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Un autore a molte dimensioni

Questo articolo è uscito sul numero di ottobre dello Straniero.

Come tracciare una mappa che dia almeno l’illusione di poter padroneggiare l’universo a molte dimensioni di uno come Roberto Bolaño, il quale, proprio sullo sconfinamento e sui salti spaziotemporali ha innalzato buona parte della propria poetica? uno scrittore che, tra i tanti luoghi sparsi per il mondo in cui volta per volta scaraventa i propri personaggi, ha eletto a epicentro emotivo e spirituale delle sue peregrinazioni una distesa di sabbia e ossa (anche umane) senza strade né segnaletica né giurisdizione come il terribile deserto di Sonora collocato nella parte nord-occidentale del Messico?

Dal momento che in questi casi la strategia migliore per toccare il lato più profondo di un grande autore è proprio l’educazione allo smarrimento, cominciamola così: Auxilio Lacouture, protagonista di Amuleto (1999), colei che si autodefinisce “la madre della poesia messicana” e che rimane chiusa per quindici giorni nei bagni dell’università di Città del Messico durante l’irruzione dei militari nel settembre del 1968, nasce in realtà in un altro libro di Bolaño, uno dei suoi due romanzi-mondo, vale a dire I detective selvaggi (1998); un’opera, quest’ultima, in cui due giovani bohémien in fuga per almeno tre continenti ricordano vagamente Sal Paradise e Dean Moriarty di On the Road (con la fondamentale differenza che mentre i compagni di strada di Kerouac erano outsider che cercavano di sopravvivere alla società dei consumi, la generazione di Bolaño ha amato disperatamente un’America Latina costretta a sostenere lo sguardo mortifero di Pinochet, il sangue di piazza delle Tre Culture, la vaporizzazione di migliaia di desaparecidos), e sono uno (il cileno Alberto Belano) l’alter ego di Bolaño, mentre l’altro (il messicano Ulises Lima) il probabile padre del baby-poliziotto Lalo Cura; il quale Lalo Cura, però, non è a sua volta un personaggio dei Detective selvaggi bensì uno dei numerosissimi tasselli dell’altra grande impresa di Bolaño, vale a dire quel 2666 in cui ad esempio lo scrittore francese Arcimboldi presente nei Detective selvaggi si trasforma nel tedesco Benno von Arcimboldi, uno scrittore fantasma – più alla Salinger che alla Pynchon -, la cui sparizione è solo la miccia capace di accendere un romanzo che se ne va (si smarrisce, appunto) verso tutte altre piste per tornare però verso la fine dallo stesso Arcimboldi, tradotto in italiano dal personaggio di fantasia Piero Morini, il quale però (ancora…) somiglia maledettamente ad Angelo Morino, il traduttore e docente universitario piemontese scomparso nel 2007 che davvero curò per il nostro paese proprio le prime opere di Bolaño… Bene, ci siamo già persi.

Niente paura, però. Lo smarrimento che si prova inseguendo Bolaño attraverso le gemmazioni che esplodono continuamente nei suoi libri in maniera simile a ciò che accade per i frattali o per le ancora poco sondate corrispondenze (anzi, a pensarci meglio: correspondances, alla Baudelaire) della fisica subatomica è pari solo al piacere e al sentimento di empatia che si prova leggendolo – e, per ciò che qui ci interessa, è importante per definire almeno una delle sue ascendenze: e cioè Julio Cortázar e il suo romanzo ipertestuale. È lui, l’autore di Rayuela, il vero fratello maggiore di questo cileno scomparso prematuramente nel 2003 all’età di cinquant’anni dopo aver fatto mille mestieri, aver scritto in poco più di un decennio uno stupefacente numero di libri (La letteratura nazista in America è del 1996 mentre 2666, che è già postumo, esce per la prima volta nel 2004; nel mezzo, tanti altri romanzi e raccolte di racconti, da Amuleto a Puttane assassine a Notturno cileno…), molti di buona qualità e almeno due già consegnati alla storia della letteratura (I detective selvaggi e appunto 2666), dopo essersene andato in giro per il mondo e aver trovato una patria adottiva in Spagna e aver atteso invano un trapianto di fegato proprio mentre il mondo iniziava ad accorgersi di lui – i lettori anche prima e più dei critici, e non parlo dei lettori professionisti ma dei lettori che altrimenti non leggerebbero libri, tanto che Bolaño ha l’onore, insieme a personaggi come Bukowski o Edward Bunker, di essere tra gli scrittori più letti nelle carceri. Con la differenza – tornando ai rapporti tra Cortázar e Bolaño – che mentre ai tempi de Il gioco del mondo vivevamo su un pianeta non ancora totalmente interconnesso, oggi l’ipertestualità è la piattaforma senza peso su cui tutti poggiamo, e se dunque i romanzi di Cortázar (al pari delle cyber-reti telematiche ante litteram che dominano gli abissi di vere profezie in sedicesimi come Le tre stimmate di Pamer Eldritch di Philip Dick) erano appunto prototipi in anticipo sui tempi di oltre tre decenni, Bolaño ha il merito di convertire la fredda e ubiqua immaterialità del mondo globalizzato in una calda vicenda di uomini e donne, ragazze e ragazzi le cui sconfitte, i cui deragliamenti, la cui dispersione e sparizione sotto il rullo compressore della Storia non impedisce loro di perdere la dignità, non gli impedisce di intraprendere e anzi di credere in un autentico – autentico perché finalmente, pur nell’era del fake che gioca continuamente alle tre carte col suo opposto, non ha più nulla di apocrifo – viaggio esistenziale e addirittura spirituale (ci possono credere perché esso, nelle pagine di Bolaño, è assolutamente credibile).
Si potrebbero tracciare altri legami – e da qui marcare analogie e differenze – tra Bolaño e altri grandi scrittori massimalisti dell’ultimo secolo. Si potrebbe per esempio dire che i tantissimi personaggi che popolano romanzi come 2666 o I detective selvaggi non sono più legati tra di loro da rapporti familiari o genealogici (come avveniva nei romanzi di Faulkner o di Garcìa Màrquez) né da oggetti materiali (la pallina da baseball di Underworld) o di consumo (il film di James Incandenza in Infinite Jest) ma sembrano essi stessi dei cervelli misteriosamente interconnessi tra di loro, un’intelligenza collettiva che però volta per volta sa parlare con voci più che individuali. A questo si può aggiungere la vocazione cosmopolita, globale, delle storie di Bolaño (sono globali senza perdere la loro profonda identità latino-americana), che rompendo gli steccati autarchici a stelle e strisce e contemporaneamente infischiandosene degli ultimi scampoli di arroganza eurocentrica o di folklore latinoamericano, si svolgono (o meglio, si scatenano) da un continente all’altro – da Città del Messico, a Milano, a Parigi, a Londra, alle spiagge californiane, a Tijuana – in assoluta naturalezza, giocando in modo veramente virtuoso ed eclettico e ricco con gli elementi del mondo globalizzato (una Coca-cola bevuta a Milano ha, nei romanzi di Bolaño, un sapore completamente diverso di una Coca-cola bevuta nel deserto di Sonora, eppure l’identità di marchio crea un impalpabile, oscuro, inquietante, affascinante legame tra i due contesti). Ma il punto centrale, forse, non è questo.

