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#ScatolaNera 4: L’ultima intervista di Richard Yates

Pubblichiamo il resoconto dell’ultima intervista che Richard Yates concesse poche settimane prima di morire a Scott Bradfield, giornalista dell’Independent. Questo pezzo è uscito nel 1992 ed è stato ripreso sul sito di minimum fax nel 2003, anno di pubblicazione di Revolutionary Road.

di Scott Bradfield

Richard Yates è stato lo scrittore americano di romanzi e short story più importante del dopoguerra, ma era un uomo estremamente difficile da avvicinare. Non pubblicava un libro da sei anni, e nessuno delle sue opere era in catalogo in Gran Bretagna. Ma nel 1989 ne erano state ripubblicate tre dalla divisione americana della Vintage, così chiamai loro. Telefonai quattro volte senza concludere nulla. Alla fine mi diedero il numero di un agente newyorkese, ma era fuori uso. Chiamai un’altra volta per sapere se fossero minimamente interessati ad aiutarmi a scrivere un articolo su un loro autore. Non lo erano.

Alla fine rintracciai Richard Yates a Tuscaloosa, sede dell’Università dell’Alabama, dove aveva insegnato l’anno prima per un breve periodo di tempo. Lo chiamai dall’appartamento di mio fratello a Chicago. “Grazie per essersi ricordato”, mi disse. La sua voce era rauca, e respirava con difficoltà: “Sono stato poco bene, sa, e dovrei ricoverarmi per alcuni giorni al V.A. Hospital, ma mi piacerebbe molto fare l’intervista, mi piacerebbe davvero”.
 Il giorno dopo lo chiamai di nuovo. Aveva appena saputo che il piccolo intervento chirurgico cui doveva sottoporsi era stato rinviato di alcune settimane: potevamo incontrarci.

Guidai verso sud, arrivando a Tuscaloosa durante la celebrazione dei cinquecento anni dalla scoperta di Colombo, e Yates mi venne incontro sulla porta del suo villino. 
Era alto, incanutito, un po’ curvo ed estremamente cordiale. Da dieci anni soffriva di enfisema e da poco la situazione era diventata critica. Fissato alle narici, un sottile, semitrasparente tubicino verde lo collegava a un condensatore di ossigeno, che lui teneva in camera da letto. 
”Non è granché come posto – disse – ma va bene, credo. È solo per avere dove rintanarmi e finire il mio libro”.

Era un appartamento con due camere da letto, di cui una era stata convertita in ufficio. Alla parete erano appese le foto incorniciate delle sue tre figlie – Monica e Sharon, avute dal suo primo matrimonio, e Gina, dal secondo (entrambi finiti in divorzio, come l’unione dei genitori di Yates quando lui aveva due anni). 
L’unica stanza realmente vissuta era quella che fungeva da ufficio, dove i tavoli erano sommersi da dattiloscritti pieni di annotazioni. C’era una grande macchina da scrivere elettrica e una citazione di Adlai Stevenson incollata con del nastro adesivo su di una parete. Yates stava lavorando al suo ottavo romanzo, che si ispirava al periodo in cui aveva scritto discorsi per Bob Kennedy nel 1962.
 Gli stava portando via molto tempo.

“Quello a cui sto lavorando non è un libro molto lungo – spiegò come per scusarsi – ma è veramente molto complesso. Ci sto lavorando da sei anni, ma ovviamente questo mi ha frenato”. Indicò il sottile tubicino verde che scompariva nel ronzio della camera da letto. Ma il lento movimento delle sue dita lunghe sembrava includere molte altre cose – le traversie della sua vita, le difficoltà della sua attività di scrittore, e il tempo che passava indolente tra i verdi sobborghi di Tuscaloosa. “Va bene per nascondersi e scrivere, credo, ma sono sicurissimo di non volere morire qui. È il sud!” 
C’è un mucchio di cose – sembra indicare – tante cose che mi rendono difficile scrivere in questi giorni. “Non riesco a respirare molto bene, così non al cervello non arriva abbastanza ossigeno. Riuscivo a scrivere per sette o otto ore al giorno. Ora non riesco a farlo per più di una o due, nel migliore dei casi”.

I libri di Yates sono estremamente commoventi e non è facile farne un riassunto. Né rientrano in alcuna della comode categorie codificate dalla critica: sebbene spesso definito “realista”, lui odia il termine: “Tutta la narrativa è piena di tecniche”, protesta. “È ridicolo dire che una tecnica sia più realistica di un’altra”. 
Il primo romanzo di Yates, Revolutionary Road, apparve nel 1961 con generose recensioni e vendite deludenti. È sulla generazione di americani che, come Yates stesso, uscirono dalla seconda guerra mondiale imbevuti delle illusioni di cui erano pieni il cinema degli anni Quaranta e la propaganda bellica su una gloriosa provincia americana che non era mai esistita: papà, mamma e bambini, con un nonno brontolone o due lasciati intorno al caminetto. Come in un manifesto pubblicitario o un una sit-com televisiva degli anni Cinquanta, è una famiglia in cui mamma risolve tutti i problemi con un timido, efficiente sorriso di divertimento, e dove papà si muove in maniera goffa in giro per la casa e il giardino con i suoi arnesi e un paio di forbici da giardinaggio, non capendo mai bene cosa stiano facendo quegli scavezzacollo dei suoi figli. I bambini, intanto, vogliono bene a mamma e papà, certo, “sono fatti così, diamine, Betty. Sono così irrequieti!”

