1nd (1)

Ultime dal romanzo contemporaneo: “Tempi eccitanti” di Naoise Dolan

1nd (1)

Per Ava, ventiduenne dublinese expat a Hong Kong e insegnante in una scuola per bambini benestanti, il tempo è un’ossessione. Scandisce il ritmo della giungla urbana che la circonda – quella dei grattacieli, dei ristoranti di lusso che sovrastano discount e catene di fast fashion–, ma soprattutto misura e intensifica accadimenti, sensazioni e contraddizioni che avvengono nel suo universo privato.

Ava monitora ciò che sente e ciò che le succede con il trascorrere delle stagioni, non soltanto perché il tempo, in città globalizzate come Hong Kong e all’interno della società digitale che le abita è un concetto relativo e sfuggente, ma anche perché questo tempo è tutto ciò che una giovane donna come lei può illudersi di possedere per sopravvivere alla metropoli che la accoglie al suo arrivo in Cina, nel luglio del 2016.

Tempi eccitanti è uno dei libri più belli di quest’anno. Lo ha scritto Naoise Dolan, definita all’unanimità la nuova Sally Rooneye da poco entrata nella shortlist dei migliori giovani scrittori del Sunday Times; e lo ha tradotto in italiano (per Atlantide Edizioni) Claudia Durastanti, indovinando alla perfezione lingua, sfumature e intenzioni: nel 2019 La Nave di Teseo pubblicava il suo La straniera, altro romanzo in cui tempo e luogo erano fondamentali per mettere in prospettiva la storia, anche questa narrata da una voce che descriveva in prima persona cosa significasse nascere e vivere a cavallo tra due mondi lontanissimi, l’America e la provincia lucana.

E nonostante in Tempi eccitanti questa coesistenza scaturisca da presupposti diversi e metta in gioco elementi radicalmente differenti, tra i libri persiste una forte analogia, quantomeno nel loro modo di sviluppare un personaggio attraverso la combinazione di due universi paralleli a partire dall’uso del linguaggio.

Tempo e linguaggio sono centrali, in Tempi eccitanti, e indissolubili perché in continuo mutamento: un tempo interiore che entra in conflitto con quello esterno, spesso disinteressato e impermeabile; e una la lingua che trascende i suoi caratteri originari in modi e forme sempre diverse: dall’irlandese “materno” all’inglese che permette alla protagonista di interagire con gli altri, anche grazie al suo lavoro. La riflessione sulla lingua, sulle sue trasformazioni e le sue sfumature, e su come queste influiscano sulle relazioni in senso lato, è uno dei principali temi del romanzo, se non addirittura lo strumento principale per comprenderlo: Ava riflette ossessivamente sul significato delle parole, sull’intenzionalità delle espressioni, sulla loro permeabilità, la loro contaminazione o la loro resistenza, nel tentativo di conoscersi e affermarsi, oltre che di decifrare quelli che la circondano.

È un tipo di osservazione inscindibile dal fatto che Ava abbia ventidue anni; dal fatto che sia una giovane donna ancora piena di contraddizioni (non sa ancora definirsi sessualmente né come individuo, ma al tempo stesso sa con certezza di essere comunista, femminista e vegana); dal suo essere straniera, incompleta e vittima di continui auto-sabotaggi. Per quanto cerchi di inserirsi nella dialettica relazione del mondo che la circonda, Ava resta comunque sempre isolata: i suoi colleghi restano poco più che caratteri abbozzati, gli amici dei prototipi che funzionano per generalizzazioni in base al loro coinvolgimento politico o alla loro posizione lavorativa. Ma se esiste uno spazio in cui lei può permettersi di analizzare e coltivare quest’osservazione spasmodica di sé, questo spazio è quello dei sentimenti.

Quasi subito Ava incontra Julian, un ambizioso e giovane banchiere assorbito dal proprio lavoro con un enorme problema di analfabetismo emotivo. «Nel farmi venire era stato quasi sinistro», riflette lei, che con occhio analitico fantastica sulla relazione tra la macchia di sangue mestruale lasciata nel letto di Julian e il Merlot che hanno sorseggiato prima di fare sesso. Julian è glaciale e non intende avere una relazione ufficiale con Ava, ma lo stesso la persuade a lasciare l’appartamento che lei divide con due coetanee, e a trasferirsi in pianta stabile nel suo costoso e asettico reame (pur senza permetterle di dormire nella sua stanza). L’incontro tra loro mette in gioco un altro tema fondamentale di Tempi eccitanti, quella che Dolan definisce «ansia di classe», e cioè il contrasto tra la volontà della protagonista di emanciparsi – pur assoggettandosi al paradosso di sentirsi inferiore ai suoi alunni – e il bisogno di abbandonarsi ai privilegi di quella relazione tossica, che tuttavia Ava non descrive mai in questi termini.