Roberto Bolaño è morto a Barcellona all’età di cinquant’anni, nel 2003, come si diceva per un male al fegato e per un trapianto che è tardato ad arrivare. David Foster Wallace si è suicidato a Claremont all’età di quarantasei anni, nel 2008. Due morti premature. Eppure una (quella dell’autore di Infinite Jest) sembra chiudere un ciclo, mentre l’altra sembra al contrario aprirlo.
Non è più solo una sensazione che la letteratura più robusta e più affidabile degli ultimi trent’anni – e cioè quella statunitense – abbia subìto dopo l’inizio del XXI secolo una battuta d’arresto. Se fino agli anni Novanta gli eredi di Saul Bellow (Philip Roth in testa), gli allievi di Chandler e di Hammet (un nome su tutti: James Ellroy) e i nuovi sorprendenti fuoriprogramma sui temi che furono di Thomas Pyncon e di John Barth (il loro coetaneo Don DeLillo, e il più geniale discepolo di questi ultimi: David Foster Wallace) hanno reso la letteratura statunitense un magnifico treno sparato verso la fine del Novecento, è come se, da un certo punto in poi – a voler prendere una data simbolica non si può non pensare all’11 settembre del 2001, col paradosso che i grandi romanzi sulla paranoia globale come Underworld sono stati scritti prima dell’11/9 –, questa abbia dovuto fare i conti con un imprevisto quanto traumatico deficit immaginativo. Una delle conseguenze per molti lettori è stata che, all’improvviso, chi si appassionava con le storie dello Svedese (Pastorale americana) o con l’epopea di Hal Incandenza (Infinite Jest) si è trovato a sentirsi più vicino ai naufraghi di Roberto Roberto Bolaño. Per quale motivo?
Mi vengono in mente almeno due spiegazioni. Da una parte la crisi (non solo economica) che sta scuotendo l’occidente, più che con solidi per quanto calunniati professori universitari come Silk Coleman (protagonista del bellissimo La macchia umana), più che con geniali per quanto problematici studenti del college incastonati nel futuro prossimo del neo-neo liberismo (Hal Incandenza) ci porta a empatizzare con dei veri outsider, dei perdenti fatti e finiti come sono molti personaggi di Bolaño. Abbiamo l’impressione, cioè, che questi ultimi riescano a capirci meglio di quanto possa fare uno Svedese uscito da Pastorale americana, il quale, per quanto si trovi ad avere la vita distrutta, è comunque un integrato quale noi rischiamo di non essere più.
La definizione più bella e appassionata della poetica che sto cercando di mettere a fuoco l’ha data lo stesso Bolaño quando ha detto: “In qualche misura tutto quello che ho scritto è una lettera d’ amore e un saluto alla mia generazione, a quelli che hanno scelto la militanza e la lotta e che hanno dato quel poco che avevano e quel molto che avevano, la giovinezza, a una causa che per noi era la più generosa del mondo. L’intera America Latina è seminata con le ossa di questi giovani dimenticati”.
Sono, per intenderci, questi giovani dimenticati, i fratelli minori di gente come Héctor Oesterheld, il geniale disegnatore argentino inventore de L’eternauta che nel 1977 andò a ingrossare le file dei desaparecidos – e dal momento che noi, fratelli minori di Bolaño, sentiamo il rischio di un altro tipo di scomparsa (il timore di essere cresciuti in un totale vuoto esistenziale ideologico estetico civico spirituale, e di poter essere riconsegnati da un momento all’altro a questo vuoto per sempre, di non essere cioè abbastanza in gamba o fortunati da evitarlo) ecco che Roberto Bolaño all’improvviso diventa un confidente più attendibile di tanti grandi scrittori della contemporaneità con cui ci siamo accompagnati negli ultimi anni.

La seconda spiegazione ha a che fare con la circostanza che romanzi non tradizionalmente realistici come 2666 o I detective selvaggi segnano contemporaneamente la fine del postmoderno, o perlomeno di quel postmoderno convinto che il mondo in cui viviamo – per quanto oggetto di analisi e di critiche nonché fonte di infelicità e isteria per chi lo popola, cioè tutti – sia appunto l’unico possibile, o meglio non nasconda nulla sotto o sopra si sé per il solo fatto di essere l’unico visibile. Insomma… il vero limite che rischiano di mostrare i pur robustissimi romanzi realisti come quelli di Philip Roth, la vera dannazione di scrittori iperconsapevoli come David Foster Wallace (e, nello stesso tempo, il motivo per cui tra gli statunitensi reggono ancora molto bene i figli dei narratori biblici come Joyce Carrol Oates e Cormac McCarthy) consiste nell’incapacità direi anche programmatica (nel caso di Roth, orgogliosamente programmatica) di vedere, sotto la superficie del mondo su cui scivoliamo sempre più velocemente, un mondo infero in cui avventurarsi per ritrovarsi finalmente faccia a faccia col Minotauro di questi anni. Un’incapacità che non aveva Conrad quando metteva Marlow faccia a faccia con Kurtz; e non aveva Melville, quando faceva la stessa cosa con Achab e Moby Dick; e non aveva Faulkner, quando ne L’urlo e il furore ci accompagna per esempio tra gli abissi della mente di Quentin, il quale, prima di suicidarsi, desidera di bruciare nel punto più basso nell’Inferno insieme a sua sorella Caddy; e non aveva Philip Dick e non ha (per arrivare all’oggi) un regista come David Lynch, in grado di accompagnarci (il mondo infero che da sempre regge il Sunset Boulevard) tra i demoni del Club Silencio.
Una simile capacità di inabissamento ce l’ha anche Roberto Bolaño. Se i suoi romanzi si perdono tra mille rivoli, tutte le strade portano in realtà (effettivamente o solo idealmente a seconda dei libri presi in esame) verso un unico grande punto – un luogo infero, oscuro e tuttavia accecante – e cioè come si diceva il deserto di Sonora e il confinante agglomerato urbano di Santa Teresa, versione letteraria di Ciudad Juárez, probabilmente oggi la città più violenta e pericolosa del pianeta (nel solo 2009, circa 2500 omicidi), scelta da Bolaño insieme al deserto come abisso di perdizione e insieme oasi iniziatica: è qui che i suoi personaggi si imbattono nel proprio personale Minotauro, e ne vengono salvati e divorati insieme; un luogo parallelo, Santa Teresa, alla citta azteca di Quauhnahuac, che (se Cortázar da una parte è il suo scrittore-fratello maggiore) ospita la perdizione-redenzione del personaggio letterario a Bolaño probabilmente più caro: il console Firmin, protagonista di Sotto il vulcano e alter-ego del naufrago e santo bevitore Malcolm Lowry.
Non è un caso che I detective selvaggi si apra con una stupefacente e terribile citazione presa proprio da Sotto il vulcano (“Lei vuole la salvezza del Messico? Vuole che Cristo sia il nostro re?” “No”). E non è ozioso, per cercare di rendere meglio l’idea, ricordare ciò che vedremmo oggi se solo ci appostassimo un intero week end sul confine nord-occidentale tra Stati Uniti e Messico. Il venerdì mattina osserveremmo enormi lunghissime carovane di automobili e pick up scassati provenienti da Dávila, da Villegas, da San Luis, che cigolano lentissimamente a pochi centrimentri gli uni dagli altri, si fermano ai complicati controlli doganali, e poi muovono in direzione San Diego: sono i messicani, e vanno verso il lavoro. Ma a partire da venerdì pomeriggio, e per tutto il sabato, delle eleganti pulitissime automobili con cambio automatico iniziano a sfrecciare in direzione opposta senza nessuno che le fermi: sono i giovani statunitensi, ragazzi e ragazze di diciotto, venti, venticinque anni che fuggono dai loro incubi ad aria condizionata, dal benessere, dagli psicofarmaci, dalla competizione sfrenata e dal terrore di fallire, diretti verso gli scheletri danzanti di Tijuana, verso un luogo dove finalmente avranno (se solo lo vorranno) la libertà di perdersi, di inabissarsi, di scomparire – nella segreta speranza di non tornare più; o di riemergere in un luogo che non sia il funzionale ufficio della multinazionale dove il loro futuro è tumulato da prima ancora che finiscano il college. Ovvio che Ulises Lima, Arturo Belano o Benno von Arcimboldi diventino, in un contesto del genere, il Virgilio da cui vorremmo essere accompagnati per il nostro viaggio al centro della Terra.

