PEOPLE_IN_THE_SUN

Uccidi la tua famiglia, diventa uno scrittore

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Edward Hopper, People in the Sun.)

Nel suo ultimo libro, How literature saved my life (Knopf 2013), non ancora uscito in Italia, David Shields sintetizza in una frase una grande verità della scrittura: È difficile scrivere un libro, è molto difficile scrivere un buon libro, ed è impossibile scrivere un buon libro se ti preoccupi di come le persone a te vicine lo giudicheranno.

Sul New York Times, la scrittrice e giornalista Susan Shapiro – che nella sua biografia si definisce autrice di tre memoir che la sua famiglia odia – dice di dare agli studenti dei suoi corsi di scrittura questo semplice quanto diabolico consiglio: Avrete trovato la vostra voce quando scriverete un pezzo che la vostra famiglia odierà. Se volete avere successo con genitori e fratelli, provate con i libri di ricette.

Sareste teoricamente disponibili ad accettare una buona recensione su un quotidiano a grande tiratura in cambio di una burrascosa interruzione dei rapporti con vostra madre? Se la risposta è sì, siete sulla strada giusta, la letteratura, fiction o non fiction che sia, è per i rapporti famigliari un campo minato in cui ogni scrittore che si rispetti non solo conosce la posizione delle mine, ma trova inevitabile farle esplodere.

La delicata questione può essere considerata da due punti di vista: 1) per lo scrittore la propria famiglia è, in quanto a profili psicologici e dinamiche umane, il materiale più ricco e meglio conosciuto che ha disposizione, ma 2) non bisogna sottovalutare il potenziale vendicativo del testo letterario; scrivere può anche significare, e lo dimostrano alcuni capolavori, regolare i conti con il proprio passato.

La Lettera al padre di Franz Kafka è, in questo senso, una lampante dimostrazione di come un’intera poetica si possa articolare intorno a un tentativo di vendetta. A trentasei anni il grande scrittore praghese compone un drammatico ritratto del genitore e dei suoi abusi psicologici stilando una lista di lontani aneddoti a cui si è tentati di ricondurre tutta la sua produzione letteraria, e arrivando infine a individuare l’origine della sua vocazione proprio in quel rapporto per lui così doloroso: Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata.

Ne sa qualcosa anche Lucie Ceccaldi, madre dello scrittore più famoso della Francia contemporanea, a cui spesso si aggiungono gli aggettivi: controverso, cinico, rancoroso, sessualmente morboso, che non equivalgono a buone notizie per chi è stato, o avrebbe dovuto essere, responsabile della sua costruzione emotiva. Nelle Particelle elementari, Michel Houellebecq, la prende di peso con il suo vero nome, Ceccaldi, e le fa interpretare il “ruolo” della madre hippie che abbandona il proprio figlio ai nonni, ubriaca di illusioni libertarie, affamata di sesso. La terribile coincidenza è che Houellebecq fu esattamente affidato ai nonni da piccolissimo e che i suoi genitori furono esattamente due giramondo imbevuti di edonismo sessantottino.

Si scopre così che tutta la critica asprissima alla generazione dei baby boomers, uno dei temi centrali dei primi libri dello scrittore francese, mascherata abilmente nello stile del personaggio, un nichilista prodigo di considerazioni storico-sociali, mette radici nel risentimento personale, in una tristissima sindrome da abbandono. Ma la storia non finisce qui. Nel 2008 Lucie Ceccaldi dà alle stampe un memoir intitolato con eloquenza L’Innocente con cui si propone di dire la sua verità e rilascia interviste in giro nelle quali dichiara di essere disposta a perdonare suo figlio solo nel caso in cui decidesse di presentarsi in una piazza brandendo Le particelle elementari e autoaccusandosi come bugiardo e impostore. La lite letteraria finisce per assumere connotati vertiginosi perché non solo è curioso che l’autore di un romanzo venga accusato di essere un mentitore, ma anche perché se suo figlio non fosse diventato Houellebecq, Lucie Ceccaldi non avrebbe mai pubblicato un libro.