Frank e April Wheeler, i protagonisti di Revolutionary Road, sono terrorizzati dall’appartenere a questi luoghi. Vogliono andare in Europa a “trovare se stessi” – se non se ne vanno immediatamente potrebbero diventare un’altra parte di ciò che April chiama “questa enorme delusione – perché di questo si tratta: un’enorme oscena delusione: l’idea che, una volta messa su famiglia, la gente debba rinunciare alla vita reale e ‘sistemarsi’. È la grande menzogna sentimentalistica piccolo-borghese”.

Come Frank e April, Yates detesta il sentimentalismo – sia nella sua vita che nei suoi libri. È anche irritato dalle rassicuranti etichette che la gente fa presto ad appiccicare al suo lavoro. “Mi sembrano sempre troppo superficiali”. 
E per le successive una o due ore, ogni qualvolta gli facessi una domanda “superficiale”, si tirava indietro imbarazzato: “Mi stai chiedendo troppo in una sola volta” diceva con una scrollata di spalle; oppure “Credo di non essere troppo intelligente per rispondere a grandi domande circa “temi” e “intenzioni” del mio lavoro.”
 Il solo aspetto del proprio lavoro di cui Yates sembra disposto a parlare è il suo rammarico per ciò che chiama la sua “scarsa produzione”. Gli chiesi se fosse soddisfatto dello sviluppo della sua carriera, e lui replicò: “No, no, no. Avrei dovuto scrivere molto di più, circa il doppio dei libri che ho scritto. Ma ho avuto diversi problemi negli anni – periodi in cui sono stato fermo, avendo molte altre cose da fare per vivere, insegnare nei corsi di scrittura creativa o scrivere sceneggiature per il cinema.”

Malgrado il successo di critica di Revolutionary Road e della sua successiva raccolta di racconti pubblicata nel 1962, Eleven Kinds of Loneliness, non ha mai potuto vivere del suo lavoro di scrittore fino alla metà degli anni Settanta, quando il suo “editore errante”, Seymour Lawrence, non gli accordò uno stipendio mensile. Ciò permise a Yates di scrivere sei ottimi libri in circa undici anni. Ma, da allora Yates è stato bollato dalla critica come uno dei tanti scrittori capaci di scrivere un unico libro di successo. C’è stato un lungo e doloroso intervallo di tempo tra Revolutionary Road e il suo secondo romanzo, A Special Providence. “Non so cosa sia successo. Credo che si sia trattato della sindrome del secondo romanzo. Ci sono voluti sette anni per scriverlo. E alla fine hanno dovuto strapparmelo da dentro.”

Il terzo romanzo di Yates, Disturbing the Peace è uscito solo nel 1975.
 Seduto nella sua casa quel giorno, Yates sembrava più interessato a fare domande che a rispondervi: quando avevo comprato la maglietta della Chicago University, o quale fosse il lavoro di mio fratello, dove fossi nato, o dove sarei dovuto andare dopo.
 Alla fine facemmo una pausa per andare a pranzo, e ci fu qualcosa di cupamente yatesiano nell’andamento della giornata, un continuo slittamento tra intenzioni e risultati.
 Sulla porta del suo appartamento, Yates prese un respiro profondo e camminò velocemente verso la sua auto parcheggiata sul ciglio della strada, dove si allacciò a un grossa bombola di acciaio posta sul sedile davanti. L’auto era disseminata di giornali e scatole di cibo. Salii accanto alla bombola. Dopo aver regolato l’ossigeno, Yates guidò oltre le ampie isole pedonali e i centri commerciali di Tuscaloosa, fino a una “Casa della bistecca”, quel tipo di posto che i suoi personaggi chiamano “carino” o “decoroso”, che significa che è piacevole ma abbordabile.
 Quando arrivammo però il ristorante stava già chiudendo e così fummo obbligati a ripiegare su un immenso ordinario ristorante di una catena con l’aria condizionata chiamato “L’aragosta rossa”. Yates fissò la sua bombola di ossigeno su di un carrello e lo spinse dentro al ristorante. Al di sopra delle nostre birre guardammo se sul menù c’erano le bistecche. 
”Sì, ci sono – disse Yates – ma hanno solo il taglio newyorkese. È troppo grande per me”
 “La ordini – dissi io – va sul conto dell’Independent. Facciamo pure gli scrocconi!”
”No, andrebbe sprecata.” 
”Potrebbe portarla a casa.” 
”Si dice sempre così. E finisce sempre che la si butta via.”

