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Uguaglianza for dummies

Mentre Berlusconi nella sua maschera di lifting e biacca che gli riduce gli occhi a due fessure e lo fa assomigliare sempre di più a una parodia di un imperatore del terzo secolo dopo Cristo, a un trimalcione sessuomane, a un fratello vecchio di Lele Mora, a Jabba the Hutt di Star Wars, va alle feste dei giovani e dice: “Diffidate da coloro che non vi fanno ridere” (i leader di sinistra), raccontando una barzelletta su Hitler redivivo che ci lasciava gelidi già vent’anni fa, la prima volta che l’abbiamo sentita; mentre sul suo settimanale di famiglia Chi tra agosto e settembre, sono usciti due profili agiografici di Piersilvio e Marina, ossia di quelli che sembrano davvero (in nome di una dawkinsiana conservazione del gene egoista) i futuri candidati premier del Pdl, corredati da foto a petto nudo e – notare bene – un paio di schede del papirologo Aristide Malnati che così commentava le immagini dei corpi palestrati: “Selvaggia bellezza a cavallo di una tecnologica moto d’acqua tra le acque cristalline di Bermuda ricorda Galatea, la più bella fra le Nereidi, dalla pelle bianco latte” (Marina) e “Il suo fisico da atleta ricorda Achille, il famoso eroe greco, un semidio invidiato dagli umani e temuto dagli dei. A capo del popolo dei mirmidoni, si distinse per imprese epiche, che culminarono con il trionfo sul rivale Ettore a Troia” (Piersilvio); mentre all’interno del patto di sindacato del Corriere della Sera acquista sempre più potere il padrone di cliniche filo-berlusconiano Giuseppe Rotelli, e ogni tanto sulle pagine del Corsera si possono trovare interviste come quella a Marina Berlusconi del 10 settembre che si scaglia contro gli eroismi a tassametro (di Vito Mancuso) e rivendica un ruolo per sé da manager che sta salvando l’Italia; mentre insomma pare sempre di più che gli ultimi fuochi di questo reame di tycoon de’ noantri non saranno gli ultimi, cosa fa la sinistra? Scrive documenti.

Nelle ultime settimane (dopo la breve moda delle lettere) ne sono usciti un bel po’. Se ve li siete persi e avete un pomeriggio libero, potete rimettervi in pari e recuperarli in rete o in libreria: c’è il discorso finale di Bersani alla festa democratica, c’è il manifesto dei “giovani turchi” intitolato Tornare avanti, c’è il documento dei 75 della non-siamo-una-corrente di Veltroni, è appena uscito il libro di Sergio Chiamparino per Einaudi, La sfida; e ne seguiranno a breve degli altri, è abbastanza prevedibile.
L’aspetto comune più evidente a tutti e quattro (facciamo anche quattro e mezzo, se ci mettiamo il discorso di Fini a Mirabello, che per tempi e forme assomiglia molto a un proclama d’opposizione al governo) è proprio l’aver preso atto dell’oscurarsi ulteriore dei tempi bui, e quindi la convergenza delle analisi: il momento che stiamo vivendo, si dice e si scrive, non mostra solo i tratti di una crisi di maggioranza, ma lo stadio terminale dell’età berlusconiana. Ergo, in una specie di gara d’enfasi per descrivere l’apocalissi imminente, si cita ovunque come immagine simbolo del disgusto per questo impero in sfacelo il recente circo di Gheddafi, e si parla di crisi di sistema, di crisi conclamata, di crisi strategica, di crisi antropologica, di crisi arrivata a un punto di non ritorno…

