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Quando la fotografia diventa il racconto di una vita

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: una scena di Viaggio nella luna di Georges Mélies.)

Leggendo un libro ci si può ritrovare a individuare una sua somiglianza con oggetti fisici diversi. Alcuni somigliano a rastrelli, altri a grandi cassettiere, altri ancora a cucchiai. Scorgerne – o pretendere di scorgerne – struttura e funzione oggettuale può servire a comprenderne meglio il senso.

Ufficio proiezioni luminose di Matteo Terzaghi (Quodlibet) somiglia a una macchina fotografica. Non semplicemente perché attraverso una serie di frammenti riflessivi, spesso accompagnati da piccole immagini, la fotografia è la scaturigine della scrittura; soprattutto perché questo libro sembra una macchina fotografica a pozzetto, una di quelle scatole nerissime (a fronte del bianco prepotente della copertina) che avendo il mirino collocato in alto inducono il corpo a un movimento in avanti, a quel chinarsi del capo su qualcosa (o qualcuno) che è la postura dell’affetto e dell’attenzione.

In una delle sue prime riflessioni Terzaghi si sofferma proprio sull’attenzione notando che una frase di Paul Valéry – «Dopo un inizio di attenzione può subentrare un vuoto fisso – una specie di immobilità oculare e psichica, indefinita. È una specie di punto morto» – descrive ciò che accade quando si scatta una foto: alla concentrazione segue la stasi. La fotografia – di carta o elettronica – è il punto morto nel quale si scioglie la vita sensoriale e cognitiva che l’ha appena preceduta; un relitto, un obnubilamento, qualcosa che accade post hoc.

Del resto se la fotografia è istante in tensione, aprendosi e chiudendosi «come una forbice» il diaframma della macchina ritaglia lo spazio e reseca il tempo: «ritarda di alcuni minuti il distacco da un oggetto, un luogo o una persona con cui intratteniamo un certo legame affettivo ma che probabilmente non rivedremo più» (di una foto, dunque, dovremmo osservare – e temere – la dimensione minore: il taglio, la lama).

Nel libro di Terzaghi le fotografie sono, in senso joyciano, epifanie. Andare a ritirare le foto della propria bambina e trovarsi per errore tra le mani il volto di una donna anziana che indossa una mascherina innesca uno scompaginamento temporale, l’irruzione improvvisa della caducità senile nel tempo dei figli. Dalle foto di montagna si deduce invece che fotografare è doloroso. Giunto il vetta il nonno dell’autore aveva infatti bisogno di due scatti: il primo lo realizzava lui, per il secondo domandava a qualcuno di sostituirlo dietro il mirino in modo da prendere posto tra gli amici (così manifestando una tenerissima nostalgia dell’inclusione).

Tra immagini di Hugo Ball in maschera cubista al Cabaret Voltaire, pulcini sperimentali, l’intuizione che le foto della morte di Clay Ragazzoni e di Robert Walser sono una il negativo dell’altra e la scoperta del “vero” finale dell’Avventura di un fotografo di Calvino, il libro di Terzaghi chiarisce due cose: la fotografia – l’insieme delle azioni concrete che la determinano – è un punto di vista sul mondo, un metodo per connettere percezione, tecnologia e pensiero (un chinarsi del capo affettuoso e attento); che ogni individuo è un proiettore naturale.

L’«ufficio» – da intendere sia come luogo sia come compito – «proiezioni luminose» siamo noi.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
4 Commenti a “Quando la fotografia diventa il racconto di una vita”
  1. saretta scrive:

    scusate l’OT ma ho pensato che questa segnalazione potrebbe interessare tanti qui sul blog… Ho scoperto qui
    http://www.thecanyons.it/ellis-in-hangout.html che BRET EASTON ELLIS risponderà in diretta oggi alle 18 ai fan italiani! io già in solluchero :-)

  2. beatrice scrive:

    Un mio amico appassionato di fotografia mi ha detto che si è iscritto ad un concorso fotografico su iFocus che per tema ha “la bellezza”e che ci sono anche molti premi interessanti. Io sono alle prime armi ma provo comunque, tentar non nuoce! Se siete interessati ecco dove andare http://i.focus.it/concorsi/2013-9-bellezza/default.aspx

  3. Simone Nebbia scrive:

    Ciao Giorgio,
    grazie di questo articolo breve e preciso che ho avidamente letto. E grazie al libro di Terzaghi che l’ha stimolato. La prossimità tra letteratura e fotografia, quindi compresa in quel segmento che possiamo chiamare vita e narrazione, mi è parsa sempre un’indagine mai conclusa e sempre densa di elementi da rimisurare. Sarà, chissà, come le distanze dagli oggetti da ritrarre, la temperatura dei luoghi che per miracolo si avverte nell’immagine, insomma sì: quel miracolo siamo in effetti noi, sempre che non procediamo con quella pratica infame di chiudere gli occhi, non farsi racconto ma farsi raccontare da immagini che non ci riguardano, continuare la narrazione della realtà che non mi convince, più ancora mi sembra il caso di riprendere l’indagine della verità che è altra cosa.
    Mi pare, in effetti sempre di più, che il vero problema sia l’immagine totalizzante che schiaccia e ammutolisce, arriva come già svolta e quindi senza bisogno della nostra considerazione. Ecco allora che i lembi attorno, la cornice di un’immagine, mi torna come spazio ignoto utile a comprendere lo spazio noto, la via di fuga per approdare all’immagine vera. Forse allora ci salva la fotografia frammentata, quella che non si erge a discorso ma resta elemento primario, le parole, perché una ad una permettano a noi di costruirne uno.

    Un caro saluto
    Simone

  4. arianna scrive:

    Anche io mi sono iscritta perchè ho visto che ci sono premi davvero interessanti in palio, addirittura una macchina Canon che per un’appassionata come me sarebbe il massimo. Incrocio le dita! http://i.focus.it/concorsi/premi/default.aspx

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