D’altra parte, per quanto strano possa sembrare,  il suo non è l’unico caso di “genitore d’arte”. Henry James e William Yeats, erano figli di due padri parecchio simili: artisti falliti e borghesi inconcludenti, con John Butler Yeats che, dopo il successo letterario del figlio, arrivò addirittura a implorarlo di raccomandare i suoi testi teatrali. Le due vicende sono raccontate nel bellissimo libro di Colm Tóibίn New Ways to Kill Your Mother: Writers and Their Families (Penguin 2012), uno spaccato ricchissimo di fatti e documentazioni sulle famiglie di alcuni importanti scrittori dell’Otto-Novecento, che scoperchia un covo di dolori, frustrazioni, condizionamenti.

Il limite estremo della morbosità famigliare si tocca nel capitolo dedicato alla famiglia Mann, condensato di distorsioni sessuali, mancanza di amore, ambiguità storiche. Klaus, secondogenito di Thomas, è la figura tragica, quasi più letteraria che reale, che ne incarna le storture. Ragazzo prodigio e di ambizioni smisurate – al punto che il padre gli autografò con ironia sprezzante una copia della Montagna incantata, scrivendo Al mio rispettato collega, il suo promettente padre – sessualmente incerto, ma legato più che fraternamente a sua sorella Erika, tossicodipendente e anti-nazista più vibrante del suo prudente e celebre congiunto, visse fino al suicidio una vita alla continua ricerca dell’approvazione paterna, anche attraverso una frustrante competizione letteraria.

Nel 1936 pubblicò Mephisto, in cui la figura di un personaggio che decide di non esporsi politicamente per non rovinare il suo successo artistico è, secondo Tóibίn, ispirata precisamente da suo padre. Che, d’altra parte sembra rispondergli in Carlotta a Weimar, descrivendo così il personaggio di August, figlio di Goethe: Essere figli di un grand’uomo è una grossa fortuna, un considerevole vantaggio. Ma, d’altra parte, anche un fardello opprimente, una umiliazione permanente del proprio ego.

Si dà il caso poi, ed è un caso non meno doloroso per una famiglia, di una vita segreta rivelata post-mortem da un lascito letterario. Sempre nel libro di Tóibίn  si può leggere della vicenda legata ai Diari di John Cheever, recentemente pubblicati da Feltrinelli, che svelarono un’omosessualità tenuta a lungo nascosta tra le mura di casa. Mary Cheever, la moglie dello scrittore della suburbia americana, decise di non leggerli, giustificando così la sua scelta: “Non posso leggerli, non è la mia vita. Si tratta di lui. È tutto dentro di lui”. Ed è proprio la consapevolezza di questo scarto tra realtà esterna e vita interiore, identificato con disperata lucidità dalla moglie di Cheever, che potrebbe alleviare i dolori delle vittime del fuoco amico, o parentale, della letteratura.

Cristiano de Majo è editor di Studio. Ha scritto per la Repubblica, IL, Internazionale. È autore di quattro libri, l’ultimo s’intitola Guarigione.
Commenti
12 Commenti a “Uccidi la tua famiglia, diventa uno scrittore”
  1. Simone Nebbia scrive:

    Beh, un disagio è sempre fratello di un’opportunità a questo punto… anche Houellebecq non avrebbe mai scritto un libro di tale successo senza l’odio represso verso le scelte di sua madre… Prendi Leopardi: senza la clausura imposta dal padre avrebbe visto prima un po’ di mondo, avuto un’infanzia forse (!) felice, ma non avrebbe assorbito i classici o provato tanta angoscia al punto di diventare quel poeta. Così, per dire che poi ogni evento dell’esistenza tira in direzioni anche opposte ma genera, in fondo, l’unico equilibrio possibile.
    E comunque l’articolo mi lascia indeciso: se inizio a pubblicare libri l’infanzia difficile dovrei inventarmela e litigare immotivatamente con una famiglia felice, viceversa se una famiglia me la faccio io inizio a godermi la vita passando sul cadavere dei miei figli, facile che diventino importanti scrittori e senza il minimo sforzo per trovare editori oggi mi metto comodamente a pubblicare da vecchio… ed entrerei di diritto in questo saggio sulla “letteratura parassitaria” :)

