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Ultimo post a Parigi

di Massimiliano Nicoli

Lo studente di dottorato italiano – il dottorando di ricerca, come si dice abitualmente – arriva a Parigi per la seconda volta ai primi di marzo, dopo aver abortito un primo viaggio causa furto di documenti. Se tutto andrà come deve andare, rimarrà per un paio di mesi e poco più. Abita in un appartamento in pieno centro, uno studio al piano terra, in una corte interna. Il piccolo appartamento è carino, ma avvolto in una penombra perenne. È solo, lo studente è solo. Certo, come spesso accade a Parigi, c’è un topo che vive dietro i muri, probabilmente fra le tubature, e ogni tanto lo si sente squittire e grattare i tubi, ma, nonostante questa presenza, il nostro studente è solo, non c’è dubbio. Certo, frequenta un corso di francese e lì conosce giovani che provengono da tutti gli angoli del pianeta e che si dirigono verso altri angoli del pianeta, in cerca di fortuna. Di ulteriore fortuna, visto che i più sono già molto ricchi, e, per il momento, fanno tappa nella Ville Lumière. Certo, in quanto italiano, è molto ben accolto, stranamente (o forse no) oggetto di un pregiudizio positivo (che, poi, a ben guardare, tanto positivo non è), per cui, per definizione, egli sarebbe simpatico, socievole, creativo, gran cuoco, gran donnaiolo, pieno di stile, melodioso nel parlare (“ah, les italiens, quand ils parlent, ils chantent…”), teatrale nel gesto: “toujours sur scène!”. Una specie di piacevole buffone, insomma. Così lo invitano alle loro feste: americani, australiani, tedeschi, coreani, inglesi, russi, spagnoli, argentini – “el tano fou”, lo chiamano i latini. Ma in fondo, lo studente, il dottorando, per quanto paggio di compagnia, è solo. Solo in una città tanto bella quanto spietata, in cui nessuno ha bisogno di lui. Parigi, come tutte le grandi città, lo assorbe nell’indifferenza totale. Stiamo parlando di una solitudine da privilegiato, naturalmente, che ha a che fare con il lusso della scelta e non certo con la ferocia della condanna, una solitudine che s’impasta con la libertà, che ubriaca, e pur tuttavia, qualche volta, spaventa e paralizza. Di sicuro amplifica le emozioni, le esaspera, le esagera. L’iperbole è la figura retorica che caratterizza la sua esperienza, ne è la cifra. Bestia formidabile e terribile, questa solitudine da privilegiati. Per esempio, egli può girare per le bancarelle del mercato coperto di Boulevard de Magenta, con le borse in mano, cantando ad alta voce, senza che nessuno badi a lui. Può passeggiare la domenica, il primo giorno di primavera, lungo il Canal Saint-Martin e bagnarsi gli occhi leggendo una lapide che ricorda un certo Charles Dupas, “tombé glorieusement pour la libération de Paris, à l’âge de 29 ans”, senza che nessuno badi a lui. Può svegliarsi la mattina nella penombra eterna della sua stanza, schiacciato dal granito di una malinconia che lo perseguiterà per tutto il giorno, senza che nessuno badi a lui. Senza che nessuno lo guardi. Vive in uno stato di tensione emotiva permanente e dunque s’innamora di tutto ciò che incontra. Perde la testa a ogni piè sospinto, la vede rotolare, la insegue e la raccoglie. Si esalta e si dispera. Si dispera perché gli oggetti del suo amore, quegli oggetti che lo fanno persino commuovere, non li può condividere con nessuno. Si dispera anche perché tutto lo incanta ma tutto lo abbandona, lasciandogli in mano solo il cencio del suo stupore, perché niente e nessuno ha bisogno di lui, o della sua cura. Nessuno lo riconosce.

Ma insomma, qual è il motivo di questa breve carrellata nella vita parigina di un anonimo dottorando di ricerca italiano? Beh, il punto è che il diario della sua esperienza a Parigi si riversa in Facebook, nella pagina pubblica o in comunicazioni private, e il social network diviene così la finestra attraverso cui passa la memoria semi-pubblica della sua parentesi francese, nel tentativo, più meno riuscito, di esporsi finalmente allo sguardo d’altri per puntellare la sua solitudine, perché non gli crolli addosso. Partiamo da qui, dalla singolarità di questa esperienza, anche se non credo che ci sposteremo molto più in là.