Sprofondammo in quella passeggera indefinita malinconia che spesso attanaglia i personaggi di Yates. 
”Le dirò io cosa faremo: lei ordini la bistecca, e quella che non mangerà la butteremo per strada ritornando a casa.” 
Yates ordinò il pollo, io l’insalata. Bevemmo la nostra birra e parlammo degli scrittori che entrambi amavamo – la canadese Alice Munro, Salinger, Fitzgerald (“Se non ci fosse stato Fiztgerald – disse – non credo che sarei mai diventato scrittore”). 
Stavamo cominciando a rilassarci e a gustare il nostro “buon” pranzo. Era il momento in cui nelle storie di Yates i personaggi smettono di coltivare romantiche fantasticherie e cominciano a vedere la realtà così com’è.
 “Sa – disse Yates a metà del pranzo – questo posto non è male per essere il ristorante di una catena.”
 Quando ritornammo a casa era esausto. Lo ringraziai per il tempo che mi aveva dedicato. Bevemmo velocemente una birra, poi ci stringemmo la mano. “È stato davvero molto piacevole” disse mostrando quella stessa cura con cui aveva scelto ogni singola parola dei suoi libri. Non un pomeriggio “grandioso”. E neppure “entusiasmante” o “stupendo”. Ma “piacevole”. Sì molto, molto piacevole. 
Ciò che Yates e molti dei suoi personaggi odiano del “sogno” americano della provincia felice è la sua nebbia ingannevole e schiumosa. C’è qualcosa nel ronzio della pubblicità e nel brusio dei film, tutte quelle luminose promesse del “Meglio”, del “Più Grande”, del “Più Bello” e de “L’Amore dura per sempre” che oscura e soffoca le vite reali profondamente sentite nei nostri cuori, muscoli e polmoni.

Come Shep Campbell afferma nella fine di Revolutionary Road, mentre riflette sul proprio dolore dopo la morte di April Wheeler: 
”Piangere aveva senso solo se smettevi priva di diventare melenso. E anche il cordoglio aveva senso solo se lo interrompevi quando era ancora sincero, quando ancora significava qualcosa. Perché era così facile che la cosa degenerasse: bastava lasciarsi andare e si cominciava ad abbellire i propri singhiozzi, e a parlare dei Wheeler con un triste sorriso sentimentale e dire che Frank era coraggioso, e poi dove diavolo si andava a finire?”. 
Dopo aver conosciuto uno scrittore del talento e dell’onestà di Yates, un uomo che non ha mai scritto una scena che non fosse un coraggioso tentativo di essere onesti, era facile pensare a lui come a un “uomo triste” o “dimenticato” o come a qualcuno “che non ha mai vissuto all’altezza del proprio potenziale”.
 Ma quando tutte queste osservazioni superficiali finiscono, i fatti rimangono: Yates ha scritto alcuni dei più bei libri della sua generazione. Continua ad appagare tutti quei lettori che sono abbastanza fortunati da scoprirlo.

Tre settimane dopo l’intervista, Richard Yates è morto al Birmingham’s Veteran’s Hospital a Tuscaloosa. Enfisema, con complicazioni derivanti dal piccolo intervento chirurgico che era stato rinviato. Aveva 66 anni. Ricordando il nostro incontro alla luce di questa notizia, provo un rimpianto leggermente sentimentale – e questo, sebbene potessi sentire nella testa la sua voce che mi mi esortava a non cedere: “Dica solo quello che è accaduto e che ha visto, e sarà fatta. E non si abbandoni a sdolcinati sentimentalismi, per l’amor di dio!”. Posso tollerare gli editori che non lo capirono, le sciocche recensioni dei suoi libri, il brutto posto in cui ha vissuto gli ultimi anni, persino il ristorante di second’ordine e la lenta, scomoda pista intorno al vialetto che percorremmo tre o quattro volte prima che Yates riuscisse a trovare l’imbocco per la strada principale. Non cambierei nulla perché è stato piacevole, veramente una gran bella giornata. Eccetto per una piccola cosa. Avrei voluto che avesse ordinato quella maledetta bistecca.

Commenti
Un commento a “#ScatolaNera 4: L’ultima intervista di Richard Yates”
  1. Wif scrive:

    Insomma questa è l’America, quella della classe media, quella che aveva capito la grande beffa del sogno americano dell’epoca e, in fondo, di oggi. Ed è April , solamente April a capire, a rifiutare, a sperare che fuggendo verso un mito, l’Europa, la vita sarebbe stata diversa. Solo lei rifiuta, fino in fondo, quell’ipocrisia misera che manda avanti stancamente le giornate della famiglia Wheeland e della piccola società che vive a Revolutionary Road. Frank, in fondo, sarebbe contento di quella vita agra, con qualche parvenza di riconoscimento sul lavoro, con le miserabili avventure galanti che si concede, da quel miserabile che è, così come i colleghi e i superiori che lo circondano sul lavoro. L’aborto procurato di April, con una disperazione degna di Flaubert (molto amato da Yates) fa di April, e delle altre creature femminili di Y. un eccezionale modello di ribellione, di rifiuto profondo di una condizione femminile che , ancora oggi, ha un duro cammino da percorrere. Molto bello l’articolo di Scott Bradfield.

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