  2. scrive:

    Complimenti per questo interessante tema. Al di là della letteratura, resta una questione aperta su come separarsi dall’ingombro di certi ambienti famigliari.
    grazie

  3. Or_not_to_be scrive:

    A volte mi viene da pensare che se fossimo felici e non avessimo un dolore a tormentarci non potremmo scrivere alcunchè di buono. Il testo comico pure scaturisce spesso da un malessere interiore. La scrittura come rifugio, come sfogo? Più che altro come reazione inevitabile, giacché sono più le frustrazioni che le gioie anche perché offendere qualcuno con un personaggio è davvero facile.

  4. Luciano Pagano scrive:

    Se poi oltre a odiarla riuscite anche a eliminarla fisicamente, scontare la galera e pentirvi, quando uscite, vi pubblicano.

  5. marco m scrive:

    il pezzo è molto bello e offre molti spunti. ad esempio sto pensando a tutti quegli scrittori più o meno giovani e contemporanei che figli non possono averne – date le condizioni socioprofessionali in cui versano – o che addirittura fanno della condizione di eterni adolescenti (o eterni giovani) (dunque senza figli) una sorta di poetica.
    cioè sto pensando a tutti questi scrittori cui potrebbe mancare quel passaggio fondamentale nella vita di ognuno che è il fare figli.
    quanto ai padri, il padre da uccidere per ogni scrittore, di qualsiasi epoca, è probabilmente la storia della letteratura stessa, no?

  6. mario schiavone scrive:

    Tutto vero. Pezzo molto interessante. Penso alle parole di uno scrittore italiano, bravo e saggio, quando anni fa mi disse: “Con il mio libro su Napoli si sono offesi tanti parenti e amici. E’ accaduto di tutto. Cosa davvero triste. Però quel libro mi ha fatto capire che potevo davvero essere uno scrittore.”
    Al tempo stesso mi viene in mente che quando scriviamo non facciamo mai un favore ad amici e parenti. Di recente ho scritto della mia terra, senza parlare direttamente di amici e parenti. Qualcuno si è offeso. Ma tanti, davvero tanti, hanno apprezzato la sincerità. E’ dura dire quello che pensi dei tuoi cari, quando il rapporto con loro è delicato e “pericoloso” come un serpente di fiume che abbocca al tuo amo quando vuoi stare in pace a pescare pesci. Ecco,forse è così, scrivere di familiari è come Cercare di pescare pesci di fiume evitando altre creature (affascinanti) ma pericolose: non sai mai quello che ti rimarrà nel cuore e nel secchio alla fine della giornata.