 
Commenti
37 Commenti a “Un autore a molte dimensioni”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Condivido tutto. Ed è vero che la letteratura americana accusa un po’ di stanchezza. Le manca la spinta spirituale e trascendente che Bolano possiede. Forse Bolano davvero inaugura una nuova era, meno materialista, laddove come giustamente afferma Lagioia lo smisurato Foster Wallace ne chiude un’altra. Aspetto adesso il nuovo libro di Pynchon e il nuovo libro di Franzen – quest’ultimo scrittore però, secondo me, è a un livello più basso.
    ps: fra le ascendenze di Bolano non so se figura Ernesto Sabato; ma il suo SOPRA EROI E TOMBE (1963) è un’altra opera-mondo tipicamente sudamericana, argentina per la precisione.

  2. carmelo scrive:

    l’articolo è bello e appassionato. Ha il merito inoltre di andare al di là delle solite recensioni entusiate ma di scarso contenuto, ma rileva giustamente il carattere frattale, transgenere e ipertestuale dell’universo bolaniano.

    Vorrei dire inoltre che Cortazar si ma non solo Cortazar.
    Bolano era inclusivo, la scrittura di bolano funziona come i buchi neri, assorbe ed include tutta la tradzione latinoamericana, come dice bene Alan pauls
    http://www.nazioneindiana.com/2010/09/21/roberto-bolano-linsopportabile/

    http://www.nazioneindiana.com/2010/09/23/roberto-bolano-linsopportabile-2/

    o Javier Cercas

    “”"”Bolaño non fu in alcun modo ( salvo in alcune intemperanze dell’ultima ora) un detrattore del boom, quanto precisamente il suo continuatore più disciplinato: il suo lavoro non solo è inimmaginabile senza una lettura sottobraccio di Borges, ma neanche senza la trasparenza colloquiale della prosa di Cortàzar, o senza le astuzie narrative e le architetture romanzesche di Vargas Llosa, senza dubbio il romanziere in vita, in lingua spagnola, più ammirato da Bolaño, e uno di quelli che assimilò con più attenzione”"” javier cercas
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/07/print-legend.html

    Tuttavia devo rilevare una inesattezza.
    Non è assolutamente vero che Bolano ha “scritto in poco più di un decennio uno stupefacente numero di libri” come dice Lagioia.
    I libri sono stati pubblicati in poco piu’ di un decennio, ma erano in gestazione da oltre venti anni.

  3. carmelo scrive:

    @Enrico Macioci
    dice alan pauls:
    Per me ci sono due Bolaño: uno è quello che chiude, in qualche modo, i lciclo del grande romanzo latinoamericano, e in questo senso, I detective selvaggi è un po’ il romanzo che chiude; e dopo c’e’ l’altro Bolaño, che è quello di 2666, che secondo me è qualcuno che apre qualcosa.

    la generazione degl iscrittori latinoaerican ipost boom è molto vivace e interssante; a caso si posson ocitare alan pauls, juan villoro (bellissimo i colpevoli tradottto l’anno scorso) mario bellatin, rodrigo rey rosa, neuman, serna, r.fresan, e tanti altri. peccato che gl ieditori nostrani tranne qualcuno, se l ilascino sfuggire

  4. Eugenio S. scrive:

    In uno scambio di mail con Carmelo scrivevo del merito di questa riflessione di Lagioia. Anche se non si è creato un vero dibattito, mi sembra giusto riportarlo qui, anche perché forse è proprio da i non-bolanisti (e i non-bolanomani) che ultimamente stanno uscendo le cose più interessanti:

    ho riletto l’articolo di lagioia. Vedi: non c’è bisogno di conoscere tutta la letteratura critica su bolano, anche perché è ripetitiva ed è ormai (almeno in latinoamerica) in fase di stallo (penso che il futuro siano gli USA…ahimé… ma ben venga!). Il libro della Bolognese (http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/10/pistas-de-un-naufragio-chiara-bolognese.html )
    è una buona summa di ciò che si è ampiamente detto. Ma per esempio tutto il suo collocare Bolano in un orizzonte posmoderno è da lei teoricamente molto poco fondato e non va al di là di un’operazione “compilativa” del tipo: personaggio outsider: via di citazioni dai romanzi; nonluoghi: via di citazioni dai romanzi. Tempo polverizzato… spazio…. e a dir la verità senza grande conoscenza teorica di ciò che il marasma dei filosofi e critici del posmodernismo hanno teorizzato negli anni…
    La Espinosa è più rigorosa per esempio.. è una deleuziana e scrive di bolano conseguentemente.

    http://www.archiviobolano.it/bol_2666_espinosa.html

    Io non sarei molto d’accordo, cerco un’altra strada, ma tant’è.

    Lo sforzo di Lagioia è quello di uno che da anni legge i postmoderni e da anni si chiede da che punto salire da un circolo… in bolano trova una via… non lo approfondisce, ma mi apre più strade di moltissimi altri…

    esempio:
    dal momento che noi, fratelli minori di Bolaño, sentiamo il rischio di un altro tipo di scomparsa (il timore di essere cresciuti in un totale vuoto esistenziale ideologico estetico civico spirituale, e di poter essere riconsegnati da un momento all’altro a questo vuoto per sempre, di non essere cioè abbastanza in gamba o fortunati da evitarlo) ecco che Roberto Bolaño all’improvviso diventa un confidente più attendibile di tanti grandi scrittori della contemporaneità con cui ci siamo accompagnati negli ultimi anni.