Primo: la vergogna. Lo studente, che prima di Parigi utilizzava Facebook sporadicamente e controvoglia, celandosi persino dietro uno pseudonimo per non essere individuato da persone sgradite, ora vi si dedica con determinazione. Incrementa il numero di “amici”, amplia il reticolo delle connessioni, chiede e ottiene l’amicizia delle persone che incontra in Francia, si iscrive a “gruppi” o diviene “fan” di “pagine” legate a persone/oggetti/interessi di natura politica, culturale o semplicemente goliardica, scegliendo fra questi luoghi virtuali quelli in cui crede di riconoscersi maggiormente. Riconoscersi, appunto. Ma che cos’è il riconoscimento sul piano del legame sociale che tesse la rete del social network? Il problema gli si presenta immediatamente in termini molto semplici: cosa penseranno i suoi “amici” (ma quanti e quali sono, precisamente, i suoi “amici”? Non può ricordarli tutti, gli occorre controllare l’elenco) del fatto che si è iscritto proprio a quei gruppi e non ad altri ed è “fan” esattamente di quelle pagine e non di altre? E coloro che non sono (ancora) suoi “amici” ma pure possono accedere a una versione limitata del suo profilo, che idea si faranno? Gli interessi che ora manifesta, i soggetti collettivi in cui dichiara di riconoscersi e identificarsi, quanto collimano con l’immagine di sé che egli ha costruito per gli altri, a volte faticosamente, spesso in uno sforzo intenzionale progettato nei dettagli? E come conciliare la narrazione di sé dispiegata su Facebook – quel quadro che chiunque può comporre a partire dagli elementi pubblicati, dalle fotografie e dalle immagini, dalle opzioni rispetto a “pagine” e “gruppi” – con la molteplicità delle immagini che ciascun altro/amico si è già formato de visu nella vita prima o fuori dal social network? Il sé-oggetto che lo studente lascia indiscriminatamente in pasto a tutto il pubblico di Facebook, quanto modifica e incrina – se lo incrina – quel sé-oggetto che i suoi “amici” già possiedono e sul quale lo studente aveva più o meno intensamente, più o meno strategicamente e consapevolmente tentato di agire per influirvi – governandosi a seconda delle persone e dei contesti –, per impedire la piena rapina del proprio segreto, della propria verità? Quanti saranno delusi? Quanti saranno sorpresi? E ancora: i diversi gradi di accesso al proprio privato, stabiliti e registrati a seconda delle persone e delle relazioni nella vita prima di Facebook, non sprofonderanno ora nell’indeterminazione di uno sguardo in cui si distinguono solamente “amici” e “non (ancora) amici”, per cui tutti gli appartenenti al primo gruppo possono guardare, leggere e ascoltare simultaneamente gli stessi brani di vita, al medesimo livello di intimità? Ovvero, come selezionare le informazioni su di sé, come regolare la comunicazione e i suoi stili, il linguaggio e i suoi giochi, a seconda dei singoli interlocutori, una volta che tutti sono interlocutori, tutti ascoltano, tutti guardano, tutti commentano e parlano, o possono farlo, nel medesimo tempo, intorno al medesimo oggetto. Senza dubbio, il problema del governo di sé attraverso l’autosorveglianza e l’autocensura si complica parecchio. In un dispositivo di esposizione generalizzata e simultanea del sé, l’autosorveglianza non è mai abbastanza e ugualmente è sempre troppa. È in questo bilico fra il troppo e il troppo poco che si deve muovere lo studente se vuole partecipare alla costruzione di se stesso dentro il social network. Dunque egli si pone questo genere di problemi, ma più che porseli li vive, e al sentimento che li accompagna, se avesse letto certe pagine di Sartre, e probabilmente le ha lette, darebbe il nome di vergogna. Anzi, siccome quelle pagine, in effetti, una volta le ha studiate, capisce che non si sfugge alla malafede, che la sincerità è tutt’al più un attimo di fosforescenza, e decide di fare l’unica cosa che può fare, forse quella che tutti fanno: superare la vergogna tentando di farsi oggetto affascinante, e guardare gli altri, per giocare il gioco e la battaglia degli sguardi.

