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Un amore proibito. “La cattiva strada” di Sébastien Japrisot

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Lust och fägring stor, tradotto in Italia con l’originalissimo Passioni proibite, è un film svedese del 1995 che, l’anno dopo, verrà candidato all’Oscar come miglior film straniero. Racconta di Stig, quindicenne, che si innamora di Viola, vent’anni più grande e sua professoressa. Lei lo ricambia, permettendoci così di sfogliare un bell’album di scene di sesso, ambienti freddi e, sullo sfondo, guerra: è il 1943, e la Svezia sta rivalutando la sua posizione nel secondo conflitto mondiale.

Il film, diretto da Bo Widerberg, consacra, per poi ucciderlo, il genere “Minorenne che, durante la guerra, si innamora di una donna più grande, trascinando lei in una crisi esistenziale e se stesso verso, più o meno, la gloria formativa del sentirsi uomo”. Dagli anni Settanta è un filone particolarmente florido, per il cinema europeo: l’Italia ha già prodotto, su questo canovaccio, le pellicole sottovalutate di Salvatore Samperi, e lanciato tra le altre Laura Antonelli e Monica Guerritore. Ma è la Francia, nel 1976, a tentare il colpo grosso, senza per questo gravitare molto oltre il cinema d’autore: in Le mal partis, diretto da Sébastien Japrisot, il mitico minorenne, ormai maschera familiare della narrazione europea, si innamora di una suora.

Japrisot, che in realtà si chiama Jean-Baptiste Rossi, di cui lo pseudonimo è un anagramma, ha molto a cuore questa storia. È tratta dal suo primo romanzo, omonimo, pubblicato quindici anni prima del film, nel 1950. In Italia viene tradotto soltanto nel ‘79, col titolo Storia d’amore di una suora, parecchio tempo dopo aver collezionato un’accoglienza molto buona negli Stati Uniti e tiepida in patria. Altrettanto tiepida sarà, da parte dei francesi, la reazione al secondo lavoro importante di Japrisot: la traduzione del Giovane Holden (L’Attrape-cœurs) per l’editore Laffont. La delusione per lo scarso consenso è tale che il ragazzo – nel ’53 ha ventidue anni – pensa di lasciare le lettere e darsi al cinema. E in effetti, per un po’, lo fa, dando inizio a un’ambivalenza che lo accompagnerà per tutta la carriera.

Morto nel 2003, sceneggiatore di successo, Japrisot-scrittore lo si ricorda soprattutto per Una lunga domenica di passioni, che con Le mal partis, romanzo breve ed estremamente semplice, dalla trama rarefatta e con personaggi secondari volutamente limitati all’abbozzo, ha ben poco a che fare. Oggi, a quindici anni dalla morte dell’autore e a quasi settanta dalla prima pubblicazione, Adelphi ripropone Le mal partis in una traduzione di Simona Mambrini e col titolo La cattiva strada, forse ravvisando in questo esordio di metà Novecento la stessa tipologia di mina inesplosa che aveva portato, l’anno scorso, all’estrazione dall’oblio di Marie aspetta Marie, e alla riscoperta della sua autrice Madeleine Bourdouxhe. Il messaggio è chiaro: sembra roba vecchia, ma è ancora capace di spezzare il cuore.

Partiamo dalla trama. In una Marsiglia del ’44 che ufficialmente non è la Marsiglia del ‘44, Denis Leterrand, quattordicenne, studente annoiato presso i gesuiti, si innamora della ventisettenne suor Clotilde, al secolo Claude, la quale, dopo un corteggiamento che ha del miracoloso per il solo fatto di non finire da subito in tragedia, gli cede. Segue l’indignazione della società, dei genitori di lui, delle consorelle di lei e persino dei passanti, che lanciano occhiate piene di biasimo e riprovazione alla povera Claude una pagina sì e l’altra pure.

Ora, tutti lo hanno già paragonato al più famoso Il diavolo in corpo, di Raymond Radiguet, di qualche decennio precedente, ma ciò che stupisce davvero nel racconto di Japrisot, è che questo amore “indomabile, travolgente e soprattutto proibito”, come recita la sinossi in bandella, è terziario, nel senso che viene molto dopo altri due sentimenti: il senso di colpa e l’insofferenza. La cattiva strada è un romanzo sulla rabbia e contro il conformismo, e ricorre a due tipi infallibili (il ragazzo buono ma un po’ selvaggio e la donna amabile ma “immorale”, presto additata come puttana) per trascinare il lettore in una spirale di tifo e dispiacere: più che leccarsi i baffi per il tabù e lasciar battere il cuore per il romanticismo (Denis e Claude si ripetono «Ti amo» con la stessa puntualità con cui, nella storia delle estati italiane, qualcuno ha schitarrato La canzone del sole per rimorchiare sulla spiaggia, durante un falò) si procede nella lettura come forma di sostegno ai poveri amanti.