    La seconda spiegazione ha a che fare con la circostanza che romanzi non tradizionalmente realistici come 2666 o I detective selvaggi segnano contemporaneamente la fine del postmoderno, o perlomeno di quel postmoderno convinto che il mondo in cui viviamo – per quanto oggetto di analisi e di critiche nonché fonte di infelicità e isteria per chi lo popola, cioè tutti – sia appunto l’unico possibile, o meglio non nasconda nulla sotto o sopra si sé per il solo fatto di essere l’unico visibile. Insomma… il vero limite che rischiano di mostrare i pur robustissimi romanzi realisti come quelli di Philip Roth, la vera dannazione di scrittori iperconsapevoli come David Foster Wallace (e, nello stesso tempo, il motivo per cui tra gli statunitensi reggono ancora molto bene i figli dei narratori biblici come Joyce Carrol Oates e Cormac McCarthy) consiste nell’incapacità direi anche programmatica (nel caso di Roth, orgogliosamente programmatica) di vedere, sotto la superficie del mondo su cui scivoliamo sempre più velocemente, un mondo infero in cui avventurarsi per ritrovarsi finalmente faccia a faccia col Minotauro di questi anni. Un’incapacità che non aveva Conrad quando metteva Marlow faccia a faccia con Kurtz; e non aveva Melville, quando faceva la stessa cosa con Achab e Moby Dick; e non aveva Faulkner, quando ne L’urlo e il furore ci accompagna per esempio tra gli abissi della mente di Quentin, il quale, prima di suicidarsi, desidera di bruciare nel punto più basso nell’Inferno insieme a sua sorella Caddy; e non aveva Philip Dick e non ha (per arrivare all’oggi) un regista come David Lynch, in grado di accompagnarci (il mondo infero che da sempre regge il Sunset Boulevard) tra i demoni del Club Silencio…. ecc.

    E’ questo approccio comparatista che è utile cercare… poi lui non lo sviluppa, però non gli si può chiedere chissà che… mi sembra più interessante di ciò che scrivono molti bolanisti che ormai ripetono sempre le stesse cose..
    Rizzante è un altro che apre strade interpretative, ma ancora non le ha sviluppate…

  5. Piero scrive:

    Ottimo, questo pezzo: senza ghrigori, stretto ed essenziale. Invoglia. In effetti Bolaño è un invito a spalancare, non a chiudere.

  6. carmelo scrive:

    @eugenio
    nella tuo post tocchi molti argomenti e forse mi attribuisci affermazioni in cui non mi riconosco.
    Gli argomenti che sviluppi sono inetressanti e questo mi spinge a rispondere immaginando che possa essere di inetresse comune approfondire i tem idell’opera bolaniana;

    1) non ho mai affermato che per scrivere di Bolano bisogna conoscere tutta la letteratura critica; ho semplicemente rilevato con garbo che non è vera l’affermazione secondo la quale Bolano ha scritto la sua opera nll’ultimo decennio della sua vita.
    Al riguardo non posso non notare come, specie negli USA, Bolano sia stato prima mitizzato e poi mistificato, fino al punto che uno scrittore che pure lo ama come Jonatam Lethem ha preso per vera la notizia falsa (circolata per oltre un anno e avvalorata dai media USA e inglesi piu’ prestigiosi) che Bolano era tossicodipendente. [ http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/02/bolano-falsificato.html ]
    O per stare al nostro paese, trovo poco serio (direi post-moderno) come un blog letterario curato da critici che scrivono sui nostri quotidiani, abbia tradotto dall’inglese una racconto (William Burns) spacciandolo oper inedito, mentre lo stesso è stato pubblicato in Puttane assassine del 2002. [ http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/06/william-burns-cronaca-di-un-inedito.html ]
    Questi fatti mi fanno pensare come la velocità e la ridondanza che caratterizzano la nostra condizione, ci inducono a scrivere a volte con molta leggerezza e poca serietà.
    Non vogli ocerto accusare Lagioia di scarsa serietà, anzi ammiro il suo impegno e la apssione che infonde in cio’ che scrive, ma non posso far finta di non vedere che la citazione di Bolano non è propriamente corretta. Ciò significa che quella citazione verrà replicata milion idi volte sulla rete, e verrà data per vera, pochi saranno in grado di risalire alla fonte testuale e cio’ dara modo a chi la utilizzerà di storpiare oltremisura il testo.
    Il libro della Bolognese tanto per cominciare, e tu ne convieni, ha il pregio e il merito di aver tentato per la prima volta un’analisi completa ed esaustiva dell’opera di Bolano, e lo ha fatto con il rigore filologico che si richiede a una studiosa.

    2) Io andrei cauto con le etichette: non condivido affatto la tua affermazione secondo la quale la Bolognese colloca Bolano in un orizzonte post-moderno, a meno che tu non mi spieghi che cosa intendi per post-moderno. Se in tale corrente collochi Bauman Roger Bartre e Marc Augè, le cui analisi sono in qualche modo utilizzate dalla Bolognese (ma non solo da lei anche da Patricia Espinosa, critica cilena che tu citi e che ha pubblicato un’ottima raccolta di saggi su Bolano nel 2003), nè a mio parere si posson collocare nell’ambito della definizione (giustamente negativa) che Lagioia da di “post-moderno” in questo testo.
    Diciamo che la Bolognese con rigore filologico rintraccia nell’opera di Bolano tematiche sviluppati dai piu’ importanti pensatori contemporanei.
    La prima parte dell’articolo di Lagioia non fa altro che riprendere sia pure in modo sommario e veloce questi temi, che – questi si – sono stati ampiamenti sviluppati dalla critica latinomericana (un nome per tutti: Ignacio Echevarría).
    Il tema della marginalità cui Lagioia accenna nel suo articolo, mi pare che venga sviluppato con molta lucidità nel libro di Bolognese e, ripeto, con i lconsueto rigore filologico.
    Non ho finito di leggere il libro e quindi non oso giudicare senza aver letto (come usano fare molti critici), ma mi sento di dire che è un libro utile agli studiosi e ai lettori di Bolano, perchè scritto con rigore e con passione e perchè allo stato non è stata tentata un’impresa analoga. Onore a Bolognese, giovane studiosa che con pochi mezzi è riuscita a compiere questa impresa. Sono pochi, pochissimi i geni, coloro cioe’ che inventano il nuovo e ame non pare che la critica su bolano abbia detto fin ora cose sorprendenti. Anzi le cose piu’ intelligenti le hann odetet gli scrittori (in Italia M.Rizzante) eh guarda caso i traduttori (Morini, Raul schenardi e Ilide Carmignani) che hanno scoperto Bolano già all’inizio del secolo. E purtroppo sono diventati pochi gl istudiosi che lavorano con serietà e rigore, che si preoccupano di dire le stesse cose ma in modo nuovo e utile per tutti.

    3) Non condivido l’eccessivo peso che Lagioia attribusce a Cortazar, non minore è l’influenza di Borges o di Vargas LLosa o di Melville, Mark Twain, i poeti francesi, Pitol, la letteratura poliziesca… tutto questo non lo scopro io che pure ne avverto la presenza quando lo leggo. E non occorre che mi metta a citare. Per chiudere con la tradizione letteraria latinoamericana (ma non sol oquella) bisogna fare i conti con tutta quella tradizione e mettere insieme esperienze che prima di bolano erano state sempre contrapposte.
    E’ questo il tratto piu’ innovativo di Bolano scrittore famelico, che fagocita tutto e non lascia fuori niente un buco nero che distrugge un universo in decomposizione e ne crea uno nuovo, con cui tutti dovranno i conti.

    4)Condivido molto invece l’affermazione di Lagioia quando afferma

    “da un parte la crisi …..ci porta a empatizzare con dei veri outsider, dei perdenti fatti e finiti come sono molti personaggi di Bolaño. Abbiamo l’impressione, cioè, che questi ultimi riescano a capirci meglio di quanto possa fare uno Svedese uscito da Pastorale americana, il quale, per quanto si trovi ad avere la vita distrutta, è comunque un integrato quale noi rischiamo di non essere più.”