La complessità del romanzo parte da quest’ambiguità – l’insicurezza di una donna in preda a un disperato bisogno d’amore e la sua resistenza contraria, scaturita dalla profonda convinzione di non meritare il benché minimo riguardo – per arrivare a svilupparne decine di altre. Ava lucida le scarpe di Julian e prepara le sue valigie, lava i piatti prima di inginocchiarsi sulla sua moquette e concedergli un generoso pompino; e sorprendentemente riesce a farlo senza mai illustrare davvero l’ingiustizia intrinseca di un rapporto imperfetto e di dipendenza come quello che Ava prova continuamente, mettendo piuttosto in scena le atroci contraddizioni delle relazioni moderne in tutta la loro sconfinata complessità e ambiguità.

Eri spaventata quando gli uomini ti venivano dentro, anche se non sapevi bene se toccava a tutte le donne irlandesi o solo a te, e a volte dicevi vuoi venirmi in bocca perché, dopo tutto, ti sentivi come se gli dovessi ancora qualcosa, un posto dentro di te. Quando venivi tu, temevi — a dispetto della biologia —  che sarebbe stato questo a condannarti. Sapevi che se gli avessi detto anche una sola parola di tutto questo, lui avrebbe capito a sufficienza da lasciarsi spezzare il cuore, ma sapere quanto poco sarebbe riuscito a capire prima che gli si spezzasse, avrebbe spezzato anche te. Eri ironica con lui, e anche con te stessa. Era folle.

Il romanzo cambia prospettiva, pur aggrappandosi a questa voce narrante così lucida e asciutta, quando Julian parte per l’Inghilterra e Ava incontra Edith, una giovane anglo-cinese che lavora in uno studio legale e che si avvicina a lei, prima come amica e poi come amante. L’irrompere di Edith nella vita di Ava introduce un altro elemento importante nel lessico sentimentale di Tempi eccitanti: la scoperta dell’omosessualità da parte della protagonista, il senso di colpa mescolato alla gioia inebriante di relazionarsi per la prima volta e per davvero con un proprio simile.

Non senza dolore, però, perché ancora una volta Ava è “vittima” di quel senso di inferiorità che tuttavia da Edith in poi inizia a prendere una forma, di nuovo tramite l’analisi minuziosa del sentimento, del dipanarsi della relazione, del suo manifestarsi sullo sfondo multiforme della città, tra centri commerciali, sale da tè e terrazze fiorite. Ava monitora e descrive ancora una volta le sue emozioni con attenzione quasi maniacale e disperata, proprio come fanno i personaggi di Rooney, a cui Naoise Dolan è vicinissima per tematiche e stile; ma non c’è traccia di compassione né indulgenza in lei, se mai un’acuta sensibilità e la capacità di ironizzare su tutto, di muoversi sinuosamente tra la dipendenza da una relazione frustrante e tuttavia necessari, e confortevole e l’orrore della felicità, la paura di venire allo scoperto e diventare finalmente qualcuno.

Non avrei mai capito i ricchi. Le chiavi di Edith, la sua Octopus card e il suo portafoglio “vivevano” tutti in uno scomparto preciso, in modo da poterli trovare subito. La ammiravo per questo e cercavo di implementare una soluzione simile nella mia vita. Ma io avrei scelto posti sbagliati in cui “far vivere” le mie, mi sarei dimenticata che erano lì e non sarei stata comunque capace di trovarle.

Tempi eccitanti oscilla tra una serie di spunti fondanti del romanzo moderno, e mette in campo una serie di forze multiformi e contrapposte intrecciandole con un talento forse maggiore a quello della bravissima Rooney. Se infatti quest’ultima, come suggerisce proprio Durastanti, è una scrittrice «da camera» (dove la camera sta a simboleggiare lo spazio interiore che quasi sempre prende il sopravvento sullo scenario circostante), Dolan spinge di continuo la sua protagonista nel mondo, la costringe a sottostare alle sue regole, a sopportarne la ferocia o la bellezza, e a perdersi e ritrovarsi proprio in contrasto o in concomitanza di quello scenario, confondendo senza sosta tanto lei quanto il lettore su quale sia la strada giusta. E nel bene e nel male resta aggrappato a una voce magnetica che oscilla tra il disincanto e lo stupore, la voce di una donna che sgomita e che lavora senza tregua per guadagnarsi a ogni costo il proprio diritto all’amore.

Gaia Tarini è nata a Perugia nel 1989 e vive a Roma. Nel 2019 ha frequentato il corso principe per redattori editoriali Oblique. Scrive su minima et moralia, Limina e altre riviste online. Fa parte della giuria delle Classifiche di Qualità dell’Indiscreto.
Aggiungi un commento