Secondo: la seduzione. Lo studente, allora, quando è in casa, nella penombra, si adopera allo schermo e scrive, pubblica, commenta, si espone. Video, fotografie, micro-riflessioni, citazioni, battute, musica, articoli di giornale, narrazioni… “Condividi?”, gli chiede Mr. Facebook, e lui condivide, riversando nel web porzioni della sua esperienza a Parigi, scegliendo con cura e con attenzione i materiali da esporre, perché accendano un faro su di sé, per stare sotto il cono di luce, per tentare di regolare e modulare l’intensità, la tonalità di quella luce. Una comunicazione “leggera” in quanto istantanea, non c’è dubbio, ma “pesante” al tempo stesso, perché ogni elemento esposto incide e forgia il profilo di ciascuno. Dunque lo studente si fa oggetto, accetta di solidificarsi (anche) nel web, e attraverso lo sguardo indeterminato e oggettivante dell’Altro – amplificato, moltiplicato, intensificato in versione 2.0 – tenta di farsi oggetto persino a se stesso. “Guardami”, gli dice dallo schermo la sua pagina su Facebook, il suo stesso profilo, mutuando le parole da una canzone che ha appena condiviso, “non sono meglio di uno specchio?”. Sì, in effetti è ben meglio di uno specchio, perché il profilo accetta e anzi invoca continue correzioni, continui aggiustamenti, sollecitati dal ritorno della propria immagine su di sé e, soprattutto, dall’interazione con altri. Sulla pagina arrivano continui commenti e nuove richieste di amicizia, si avviano conversazioni pubbliche e private, si manifestano apprezzamento e adesione rispetto agli elementi pubblicati; segnali di riconoscimento, produzione di legame sociale in una vita metropolitana, quella del nostro dottorando, evidentemente impoverita sotto questo punto di vista: una canzone pubblicata su Facebook origina una filiera di commenti, chiede e ottiene contatti, una canzone cantata in un mercato di Parigi non dà altro che l’ebbrezza dell’anonimia, e le due esperienze sembrano completarsi e compensarsi, come legate a doppio filo. La foto della lapide in memoria di Charles Dupas viene ripresa e rilanciata dagli “amici”, quelle lacrime sembrano non cadere più nel vuoto e chiamare a una partecipazione non più solo individuale. Quella malinconia di granito da trascinare da mattino a sera in giro per Parigi, fino, per esempio, a una panchina del cimitero di Montparnasse, una volta raccontata e lasciata in preda ad altri, una volta integrata nel processo incessante di fabbricazione di una biografia che si vuole interessante, in un gioco di verità e finzione, sincerità e malafede, evapora e lascia spazio a una nuova mossa di costruzione di sé. Accontentare e provocare, esporsi e celarsi: lo studente si perde e si riprende, si inchioda, fugge e si blocca di nuovo, e di sicuro ama giocare a lungo questo gioco intorno al soggetto che lui (non) è.

E poi può sempre guardare. Il nostro dottorando, quando torna a casa, di sera, mentre la pasta bolle sul fuoco in attesa di essere (s)cotta, accende trafelato il computer – anzi, l’ordinateur, come lo chiamano i francesi – entra in Facebook e, dopo aver controllato i messaggi ricevuti e i commenti ai suoi “post”, scorre la home-page per osservare l’attività dei suoi amici nelle ultime ore, negli ultimi minuti. Con tutti si può interagire, di tutti si può scoprire una piega, a tutti si può rubare qualcosa. Beninteso, qui chi guarda chiede sempre di essere guardato, chi ruba implora di essere derubato. Ecco quelli che scrivono il proprio diario on-line, quelli che si specializzano nella diffusione di (contro)informazione politica, quelli che bighellonano incessantemente, quelli che praticano un po’ di pudore, quelli che non lo praticano affatto, che si esibiscono, che si svelano, che si spogliano, quelli che confessano. Ecco, appunto, quelli che confessano.