    Su questo tema vorrei dire molte cose e magari siccome già il testo è lungo se la redazione avrà la apzienza di pubblicarlo, provero a dirlo in seguito (sempre che non appaia noioso)

  7. carmelo scrive:

    chiedo scusa a tutti i lettori
    Williamo Burns fa parte della raccolta “Chiamate Telefoniche”, pubblicata in spagna nel 1997 ed in Italia nel 2000, da Sellerio, traduzione di Maria Nicola (pag 135).

  8. Eugenio S. scrive:

    Carmelo, scusami ma non ho molto tempo per rispondere.
    Non so se sai che il libro della Bolognese è una rielaborazione della sua tesi di dottorato che s’intitola “Temas posmodernos en la obra de R.B.”.
    Bauman e Augé non saranno apologeti della postmodernità, ma sono rispettivamente un sociologo e un antropologo della postmodernità. Non entro nel merito dell’annosa questione. Ma dire questo significa assumere il presupposto di un cambio di paradigma, cambio che, dunque, è assunto dalla Bolognese.
    Il libro non mi sembra per niente “esaustivo” come dici tu. E’ per l’appunto critica tematica (una critica tipica della letteratura comparata e… della postmodernità… vedi il decano Ceserani). Io, mi spiace, ma a livello interpretativo non ci vedo molto nel libro pur “appassionato” della Bolognese. Si limita a fare una lista di “temi postmoderni” presi da Bauman, ma non discussi teoricamente e poi ci introduce tutte le citazioni che riesce a trovare da tutta la bibliografia bolanana. Questo per me è forzare il testo, teoricamente e interpretativamente, perché il testo reagirà sempre a un approccio del genere! Il libro è utile per uno studioso. Credo che per uno che non conosce Bolano, invece, lo etichetta eccome… proprio perché il libro è costruito per etichette (se hai letto Bauman, nei suoi libri c’è un livello di profondità interpretativa un po’ più alto… ma allo stesso tempo BAuman è anche pericoloso, perché permette una sempificazione categoriale del fenomeno – con tutto questo insistere sulla liquidità, l’incertezza ecc.).

    Io invece condivido Cortazar come primo – non unico! – referente bolanano quando ci si avvicina – da critici – a Los detectives salvajes (non a TUTTA l’opera di Bol.). Dico da critico, perché non mi interessa entrare nella testa dello scrittore e nelle sue intenzioni. Io lavoro su un testo.
    E tutto il lavoro fagocitante tanto tipico del romanzo come genere ha un referente fondamentale in Rayuela, proprio perché, se hai letto Rayuela, anche questo intenta fagocitarlo tutto, destrutturare le forme, attivare lo spirito critico e interpretativo del lettore ecc. Non solo: Rayuela è costruito e rappresenta molteplici spinte investigative sotto molteplici aspetti. Insomma, si pone, così come farà Los detectives nela tradizione del romanzo della Ricerca.
    Credo Bolano superi in questo lo schema di Rayuela per un motivo molto semplice. Con Los detectives succede una cosa geniale: la Ricerca di Horacio in Rayuela (genitivo soggettivo) si ribalta nelle ricerche (plurale!) di Belano e Lima (genitivo oggettivo)… moltiplicando e decostruendo quell’assolutismo a cui la Ricerca induce pericolosamente… Credo che Rayuela è uno dei referenti centrali da questo punto di vista. Ma Moby Dick ne è un altro. Vale lo stesso discorso però. La tradizione è quella. E come benissimo dice la Espinosa, Bolano parodia la civiltà dell’enigma, della ricerca assoluta e metafisica e la pluralizza.

    E’ da qui – abbandonando quelle maiuscole: anche e soprattutto politiche… – che sorge la riccheza di ogni singolo frammento, di ogni voce, di ogni personaggio non-integrato, come dice Lagioia, e non integrato nemmeno nel Romanzo!!

    L’intervento di Lagioia m’interessa, ripeto, in un contesto comparativo, per lo sforzo che invita a fare di messa in relazione di Bolano nel contesto mondiale del romanzo contemporaneo. Cosa che – almeno in America Latina – non si sta facendo. Suppongo che negli Stati Uniti, invece, sì.

  9. Eugenio S. scrive:

    PS1: è ovvio che il referente comune di Cortazar e Bolano è papà Borges. Ma questi due si sono chiesti come far esplodere romanzescamente Borges…
    PS2: per 2666, proprio perché Los detectives come si dice spesso “chiude” con quella radizione, il discorso è un altro… credo che la grandissima sfida interpretativa è proprio posta da questo romanzo, abnorme, inetichettabile incollocabile. Quali sono le referenze di questo romanzo? Io non mi rivolgerei quasi più all’America Latina… boh… grande enigma…
    PS3: Lagioia cita Conrad. Cuore di tenebra è fondamentale per Bolano (non per lui, forse, per noi cerchiamo di capire) e proprio all’interno della destrutturazione della narrativa della Ricerca… forse perché il male è l’entità decostruttiva per eccellenza…?

    non sarebbe male sapere cosa pensa Lagioia.

    un saluto

  10. carmelo scrive:

    caro eugenio
    conosco bene e apprezzo la tua preparazione e le tue competenze, le tue osservazion mi fanno riflettere e mi spingono a replicare, cercando di esprimere la ragione delle mie critiche, o forse la passione che muove il mio pensiero, che è il pensiero di un lettore. Ma prima vorrei concludere, o tentare di concludere, le mie osservazioni riguardo all’articolo di Lagioia, il quale articolo se spinge alla riflessione e al confronto, perciò stesso assolve al suo compito. Mi scuso per la fretta con cui scrivo, rubo il tempo alle incombenze quotidiane

    Vorrei partire dalle mie disordinate letture per poi tentare di dare un senso alle mie disordinate riflessione.

    Farinelli in un recente articolo su letetra internazionale afferma:

    …l’antropologia odierna .. considera il soggetto non più espressione di un campo delimitato. ma piuttosto di una serie di localizzazioni mutevoli, non più il prodotto di una situazione statica ma di un processo dinamico: attore, insomma non più interno a un ambito circoscritto da frontiere, ma una zona di contatto più o meno estesa, composta da relazioni, interazioni e comportamenti temporanei e interconnessi, di solito fondati su rapporti di potere radicalmente asimmetrici, cioè disuguali, e su limiti fluidi e mobili ”
    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/09/il-declino-dello-stato-territoriale.html

    In quell’articolo Farinelli spiega che staiamo assistendo alla crisi del dello

    “Stato territoriale moderno centralizzato dello Stato così come noi oggi lo conosciamo appunto fondato sulla paralisi ideale dei sudditi, sulla supposta staticità, cioè immobilità, dei suoi abitanti”

    Lo stato che si fonda sul “modello prospettico lineare” o, più in generale di quella che lui definisce “la ragione cartografica” che a suo dire ha comportato, “per la cultura occidentale e per i suoi modelli ideali la riduzione all’immobilità del soggetto”.
    Il senso del pesniero di Franco Farinelli è che i nostri modelli di pensiero sono in crisi, insieme allo “stato teriitoriale moderno” che quei modelli hanno fondato.
    A partire da questa affermazione in una conferenza, Farinelli spiega come oggi la letteratura possa svolgere un ruolo importante nella lettura e comprensione della realtà