  7. Gloria Gaetano scrive:

    E’ un articolo su cui si dovrebbe riflettere molto e prendere spunti per un saggio sul Romanzo. Il titolo può disorientare , perchè ,a una lettura superficiale, sembra che basti uccidere le figure genitoriali per pubblicare liberamente un romanzo. La lettura va fatta,invece, a 3 livelli: Il primo è psicoanalitico-lacaniano. Il secondo, letterario , sulla particolarità del genere ‘romanzo’ in Italia e negli altri paesi. Il terzo è la differenza di struttura sociale tra ‘800-900 e 2000, cioè la famiglia patriarcale, ancora forte nell’800, più debole , ma con notevoli residui di autorità patriarcale nel 900, infine la famiglia allargata nell’ultimo decennio.
    Per quanto riguarda il primo punto: non è detto che una persona molto equilibrata e che ha fatto i conti con la figura del padre o della madre, sia la più creativa e adatta a scrivere grandi romanzi, senza quel rapporto conflittuale con una figura genitoriale. Infatti , Kafka non avrebbe scritto i suoi bellissimi racconti e romanzi senza la presenza costante e ossessiva del pater. E Roth, ormai vecchio, solo nell’ultimo suo libro si concilia con la figura paterna..
    Inoltre bisogna dire che in Italia non esiste un genere ‘romanzo’, della forza e complessità del resto dell’Europa. Non si è mai sviluppato per assenza di una classe egemone culturalmente e laica, forse per la presenza della Chiesa e per la debolezza del processo di unificazione culturale e politica(Ginsborg). Questa tesi è sostenuta da Umberto Eco, e non solo, che volle dare una prova di un romanzo storico, di suspence con’ Il nome della rosa’.
    La riforma protestante ha agevolato senza dubbio, il processo di diffusione delle lingue nazionali e della lettura della Bibbia che è una Grande storia, in cui la figura del Padre, con il suo Logos, cioè Legge e Parola dominava, controllava le vite dei Patriarchi e del popolo.

  8. Librini scrive:

    Americani. Sempre pronti a dare consigli esagerati pur di attirare l’attenzione. Anche e soprattutto nei corsi di scrittura creativa.

  9. Gloria Gaetano scrive:

    “La famiglia è l’inganno sociale più duro e crudele che l’uomo si sia costruito a consolazione e riparo: un intrigo di esistenze che convive in un’unica direzione opposta e contraria alle forze di cui dispone. La violenza più cruda da amare e odiare con le viscere del dolore. Il teatro crudele del nascere e morire”.
    Con queste parole concludo per il momento. Ma non basta liberarsi della famiglia e uccidere o rimuovere la figura paterna, e, in questi ultimi tempi la figura materne nel suo ruolo predominante, per creare un buon romanziere, o un narratore di vasto respiro. I corsi di scrittura danno vita a scrittori minori e mediocri.La formazione culturale , psicologica e l’educazione alla polis potrà dar vita a un romanzo attuale e a lettori forti.

    Poi il discorso andrebbe allargato alle scrittrici, che solo da 150 anni sono comparse sulla scena letteraria e artistica.
    Ma, per quanto riguarda la figura del padre, Recalcati pensa che oggi si debba parlare di Telemaco., che è figura completamente diversa da Edipo e Narciso., e che nell’Ulisse di Joyce è Stephen Dedalus, colto e problematico, quanto Ulisse è disponibile alla compulsività e all’autocompiacimento
    Mi fermo qui, perchè l’articolo offre molti spunti , tali da permettere di esaminare i romanzi internazionali e i loro personaggi principali..