Sospirare “Che ingiustizia” è cosa abbastanza frequente per chiunque abbia letto almeno un classico che parla d’amore, ma Japrisot – la cui prosa, tra le altre cose, e al netto della bella traduzione di Mambrini, è giusta, asciutta, piacevolissima – sembra voler raccontare un’altra cosa. Non è un caso, per esempio, che l’ambientazione del romanzo sia la Francia occupata dai nazisti. Non è un caso che il suo autore abbia diciannove anni, e non è un caso che – almeno apparentemente – La cattiva strada sia un libro così poco politico, per l’epoca in cui è uscito. Il topic preponderante, e forse la ragione stessa per cui Japrisot ha cominciato a scriverlo, è l’ipocrisia: come può un’intera nazione – si chiede Denis – pregare per la pace e ragionare su cultura, istruzione e diritti se è abitata da persone che, dalla strada alla panetteria, dalla chiesa a una propria abitazione, non riconoscono e non rispettano la felicità? Che sia individuale, poi, questa felicità, poco cambia: l’armonia collettiva ha forse il diritto disvalutare una gioia privata?

Molti direbbero «Sì». Ma il disimpegno di cui, in queste pagine, Sébastien Japrisot decide deliberatamente di macchiarsi, è più che altro uno sciopero bianco – e quindi, a suo modo, un gesto politico.La coppia protagonista non è impermeabile alla guerra più di quanto non lo sia chi, dal cuore della Repubblica di Vichy, perde il sonno non per i morti, non per i soldati, non per lo scenario di un mondo in caduta libera, ma per un episodio di amore carnale. Insomma, il peggio non è il nazismo; il peggio è sempre il sesso.

Libro vecchio mica tanto.

Denis, che passa metà del romanzo a sentirsi un depravato e a pensarla come loro – quando si trova solo nella sua camera scaccia dalla mente le fantasie su suor Clotilde per non «insozzarla» –, nelle ultime pagine diserta. Rammenta l’incontro, avvenuto l’estate, con due soldati tedeschi intenzionati ad abbandonare il conflitto e, durante una lite coi genitori, li eleva provocatoriamente a suoi modelli: «Davanti alle vostre regole faccio esattamente come loro: mi tolgo giacca e mostrine e abbandono il campo di battaglia».

Claude, se possibile, sta sfidando un nemico più grande, una pressione sociale che non lascia scampo: è donna, discende da un’ottima famiglia, è nubile perché ha pronunciato i voti, e si innamora di uno studente molto giovane. Quando cerca di spiegare alla sua Superiora che, secondo lei, agli occhi di Dio non ha fatto niente di male, l’altra le risponde col piano B, la ragione mondana: «Quello che hai fatto è un reato anche per la legge degli uomini, sei colpevole anche davanti agli uomini».

Ed è qui che il romanzo, che pure vanta un germe “scandaloso”, smette di sembrare una comoda storia giovanilistica di amori impossibili: Japrisot sta dicendo qualcosa al pensiero dominante, e lo sta dicendo – sembra strano scriverlo, visto che è morto settantenne e nel 2003, ma così è – da ragazzo: l’amore è disobbediente, e costituisce l’unica forma di libertà (e al tempo stesso di dominio) per cui chiunque, nella vita, abbia compiuto almeno un gesto di protesta. Come gli si può contrapporre una credenza, una ragione, persino (forse) una legge?

«Non lo so. Non voglio più pensarci», dice Claude a un certo punto, quando Denis la interroga sul da farsi. «Voglio vivere con te, ecco tutto. Vivere. Non è difficile vivere».

E non esiste altra risposta. La strada, buona o cattiva che sia, è fatta per essere percorsa.

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare e vive a Cosenza, dove cura per l’Università della Calabria un progetto di ricerca su Michel Houellebecq e le distopie contemporanee. Ha esordito come autore pubblicando Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino, 2016) e alcuni racconti per Colla e Nuova Prosa. Il suo ultimo romanzo è Vita e morte delle aragoste, uscito a luglio 2017 per Voland.
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