    Massimo Rizzante, docente di letteratura comparata, critico e poeta, in uno dei suoi scritti critici afferma:

    Per quanto non possegga alcuna certezza su quello che scrivo, mi sento di dire che i miei versi tendono a una storia e a una geografia molto ampie. La mia poesia ambirebbe a coniugare il colloquio con il passato – riuscire a descrivere un orizzonte dove tutto il passato è presente – all’«investigazione dei luoghi», a una sorta di scoperta poetica dei luoghi, che è spesso scoperta di voci poetiche. Ciò significa da una parte mettersi in una prospettiva storicamente millenaria e per forza di cose escatologica (esiste una poesia non escatologica?), dall’altra rinunciare a scavare dentro la miniera della sola tradizione italiana, atto che comporta molti rischi, non ultimo quello dell’eclettismo. Imitazioni, omaggi, traduzioni, commenti posti all’interno di un’opera poetica hanno per me proprio questa funzione: estinguere quel ridicolo monarca chiamato io, estinguere quella specie di monarchia chiamata letteratura nazionale….

    http://rassegnastampabolano.blogspot.com/2010/10/la-poesia-di-massimo-rizzante.html

    finisco con le citazioni (la tentazione di citare roger bartra è forte ma non conoscendolo ancora molto bene mi astengo) riportando una breve e illuminante frase di Patricia Espinosa:

    Bolaño ribadisce il contrappunto tra il razionalismo e un’altra logica (il trans-razionalismo) per affermare che esiste una modo diverso di affrontare e comprendere il reale. Tutti i personaggi di 2666 si vedono in qualche momento costretti a modificare bruscamente il corso della loro vita; c’e’ sempre un momento che li porta ad entrare in un territorio differente da quello abitato nella loro quotidianità.
    In altre parole, ogni personaggio si trova a doversi confrontare con un punto di fuga che lo de-territorializza, che lo rende un’altra persona, senza dargli la possibilità di raggiungere un nuovo territorio.

    http://www.archiviobolano.it/bol_2666_espinosa.html

    Tutti sanno che Bolano all’età di 15 anni emigra con i suoi genitori in Messico. Si badi bene, Bolano emigra, ovvero è costretto ad ababndonare il suo paese per ragioni economiche. Bolano non avrà mai lo status (e “i privilegi” che pure ne derivano) di “esiliato”, condurrà sempre una vita ai limiti della sopravvivenza, con i problemi pratici che un emigrato doveva affrontare negli anni 70-80.
    All’età di 16 (sedici) anni e mezzo abbaondana la scuola e inizia a confrontarsi e scontarrsi con i libri.
    Bolano cioe’ è un autodidatta, sradicato in terra straniera. Bolano non paura e si confronta con quella che R.bartra definisce la “otredad” (essere altro o alterità). Non segue nessun modello nessun canone, nessuna griglia interpretativa. Si preoccupa di leggere, leggere, e non finire mai di leggere, seguendo il caso l’intuito, e soprattutto non rinunciando a vivere, anzi confonde la vita con la letteratura. Bolano cioe’ segue i canoni di una “universidad desconocida”.
    Bolano è dunque un soggetto mobile nella vita come nella letteratura. Non ha modelli da seguire, nè ha paura dell’altro (ovvero quelli che Lagioia definisce outsider), Bolano è un detective selvaggio indaga la realtà come un detective, in modo cioè abduttivo se posso permetetrmi di usare questa astrusa parola.
    Bolano anticipa la disgregazione della nazione, intesa come lingua, come stato, come mercato e anche come cultura. La mia patria sono i libri e il mio passaporto la scrittura.
    Vive direttamente l’orrore delle dittature latinoamericane, a cominciare da quella cilena, e il fallimento di un’intera generazione che aveva sognato la rivoluzione (“Nuestra ética es la Revolución, nuestra estética la Vida”), e il fallimento dei movimenti rivoluzionari, l’orrore dell’assassinio di Roque Dalton, ad opera dei suo istessi ocmpagn i rivouluzionari. A partire da questo fallimento e da queste sconfitte, costruisce la sua poetica, anzi costruisce il suo universo (e qui diro’ poi a eugenio, che i mondi si possono confrontare ma gli universi no).
    L’universo di Bolano sfugge a ogni legge o modello o canoni fin ora conosciuti. Per questo quando si parla di Bolano si rischia di essere banali.
    Attorno a cosa gravita l’universo Bolaniano ? secondo molti, secondo me attorno al male. Cito ancora Patricia Espinosa che come dice eugenio è lucida nelle sue analisi:

    Verso la fine della parte di Fate, il narratore riferisce : “Fate ricordò le parole di Guadalupe Roncal. Nessuno presta attenzione a questi omicidi, ma dentro c’è nascosto il segreto del mondo”. [p 431] I crimini, o il male, sembrano essere ignorati. Il male circonda la materia, convive con essa in maniera quasi naturale. Fate, in ogni caso, ha la certezza che nel male si “nasconda il segreto del mondo”. Un segreto che nessuno cerca di scoprire, un segreto che opera mediante la dispersione e dove l’origine, o la causa ed i suoi effetti si perdono nell’indifferenza. Bolaño in 2666 realizza una cartografia del male, fa comprendere e rende visibile le sue tracce, i suoi spostamenti. Nel male si celerebbe il segreto del mondo, un segreto che in questa epoca, che potremmo definire tardo-moderna, nessuno vuole scoprire o svelare.

    Io vorrei dire che Bolano con 2666 apre una porta al terzo millennio. Intanto ci mette in guardia dal seguire i modelli di pensiero e le griglie interpretative (con tutti gl iismi che volete), magari eleganti, che di sicuro producono successo, carriera, status e soldi, ma che finiscono nel nulla, come per l’appunto i critici di 2666, e non vedono. ma proprio non vedono la realtà.
    In secondo luogo esprime tutte le inquietudini, gli incubi, le paure e i deliri di chi avverte i mali del mondo e non si rassegna alla falsa razionalità geometrica dominate:”L’azione di Amalfitano è un atto di resistenza nellimite, che segna i confini dell’arte e della vita” come dice P.Espinosa che aggiunge:

    La relazione di Amalfitano con il libro è la stessa che Bolaño ha con la letteratura. La geometria, o la razionalità, che impara dalla vita, o dalla finzione necessariamente correlata con l’esperienza vitale, a rischio anche della morte [cit]

    Ma se il destino dell’artista è “Un viaggio che non ha origine ne destinazione” un “allontanamento da ciò che definisce come “logica e buon senso” perchè “non c’è detenzione possibile, messi in cammino non resta che muoversi, malgrado la minaccia della pazzia” [Espinosa], Fate

    “E’ un tipo duro, che sembra lasciarsi trasportare dalla vita, che però non smette di immischiarsi in essa. Non guarda le cose da fuori, si intromette nell’oscurità di Santa Teresa, ed anche il male lo circonda…….Il suo territorio vitale è quello della coscienza che prende come condizione fondamentale le cose pratiche, la vita come “un buco che bisogna riempire”, slegato da cio’ che definisce come sacro in quanto assenza o mancanza. Qualcosa di cui il testo viene incaricato di nascondere, o lasciare nello spazio dell’indeterminato.”