  10. Gloria Gaetano scrive:

    Aggiungo un epos su Telemaco di D.Ventre, bellissimo. Telemaco, altra figura da Ulisse, giovane maturo, adulto.
    Sperano forse che il mare risponda o che il fulmine parli:
    sembrano ormai più ragazzi di me, ma ragazzi invecchiati
    persi in un sogno di vuote parole e di troppe rinunce,
    fra ninnananne usurate a cui mai, mai niente risponde:
    Itaca è bassa sul mare e l’aquila non la conosce
    e non si scomoda certo per noi dal suo picco di monte:
    l’isola è arida, adatta alle capre, il sole la succhia
    e non la bagna la pioggia: il cielo è lo stesso di sempre
    con il suo azzurro feroce, che abbaglia e però non è luce.
    Dentro la piazza ha parlato anche ieri il vecchio indovino,
    quel sacerdote: ripete d’aver ascoltato gli uccelli:
    l’hanno annunciato (diceva) che ritorneranno i soldati
    e torneranno anche i padri. Mia madre ha ingoiato il suo lutto,
    e i pretendenti, anche loro parlavano: dicono sempre
    che non si trova un futuro a seguire fiabe di voli,
    padri non servono più: noi vedremo il nostro futuro.
    Ci crederesti davvero che abbia anche a loro parlato
    non si sa più quale dio, se ne sono tanto sicuri.
    Ma nel frattempo nessuno ritorna e del resto sul mare
    anche le navi per noia non tornano, restano a riva:
    sull’orizzonte lontano a volte una nave ci passa
    e la guardiamo passare e però è la nave d’un altro:
    solo di rado si ferma fra noi, ma non porta che fiabe,
    quelle che ascolta mia madre incredula, pronta a fidarsi,
    quando non guarda anche lei verso il mare, sull’orizzonte,
    dove i fantasmi dei padri si perdono senza ricordo.
    Solo una volta fra noi è arrivato un vecchio, un amico
    che ricordava mio padre, e so che a sentirlo parlare
    non mi sarei mai stancato e l’avrei davvero voluto
    che rimanesse fra noi e mi ripetesse ogni giorno
    quella leggenda del padre, e le sue avventure infinite
    e la canzone dell’onda e il tuono e le scie delle navi.
    Dopo quel giorno anche io per me l’ho richiesta, una nave,
    nell’assemblea, laggiù in piazza, e volevo andare e cercare
    e ricordare mio padre e trovare ancora la forza:
    i pretendenti, cortesi, sorrisero: certo non era
    tempo di navi e avventure, non più. Giurerei che non sono
    meno ragazzi di me, per l’età: ragazzi invecchiati
    senza più sogni e con false parole e fin troppa certezza,
    quella che fra i privilegi si accumula. Quanto alla nave,
    molte ne ho viste passare, da allora, al lontano orizzonte
    dove fantasmi e promesse si perdono senza ricordo.

    Ringrazio Cristian, proprio perchè le sue acute riflessioni e la sua cultura letteraria potrebbero stimolare confronti, analisi, approfondimenti sull’argomento. Mi sembra che, di questi tempi, sia uno stimolo di non scarso rilievo

  11. Wif scrive:

    Forse si semplifica troppo : causa – effetto” Ovviamente tutto è molto, molto più complicato e la famiglia patriarcale , forse, non fa la parte del leone nella letteratura. ogni ambiente influisce sulla psiche di chi vi cresce. Lapalissiano. Un romanzo magnifico di Joi Carol Oates,per es., di molti anni fa, ha narrato dando parole , impensabili , alla vita di una bambina americana, sballottata dentro la miseria umana e sociale in cui venne al mondo.. E’ ispirato a Marilyn Monroe e si chiama BLONDE. Sfida ogni psicologismo e fa miracoli.
    Un recente , magnifico romanzo , che racchiude 4 parti ed è ora pubblicato da Neri Pozza , con grande merito,è LA FAMIGLIA MELROSE , di Edward St Aubyn. L’autobiografia dell’aristocratico Aubyn , è divenuta un romanzo di grande respiro letterario contemporaneo eccezionale e magnifico. i protagonisti principali di questa grande storia sono tutti gli snobismi più ottusi e crudeli, tutti gli stereotipi di imbecillità malvagia di chi non sa e non vuole neppure immaginare che l’acqua in cui tutta l’umanità, compreso ogni ego ipertrofico, è immersa è la stessa. (per citare il buon Foster Wallace.

  12. vast scrive:

    l’abbandono della famiglia per seguire la vocazione è un tipico tema evangelico-cristiano. Sulla Divinità che ordina di abbandonare la propria umanità per seguirlo (pensiamo anche ad Abramo e Isacco…) avrei molti dubbi, soprattutto per come il tema è stato ripreso con esiti infelici da parte di epigoni politici.
    Sulla necessità di soffrire per produrre opere d’arte? Be’ è la vecchia storia dell’ostrica e la perla. Ma non tutte le ostriche malate producono perle, molte muoiono o producono sgorbi… forse meglio essere sani.

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