In questo senso, ma quindi per fortuna, la discussione politica a sinistra sta provando a fare un salto di livello, pur con tutti i limiti delle capacità retoriche (il lirismo veltroniano, il partitismo bersaniano, il politichese dei giovani turchi… ). La progettazione politica non può riguardare solamente alleanze e emergenze parlamentari, ma deve darsi un orizzonte teorico e storico più ampio; questo lo si è capito. E allora un altro elemento di convergenza presente nelle analisi è proprio quello che evidentemente non può sfuggire allo sguardo di chiunque: l’Italia è un paese mortalmente diviso. Tra giovani e vecchi, Nord e Sud, poveri e ricchi, dipendenti pubblici e lavoratori autonomi, uomini e donne… Giustapposta all’unità centocinquantenaria che va festeggiata da qui all’anno venturo, la frantumazione sociale e civile non fa proprio una bella figura; e i richiami a un progetto comune, a un risveglio italiano, a una condivisione d’intenti, a una co-decisione, si sprecano.
Fatta la tara di queste convergenze forse un po’ generiche, va segnalata anche la non-ovvietà di certe posizioni. Il richiamo forte a una tradizione politica, per esempio, che si contrappone a quel gusto “nuovista”, da reset della storia, che aveva contaminato il Pd alla fondazione: non solo la Costituzione di Bersani, ma anche il dibattito politico degli anni ’70 per Chiamparino, o la Prima Repubblica per quelli di Tornare avanti. O l’attenzione magicamente risorta per la giustizia sociale, sempre un po’ adombrata a dire il vero dall’accento dato alla rivendicazione dei diritti civili, ma sufficiente per esempio, per fare pronunciare il sindaco di Torino (nel capitolo prima del peana a Marchionne…) in favore di una specie di reddito di cittadinanza. O anche l’insistenza per un recupero di una politica che sia anche critica economico-sociale piuttosto che semplice indignazione à la Grillo su questioni di sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo. Grumi di marxismo, per dire, sparsi qua e là, che fanno sottolineare ai giovani turchi, per esempio, come il centro della loro analisi politica parta da un dato inaggirabile: “Negli ultimi venti anni, in tutti i paesi occidentali, si è assistito a un gigantesco spostamento di ricchezza dai salari ai profitti. In Italia, i redditi da lavoro sono cresciuti del 4 per cento, i redditi da capitale del 44”.
Ci sarebbero dunque alcuni piccoli motivi di conforto; al di là del fastidio per i protagonismi alle volte patologici (non solo Veltroni tornato a gamba tesa, ma che dire anche di un Matteo Orfini che rilascia sul Fatto un’intervista in cui proclama di non aver mai perso le primarie: quali scusa?) e al di là dello sconcerto rispetto allo pseudo-stalinismo della segreteria Pd, per cui alle critiche di Renzi da parte dei dirigenti si risponda con dei questionari inviati per e-mail sul gradimento di Bersani. Comunque, ci sono questi piccoli segnali di incoraggiamento; perché forse sta cominciando a avvenire un confronto sulle diverse visioni della società che non è stato molto possibile ai tempi della fondazione del Lingotto e delle primarie Bersani vs Franceschini e Marino. E devono arrivare ancora i contributi più pesanti: quelli di Renzi e Civati e compagnia, che si incontreranno a Firenze il primo weekend di novembre, la campagna delle primarie che organizzerà in un modo o nell’altro Vendola, e forse – buttiamola là – anche la discesa in campo di un “papa straniero”, una personalità della società civile (Altrimenti perché Veltroni ne avrebbe evocato l’avvento se non aveva già un nome in mente da investire al momento giusto? Si tratta di Montezemolo? Si tratta allora di Roberto Saviano, con cui farà un’iniziativa a Pollica il 25 settembre, accompagnato anche da Fini?)
Questo cauto ottimismo però si spegne nel momento in cui si è finito di leggere tutte queste pagine. Ci si ferma un momento, si riflette su quello che ci ha convinto e quello che si potrebbe obiettare, e si prova alla fine un senso inequivocabile di insoddisfazione, una perplessità radicata. Che cos’è? A che cos’è dovuta? L’impressione è che la lucidità con cui si faccia diagnosi della crisi politica non sia altrettanto utile per la terapia. Detta in modo molto spiccio, a leggere le parole di Veltroni, Fioroni, Bersani, Orfini, Fassina, Orlando, Chiamparino… un po’ ci si annoia, ci si emoziona poco, sembra roba già rifritta, non riesce a scattare un’immedesimazione empatica. Ci si fa l’idea che nonostante i tentativi di cercare di andare oltre, di iniettare speranza, di richiamarsi a un risveglio italiano, a un “tornare avanti”, non si riesca a trovare il modo di scalfire quel senso comune per cui Berlusconi e Bossi incarnano perfettamente un ideale condiviso. Primum, ma anche secundum et tertium: se stessi. Pensare al proprio benessere, fregarsene se il mio collega sta male e non si può curare, il mio vicino di casa ha un lavoro pessimo o è disoccupato, il maestro di mio figlio è sfruttato da vent’anni anni da una scuola che non ha i fondi. E se non mi interessa quello che fa il mio prossimo, perché dovrei fregarmene di chi vive in un’altra regione d’Italia? Perché dovrei sentirmi affratellato ai destini comuni dell’umanità? Perché dovrei pensare al futuro delle prossime generazioni? Perché dovrei preoccuparmi di popoli che subiscono l’incubo della desertificazione o del riscaldamento globale?