    Bolano, guarda la realtà con gli occhi di Amalfitano e riesce e vaderla, Santa Teresa prefigura in qualche mondo quello che sarà la città che vivremo dopo la disgregazione dello stato. Santa teresa rappresenta la natura extra-terriotriale del mercato, che non obbedisce piu’ alle leggi dello statio, che si libera di ogni vincolo sociale, spostando in tempo reale capitali, riproduce lo sfruttamento laddove è consentito, pagando le operaie delle maquilladores 2 dollari al giorno. Santa Teresa è il luogo dove il transito dove si puo’ vedere nella sua nudità il transito delle merci illegali ( i migranti clandestini e la droga), affidato a organizzazioni criminali ma i cui volumi (circa 35 miliardi di dollari all’ann osi dice), vengono tranquillamente immessi nell’economia cosiddetta legale.

    Ecco perche’ trovo interessanti le riflessioni di Lagioia che citavo, perchè vanno nella direzione giusta, avvertono la necessità di buttare a mare i modelli ottocenteschi di interpretazione della realtà, di spostarsi dal centro verso il margine, prendere le distanze dalla nazione (che non esiste piu’) e dall’io come dice Rizzante, e tentare strade nuove usando il metodo dei detective magari un po’ selvaggi. perche’ alla fine la letteratura:

    ” non significa scrivere bene, perché questo lo può fare chiunque, e neppure scrivere meravigliosamente bene, perché anche questo lo può fare chiunque. Allora, che cosa è la qualità della scrittura? È quello che è sempre stato: essere in grado di cacciare la testa nel buio, essere capaci di saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è essenzialmente un mestiere pericoloso “.

    beh se non ho sfinito rispondero’ con calma a eugenio un’altro giorno.

    mi piacerebbe se rizzante e se farinelli e anche lagioia partecipassero a questa frettolosa discussione

  11. achille c. scrive:

    Mi è piaciuto molto l’articolo di Lagioia. Credo che l’inabissarsi e il riemergere siano due immagini chiave per interpretare la narrazione di Bolaño. Non ricordo chi ha scritto a proposito del pensiero di Heidegger (non è un vezzo, proprio non mi ricordo dove l’ho letto…), che è paragonabile a un sottomarino che ti porta in profondità e poi riemerge in superficie all’improvviso, in una zona impensata. Il viaggio che possiamo fare insieme ad Arcimboldi, a Belano, a Marlow, a Quentin, ci conduce fino all’infimo luogo dell’universo, a guardare in faccia il minotauro; ma il punto è proprio dove risaliremo in superficie, cioè in che modo avverrà la combustione tra quella visione e la sostanza della nostra vita presente, del nostro mondo quotidiano. “se l’occhio ha una visione spaventosa, lo spirito s’arresta e sta sospeso”: il fatto è che il nostro riemergere dipende da questa sospensione, grazie alla quale gli “incubi ad aria condizionata”, il “benessere”, gli “psicofarmaci”, “la competizione sfrenata”, “il terrore di fallire”, “il funzionale ufficio della multinazionale”, ecc. possono di colpo apparirci nell’istantanea del loro orrore senza speranza. E forse quell’istantanea è la nostra unica speranza, la nostra sola possibilità di confrontarci con queste cose nella loro vera realtà, spezzare l’incantesimo che ci fa prigionieri di esse. E magari agire, nella realtà, non soltanto con la fuga seguita dall’inevitabile ritorno all’ordine, “il vano andare che ama il garrulo ritorno”, il soggiorno turistico che è l’esatto contrario del viaggio per perdersi di Lima e Belano. Certo questa non è un’azione razionale, e come potrebbe essercene una davvero salvifica, se la razionalità, il ragionamento coincidono con la violenza?
    Scusate se non sono stato abbastanza chiaro, era un po’ di tempo che avevo tralasciato Bolaño. ciao

  12. carmelo scrive:

    @eugenio
    a rischio di farmi licenziare ti rispondo cercando di essere breve ed essenziale
    - come lettore non m iinteressa oltremisura etichettare gli autori; se mi aiutano a riflettere e capire sonobuoni postmoderni o meno; definire in modo larvatamente spregiativo bauman un “sociologo” mi sembra un po ‘riduttivo, ma tant’è.
    - Il libro della Bolognese, intanto non si riduce ad una semplice citazione degli autori che tu dici e che insieme a Bartra vengono richiamati da Roberto brodsky nell’introduzione. La Bolognese è una studiosa seria e rigorosa e dimostra di aver letto e bene l’opera di Bolano e la letteratura critica di Bolano. Bravo è come dice il sottotitolo, una “cartografia di Roberto Bolano” di cui sentiva la necessità e la Bolognese assolve egregiamente questo compito. Non capisco il tuo disprezzo nei confronti di chi svolge un’attività anche tassonomica, indispensabile in ogni disciplina, molto piu’ utile di chi pretende di scoprire ogni giorno la pastasciutta scopiazzando i francesi o il teorico del momento.

    - le riflessioni che fai su Cortazar sono molto interessanti e rivelano la competenza che ti ho sempre riconosciuto.
    Ma, utilizzando i tuo istessi argomenti, potrei dire che sono banali, anzi banalissime, e vengono ripetute da 15 anni.
    Tu cioe’ ritorni indietro, al canone pre-bolano, che voleva la letetratura latinoiamericana attarversata da tradizioni tra loro inconciliabili (al riguardo basterebbe la taglente risposta di Bolano alla Boullosa per capire come bolano abbia completamente scardiinato questo canone)
    Insisto sulle semplici e profonde parole di Alan Pauls che tu liquidi come banali ma che invece sono il punto da cui bisogna partire per capire L’universo Bolano.

    E nello stesso tempo, mi ha sempre colpito che questo aspetto di Bolaño, questo aspetto da lottatore, bellicoso, provocatore, mi sembra che fosse in contraddizione con il tipo di letteratura che faceva, che è precisamente una letteratura estremamente inclusiva. Non credo che la letteratura di Bolaño sia una letteratura che espella qualcuno, neanche i suoi nemici. Anzi, mi da l’impressione che in tutto ciò che scrivesse, aveva la pretesa di annettersi qualsiasi cosa. Non solo generi, non solo tradizioni, non solo pubblico, ma perfino nemici. Allora, in ciò c’e’ qualcosa che mi è sempre sembrato significativo: qualcuno che scrive un’opera estremamente coloniale, imperiale, nel senso di un’opera che cerca sempre di conquistare territori sconosciuti, anche quando gli sono ostili; anzi, soprattutto quando gli sono ostili.

    Nellintervista di raul schenardi del maggio 2003 (fondamentale secondoi me), subito dopo bolano chiacchiera con il critico e in pochi minuti smonta l’aleph di Borges e spiega come utilizzare borges per scrivere un romanzo.
    dice tra l’altro bolano:

    …..Vale a dire che racconta una storia, o due storie, ma racconta anche come si costruisce una storia o qualsiasi storia…..
    http://www.archiviobolano.it/bol_int_schenardi.html

    Insomma come afferma Franz Carlos, Bolano costruisce un universo,
    http://www.archiviobolano.it/bol_criti_franz.html
    prende cioe’ tutto quello che c’era prima lo mette insieme e crea un nuovo universo.

