Un anno senza João Gilberto

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Giancarlo alzò la testa dallo smartphone e, sbigottito, ci annunciò che era morto João Gilberto. Eravamo a cena in una sala della Mole Vanvitelliana di Ancona e avevamo, da pochissimo, terminato la presentazione del mio libro sul musicista baiano, partorito dopo dieci anni di ripensamenti vari. Il direttore artistico di uno dei festival jazz più interessanti d’Italia non si aspettava di aver organizzato un commiato laico, ma sta di fatto che quel 6 di luglio del 2019 Giancarlo Bianchetti, Silvania Dos Santos, Giancarlo Di Napoli e io avevamo, inconsapevolmente, messo in scena un rito funebre.

Il destino di noi tutti, talvolta, è un gioco e, in quel preciso momento, subito dopo la triste notizia, una nube bianca, terribile, ci avvolse. Restammo in silenzio a guardarci negli occhi.

João Gilberto è come una pianta profumata molto popolare che ti resta nelle narici anche se non ti viene subito in mente il suo nome. Lui agisce così, come un elisir d’amore, e se provate ad ascoltarlo d’estate, all’ombra di una persiana, può suggerirvi immagini che contengono tutte le meraviglie del mondo. Il suo suono si reinventa senza sosta, si prende il tempo di toccare tutte le sfumature, crescendo e rallentando mentre fa l’inventario di tutti i colori e gli odori della sua terra. A prima vista, i suoi sembrano dei concerti “voce e chitarra” fatti semplicemente da accordi ma il modo in cui li utilizza e li varia, la loro collocazione, è una grande innovazione. Sperimenta tutte le combinazioni possibili, anche all’interno di uno stesso pezzo, senza mai perdere di vista l’elemento ritmico del samba baiano. Provate a confrontare queste versioni dal vivo di O Pato (qui al minuto 36), uno dei suoi brani più rappresentativi, per toccare con mano la sua genialità. João è un tutt’uno con la sua chitarra e, con la voce, crea nuovi suoni, un’altra lingua dentro la propria lingua. Tratta le vocali come Pelé tratta la palla, come scrisse giustamente Augusto de Campos, sfruttando al massimo la potenza percussiva delle occlusive che diventano, di volta in volta, tamborim, pandeiro, cuica o surdo.

Se mi dilungo così tanto su questo geniale chitarrista brasiliano, è perché tutte le volte che ascolto quella voce che corteggia il silenzio e quelle mani che rincorrono il ritmo e la melodia resto stupefatto. Frequento João Gilberto sin dalla mia adolescenza ma, ad ogni ascolto, accade una specie di miracolo: la sua musica non si dilegua ma resta, da qualche parte, dentro di me. Ed è un esercizio di meditazione, uno spettacolo commovente che si disegna nella mente, un laboratorio di tranquillità in cui non esistono pensieri esterni. Non c’è il bene e non c’è il male, non esiste il passato ma nemmeno il futuro, quel suo modo di cantare e suonare la chitarra conosce la sensazione profonda di essere e dire il silenzio. Eppure quando ad Osaka gli tributarono un applauso di quaranta minuti, rimase di sasso, non immaginava che la sua musica potesse portare a tanto. Ad un’amica giornalista disse, meravigliato, “ti rendi conto, quaranta minuti? Quasi un tempo di una partita di calcio!”. Lui, che affermava che il silenzio non si può ferire perché è una cosa sacra, che lasciava cantare le platee solo in determinate occasioni, quella volta non riuscì a non commuoversi.

João ha sempre vissuto come un monaco, recluso, suonando incessantemente le sue Di Giorgio ma non ha mai perso di vista la realtà. Il figlio Marcelo Gilberto racconta che, il giorno prima della sua morte, João fu costretto a fare una perizia psichiatrica, gli chiesero chi era il presidente del Brasile e lui rispose: «La prego, non mi faccia dire il suo nome».

Si sono sprecate tante definizioni per incasellare la sua arte in una categoria ma dobbiamo scomodare Caetano Veloso per avere un quadro esatto del genio baiano:

João è siderale e sotterraneo. Non si può paragonare a nessuno. […] L’arte di João è simile a quella del calligrafo cinese.

Oggi, a un anno dalla sua morte, João Gilberto, l’uomo che è riuscito a rendere udibile l’impercettibile, è più che mai una presenza e, per me, come ho avuto modo di scrivere nella premessa al mio libro, è «un artista geniale e carismatico, libero da ogni schema, che ha compiuto una piccola rivoluzione musicale nel Novecento. Un uomo dallo sguardo perduto in chissà quali mondi remoti, dal volto sereno, come poteva essere quello di Yogananda, che non lascia intravedere alcuna tempesta interiore ma solo un appagamento nel proprio sogno».

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