Terzo: la confessione. “A cosa stai pensando?”, chiede Facebook non appena ci si collega. Ciò che si pubblica sulla propria pagina, nella propria “bacheca”, è una risposta a quella domanda. Inoltre, nello spazio che sta esattamente sotto la foto, gli architetti del social network hanno posto una chiara esortazione: “scrivi qualcosa su di te”. Epitaffio in vita. Un amico tedesco del nostro dottorando, dopo aver subito dal medesimo una lezione d’italiano dedicata al motto volgare, ha deciso di rispondere in modo piuttosto perentorio a quella sollecitazione: “cazzi miei”. Molti, come il dottorando stesso, non rispondono, oppure giocano di spirito: “istigazione al tatuaggio?” – scrive qualcuno. Ma non si sfugge al dispositivo della confessione, nella misura in cui esso fornisce la trama al tessuto delle relazioni sociali nel social network – e questo, dalla sua stanza parigina, lo studente lo capisce molto presto. Egli, in effetti, si racconta, e raccontandosi si confessa, senza mai smettere di farlo: talvolta in uno sforzo illusorio di sincerità, talaltra in un progetto di malafede che gli sfugge senza tregua; guarda per essere guardato, chiede e ottiene di essere riconosciuto, costruisce quel ritaglio di socialità che la città gli nega, e così facendo, non cessa di illuminare le pieghe della sua anima, di rimettere ad altri l’arcano della sua coscienza: regolarmente, continuativamente, esaustivamente. Questo studente di cui parliamo deve essere proprio un povero dottorando di filosofia, perché, a questo punto, sono di Michel Foucault le pagine che gli vengono in mente, e attraverso la porta della confessione – oibò – torna a insinuarsi nel suo rapporto con Facebook una buona quota di sospetto. Gli sembra a un tratto che tutto questo raccontarsi faccia più che pendant con quella moltiplicazione dei discorsi su di sé che è tratto saliente delle pratiche biopolitiche di potere, con quell’inesauribile dispositivo di esame, analisi e controllo di cui la confessione, il racconto di sé, l’estroflessione della verità interiore sono modello e matrice. Ognuno è confessore d’altri, in questo complesso dispositivo a nome Facebook, ognuno è sorvegliante dell’anima altrui, come se la verticalità del controllo e del governo si dislocasse lungo una linea che attraversa orizzontalmente la comunità e gli individui, tutti insieme e uno per uno, omnes et singulatim, appunto. E se fosse questo il collante che tiene insieme i legami sociali? – si chiede lo studente ancora una volta nella penombra della sua stanza parigina. Quel gioco che tanto ama giocare, quanto è ripreso e fatto funzionare all’interno di una tecnica di potere senza autore che regola i processi di produzione di soggettività proprio attraverso la gestione di spazi di libertà e di gioco? Lo studente inizia a pensare di essere preso in un reticolo che se da un lato lo cattura attraverso la possibilità di farsi oggetto e di vedersi identificato in uno o più simulacri, dall’altro rinforza e intensifica l’abitudine alla confessione, ad assoggettarsi a un’identità, ad avvolgersi nelle sue bende, a innamorarsene a generosi colpi di narcisismo, nonostante tutta la malafede (sartriana) del mondo. E poi, se avesse anche un abbozzo di formazione marxista, e forse ce l’ha, si renderebbe conto che se la confessione è la trama del dispositivo, allora la valorizzazione capitalistica del tempo di non lavoro, la capitalizzazione dei bisogni – dei suoi bisogni di socialità e di relazione –, la loro trasformazione in merce immediatamente esposta nella fiera del social network, ne costituiscono probabilmente l’ordito. Facebook come uno specchio, si era detto, anzi, meglio di uno specchio, e ora allo studente, qualche volta, viene quasi voglia di tirare un sasso a quello specchio, a quello schermo.

Epilogo: il suicidio. E se quella anonimia del mondo prima di Facebook, quella solitudine cui sembra di tornare lasciando il social network, fossero preferibili al gioco ambiguo e spettacolare che tanto assorbe il desiderio del dottorando? Egli, alla Bibliothèque Nationale de France, in cui spesso si lascia tumulare da vivo, legge per caso alcune pagine di Deleuze, e la sua voce, che proviene dal 1990, gli parla di controllo continuo e macchine informatiche, gli parla di una comunicazione istantanea che è marcia e fradicia di denaro, lo invita forse a creare dei “vacuoli di non-comunicazione”, a costruire degli interruttori, per sfuggire al controllo. Che fare? La domanda resta in sospeso, e, anzi, apre lo spazio per altre domande. Se Facebook fosse solamente un sintomo o un moltiplicatore, un amplificatore, un esponente che eleva a potenza una configurazione dell’esperienza soggettiva che comunque attraversa il corpo sociale nell’ipermodernità liquida? Come dire, una volta che si è stati per Facebook, lo si rimane per sempre, perché, tutto sommato, il dispositivo non è altro che un ritaglio del diagramma di controllo nel quale restiamo, prima e dopo il social network. Lo studente, nel frattempo, considera la possibilità di progettare il proprio suicidio 2.0 e forse, domani, pubblicherà il suo ultimo “post” da Parigi (“Entrate, mi sono impiccato”, così potrebbe scrivere sulla sua bacheca, con un virtuale gesso rosso e con sfoggio di citazione: l’ultima mossa seduttiva) prima di abbandonare il suo profilo, prima di oscurarlo, prima di consegnarlo al backstage di Facebook, dove – è importante saperlo – si conserverà dormiente, congelato in Aeternum, per un’eventuale riattivazione. Pulsione di morte prêt-à-porter: anche questo è un gioco che si può giocare, in questo strano mondo di spettri, dove, ogni volta che si muore, c’è sempre il tempo per risorgere.

Questo pezzo è uscito sul numero 347 di Aut Aut.

Commenti
3 Commenti a “Ultimo post a Parigi”
  1. eFFe scrive:

    Peccato per quel primo viaggio abortito. I ladri della stazione RER di CDG sono incredibilmente bravi, è vero. Chapeau per il pezzo, e buone cose.

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