Su questo la destra italiana, cinica, cafona, impudicamente razzista, egoista, “territoriale”, è tuttora vincente. E lo sarà per molto. Se non si riesce a comprendere che l’elemento essenziale che manca a un discorso di sinistra è un altro: è la dimensione utopica. Un’utopia che spezzi, rovesci, cancelli l’ideale reazionario di un mondo esclusivo in cui ci si possa fare con comodità e indifferenza i fatti propri. Paradossalmente il vegliardo barzellettiere e l’uomo del popolo vestito di verde ancora incantano gli italiani proponendo ad libitum le repliche della realtà immaginaria di due regni utopici (regni appunto, in cui la successione avviene come per le casate dinastiche: Marina, Piersilvio, e il Trota). Uno è il sogno della televisione, la Fantasilandia delle barche in Costa Smeralda e delle luci degli studi di Cologno Monzese, barzellette volgari e risate registrate a gò gò, un’atmosfera da Repubblica Sociale in fondo (vi ricordate Salò o le 120 giornate di Sodoma, in cui i gerarchi fascisti raccontavano compulsivamente barzellette e si sbellicavano dalle risate? E non avete presente quel gioco pervertito che protraevano fino alla morte: non vi ricorda il sadismo dei reality?); l’altro è quella terra da fantasy di quart’ordine che si chiama Padania, con le scuole costellate di simboli druidici, le tradizioni degli aneddoti del bergamasco che dovrebbero sostituire i programmi di storia, una popolazione di immigrati da considerare come casta di cittadini di riserva. Sono cieli fatti di specchietti per le allodole, fate morgane di serie c, in certi casi assomigliano a delle distopie post-apocalittiche, ai mondi nuovi huxleyani: ma i sogni di Berlusconi e Bossi conservano la capacità di affascinare, di muovere consenso, di persuadere ancora.
La dimensione che allora la sinistra dovrebbe recuperare è quella di un’utopia meno ingannevole e cheap, ma che si basi su due valori banalmente progressisti che sono invece dolorosamente latitanti in tutti questi documenti: l’uguaglianza e l’internazionalismo. Un’uguaglianza di tutti i cittadini, che non sia solamente parità dei diritti, maggiore accessibilità ai servizi, etc…, ma sia anche quel principio in nome del quale, per esempio, si può trovare rivoltante che Marchionne guadagni 400 volte di più di un dipendente Fiat. E un internazionalismo per cui, sempre per fare un esempio facile, si potrebbe cominciare a capire che le battaglie per la scuola o per il lavoro sono lotte di tipo globale, e lo sfruttamento di un operaio indonesiano mi riguarda sia quando compro un paio di sneakers a 10 euro sia quando delocalizzano lì la produzione della fabbrica in cui lavoro.
Il vero punto dolente allora è tutto qui: è che per riuscire a convincere qualcuno della realtà di un sogno occorre che prima io stesso ne sia ammaliato. Berlusconi e Bossi sono i testimonial più credibili del sogno bijou che mi stanno vendendo. I leader della sinistra dovrebbero cominciare a credere loro per primi che un mondo (un intero mondo) con più uguaglianza è, oltre che possibile e giusto, anche meraviglioso.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
3 Commenti a “Uguaglianza for dummies”
  1. As mad as hell scrive:

    Quanto sono d’accordo! Direi che nessuno riesce a essere credibile perché abbiamo lasciato che un certo pensiero colonizzare l’immaginario di tutti e ormai, come in un romanzo di Dick, tutti stiamo sognando lo stesso sogno. Mai come ora, leggendo il tuo pezzo, mi rendo conto della forza profetica di Palmer Eldrich che speiga la nostra realtà molto più di duecento saggi sulla casta

  2. As mad as hell scrive:

    Quanto sono d’accordo! Direi che nessuno riesce a essere credibile perché abbiamo lasciato che un certo pensiero colonizzasse l’immaginario di tutti e ormai, come in un romanzo di Dick, tutti stiamo sognando lo stesso sogno. Leggendo il tuo pezzo mi rendo conto della forza profetica di Palmer Eldrich, che spiega la nostra realtà molto più di duecento saggi sulla casta

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  1. […] da un post di Christian Raimo che tale Aristide Malnati (pare archeologo, insomma persona ben esperta di […]



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