, correttamente sottolineate lungo tutta l’argomentazione, vanno ancora al di là di quanto descritto, forse per questo alcune delle sfuggentissime caratteristiche della serie sono (in parte inevitabilmente, anche per ragione di spazio argomentativo, piegate all’economia del discorso).

    L’equilibrio che c’è nelle puntate di Louie tra tradizione delle serie “comedy” e altro è stupefacente, così come i fili rossi che legano (mischiando al tempo stesso le carte) Louie alle sit-com classiche. Ad esempio (nel proseguo dell’articolo, nella parte leggibile solo su Rivista Studio) si allude al fatto che:

    “Mancano completamente i grandi classici della sit com: il giro d’amici fisso”

    quando invece il “giro d’amici fisso” c’è, ed è quello costituito dai comici che si fanno il pokerino settimanale, una scena che troviamo (se non mi sbaglio) nella prima puntata della prima stagione e che ritroveremo, almeno una volta, in ciascuna stagione successiva (in uno di questi pokerini tra comici “veri” in una puntata c’è un bellissimo cameo di Sarah Silverman, lo segnalo perché una delle cose meravigliose di Louie è questa mescolanza — va bene impossibile ma continuamente proposta — tra fiction e no fiction). Da una parte ci sono, come detto, gli intercambiabili fratelli, sorelle, madri, la ex-moglie inspiegabilmente afroamericana le cui figlie sono bionde ecc., e da un’altra, a sorpresa, viene rispettato e riproposto il cliché del giro di amici.

    Anche l’assottigliarsi degli inserti di stand-up comedy all’interno delle puntate è secondo me occasionale. Louis C.K. fa come gli pare. Ad un certo punto si è preso più libertà dal punto di vista della scrittura televisiva e ha costruito alcune (bellissime) puntate come quella in Afghanistan, o come la tripla puntata “Late Show”, però la mia sensazione è che nella quarta stagione torneranno gli inserti sul palco, e come torneranno spariranno nuovamente. Perché quella all’inizio è stata la cornice che giustificava il progetto della serie, e ora potrebbe capovolgersi e diventare un “semplice” elemento concreto della vita del personaggio Louie, il suo lavoro, e in quanto tale parte (almeno ogni tanto) delle puntate. Perché questa serie televisiva, che ha un che di egomaniaco e che ruota placidamente intorno alla vita del suo fenomenale creatore e protagonista, si pone proprio questo scopo, secondo me: non vuole far altro che mettere in scena la vita Louis C.K. O, visto che questo è impossibile, un’immagine della stessa.

    L’idea che mi sono fatto è che lui l’abbia proposta come serie divertente (da lì alcune scenette classicamente comiche e gli inserti sul palco) ma avesse in mente sin da subito e molto chiaramente che il suo scopo era quello di raccontare in modo umano, a tratti sorprendentemente profondo, la vita di un uomo (che poi era lui) all’interno di questo strano contenitore comico.

    La cosa che mi piace di più di questa serie è che tantissime volte, mi succede almeno una volta a puntata, ti stupisce. Louie ti porta in alcune situazioni dove considerato il format televisivo, la tua educazione di spettatore, le trame abituali e tutta una serie di attese epidermiche ti aspetti che succeda qualcosa e PUNTUALMENTE NE SUCCEDE UN’ALTRA. È bellissimo questo gioco del gatto col topo. Ed è molto ricercato, ed è molto umano. Sono d’accordo che una serie concepita in questo modo può scavare un tunnel tra drama e comedy, e lo può fare perché trovo che sia intelligente e sincera, non perché Louis C.K. si è messo in testa di scavare questa galleria o gettare questo ponte, no, lo fa perché il suo tentativo era mettere in scena quanto più fedelmente possibile la sua vita, e seguendo e tradendo le solite regole degli standard tv ha finito per restituirci un prodotto “vero”, umano, ricco di sfumature inaspettate e che di fatto è uno stupendo e innovativo ibrido televisivo.

    Sarà difficile seguirne l’esempio, però, proprio perché Louie brilla e funziona perché è incollata al sentire di chi l’ha scritta. Almeno secondo me.

  2. pietro minto scrive:

    Grazie Federico,

    se vuoi saperne di più sulla genesi e sullo sviluppo di “Louie”, ti consiglio (se non l’hai già visto) questa intervista a Louis C.K. sull’argomento. È in più parti ma ne vale la pena.

    La prima parte la trovi qui: http://www.youtube.com/watch?v=9dfl1v3573w

  3. fafner scrive:

    Non per guastare le feste, ma Louie C. K. non è Bill Hicks. Lo show sa dosare momenti di comicità facile e momenti piuttosto grotteschi e lugubri. Ma si mantiene saldamente all’interno dei confini del prodotto mainstream: da questo punto di vista rappresenta un giusto mezzo, che difatti incontra il gusto della maggioranza. Ma anche tra le pitch black comedy fatte per una platea grande, basta guardare la versione statunitense di Shameless per capire che si può essere ben più coraggiosi di così.
    Come mi capita spesso di pensare, se hai visto Happiness di Todd Solondz poi non torni più a vedere American Beauty: che è precisamente la stessa storia in versione addomesticata e più ricca di successi.

  4. Federico scrive:

    Io li ho visti forse tutti gli spettacoli di Bill Hicks, e sono d’accordo, Louis C.K. non è Bill Hicks, nel senso che Bill Hicks era meglio, e non c’è ancora stato nessuno come lui. Ma un conto sono i monologhi stand-up da teatro (a un certo punto non erano certo più locali) e un altro una serie tv.

  5. gutzon borglum scrive:

    Considero “Louie” una sitcom un po’ fighetta. Non a caso piace anche alla Soncini. Preferisco di gran lunga il retrogusto adulto di “Black Mirror” di Charlie Brooker.

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