    - non è vero come tu dici che la critica latinoamericana non ha tentato di indagare il rapporto di bolano ocn la letetratura europea. La Espinosa che tu citi come modello, lo fa spesso e con profondita’ e competenza. Basta legegre il saggio che h osopra citato.
    La tua propensione verso i critici USa mi mette in guarda dal pericolo che corri, nella tua ansia interpretativa, nella tua eccessiva fiducia verso i francesi, di ridurre l’opera di bolano a un cadavere per poi selezionarla con il bisturi sofisticato delle categorie piu’ di moda.
    Questi critici che passano il 90% dei loro studi a leggere i libri di teoria della letteratura e il 10% i libri che vorrebbero sezionare.

    Milan kundera, nell’introduzione al libro di Massimo Rizzante l’albero dice:

    ricevo spesso da parte di studenti o dottorandi tesi e tesine sulle mie opere. Lo affermo in tutta sincerita: resto sempre piacevolmente sorpreso dal loro livello di analisi, erudizione, intelligenza. Soltanto dopo un po ‘di tempo m iaccorgo del loro comune difetto: quei lavori eruditi e intelligenti son otutti uguali, quasi fossero stati pensati da un unico cervello sovraindividuale, collettivo

    e dice ancora che la qualità di un saggio letterario:

    si riconosce da quello che non c’e':, ovvero:una terminologia destinata agl iesperti, una griglia interpretativa comune a un’armata di specialisti….; la scelta di argomenti che, grazie, a un tacito accordo collettivo, meritano o meno un certo interesse

    Mi auguro anzi ne sono certo che tu non faccia parte di questa di anatomo patologi che pretendono di “decostruire” e sezionare un cadavere, che vanno di moda per qualche anno nelle universita’ e poi finiscono nella spazzatura.

  13. minimaetmoralia scrive:

    Scusate, non re-intervengo solo perché sto seguendo le cose – veramente molto interessanti – che state scrivendo. Magari è necessario prima metabolizzarle, per me. Vi ringazio molto per questi contributi.
    Nicola

  14. Enrico Macioci scrive:

    A me pare che la grande novità che apporta Bolano, dopo il cosiddetto postmoderno, è l’urgenza del “religioso”, ovvero l’urgenza d’un respiro altro, d’una dimensione copresente alla nostra ma che non è (solo) la nostra. Questo lo rende profondamente diverso dalla grande, a tratti grandiosa narrativa nordamericana che sta dominando la letteratura odierna e che va da Barth, Pynchon, Roth e DeLillo fino a Ellis e Foster Wallace – e che a mio avviso sta segnando un po’ il passo a un livello proprio antropologico. Cioè: una destrutturazione, un’ironia o un nichilismo a oltranza non ci servono più, sentiamo il bisogno d’ampliare la nostra coscienza del mondo, di spalancare di più le nostre narici psicologiche, di tirare un bella boccata d’aria. Bolano in tal senso – se mi sono spiegato – costituisce un formidabile stimolo e una possibile risposta; 2666 è in un certo senso un libro biblico, un libro anche disperante ma in cui si può “credere”.

  15. L’articolo di Lagioia mi è piaciuto molto, in primis perché si sgancia da una certa tendenza narcisista che più volte ha accompagnato la critica bolanana. Sono reduce da una demoralizzante traduzione di un articolo scritto da Patti Smith, la quale, con notevole mancanza di buon gusto, omaggia Roberto B. permettendo a suo figlio Lautaro di accompagnarla sul palco con la chitarra. La tendenza di cui sopra appartiene – ahimé, troppo spesso – ad un certo filone critico americano: scrittori, redattori, giornalisti, troppo impegnati a ergere totem letterari per cercare un filo conduttore che conduca al punto. Un esempio è proprio riportato da Carmelo: Lethem rivede in RB un nuovo Sid Vicious, contribuendo a diffondere la leggenda di un Bolano tossicodipendente. La Smith, dal canto suo, si dichiara orgogliosamente “vicina” a RB soltanto per il fatto di aver letto “La letteratura nazista in America”…

    Se questi esempi possono esser visti come singoli casi isolati, è indubbio che l’intera opera di RB meriti ancora qualche (!) lettura prima che il suo autore diventi un intoccabile astro letterario. A questo proposito Nicola Lagioia cita – con mio enorme gaudio – Foster Wallace, altro triste talento post-qualcosa. “Infinite Jest” è un altro romanzo che “chiude”, a cui non è difficile associare – anche per mole – “I detective selvaggi”. L’intuizione di romanzo di chiusura credo sia di Alan Pauls, come anche la definizione, riguardo a “I detective…”, di romanzo post-Anni’70. Credo possa essere un ottimo indirizzo per comprendere meglio l’urgenza di Bolano.

    Azzardando – ma neanche troppo – direi che la genesi di “I detective…” e di 2666 non sia dissimile. Si parla di letteratura “morta”, di nature morte, di scene – artistiche e umane – e di scenari – politici e sociali – morti. Sfatando un altro mito, ovvero quello che vede Bolano scrivere i suoi libri solo negli ultimi anni della sua vita, si potrebbe leggere allora l’intera produzione come un “gioco del mondo” alla Cortazar – come diceva Enrico. Tuttavia – e sto proprio lavorando in questi giorni su questo – credo che un’affinità vada cercata più “vicino” a noi, un’affinità che Bolano stesso confessa attraverso l’ammirazione per il nostr(ano) Giorgio Manganelli, abile equilibrista di “corpi morti” e labirinti alla Borges.

  16. Andrea F. scrive:

    Letto tutto d’un fiato l’articolo di Lagioia, appassionato ed intenso. Mi ha colpito il confronto coi postmoderni, che però avrei preferito più sul piano del senso delle loro opere (fra tutti quella di David Foster Wallace) e non solo su quello della loro tecnica.
    Tempo fa in un forum online organizzammo la lettura collettiva di Infinite Jest e, qualche mese dopo, di 2666. La scelta dei due libri era sta abbastanza casuale, ma alla fine della lettura del mastodonte di Bolaño tra i commenti intorno ad esso ci fu una brillante interpretazione e intuizione di uno del gruppo che disse che sentiva come se i personaggi di Bolaño avessero tutti letto Infinite Jest. Questo parallelismo mi colpì parecchio, anche se non fui capace di spiegare quanto fosse esatto. Credo che Lagioia sia dello stesso avviso.
    Bolaño va certamente oltre i postmoderni americani, ma anche perchè i punti di partenza sono diversi (latino-america vs. america). Inoltre Bolaño è più europeo, e il postmoderno da noi ha tutta un’altra sfumatura (scusate per questa chiusa banale).

  17. Enrico Macioci scrive:

    Ho letto da qualche parte che Bolano non stravedeva per Foster Wallace; gli sembrava che scrivesse troppo – detto da lui, poi…
    Non era una dichiarazione precisa, ma il senso mi sembrava quello. Sono comunque i due narratori occidentali più grandi della generazione anni ’50-’60.

  18. Alexpardi scrive:

    @Enrico

    Io però non includerei Wallace tra gli americani che citavi, proprio perchè lui era il primo a dichiarare che l’ironia post-moderna era diventata fine a sé stessa e bisognava andare oltre. Certamente è arrivato a queste considerazioni a un certo punto della sua storia di scrittore (Una cosa divertente che non farò mai più, ad esempio, è passibile di tali critiche), ma le sue ultime opere (Infinite Jest e Oblio) per me riescono appieno nel tentativo (anche questo dichiarato) di cercare, attraverso la letteratura, di far capire “cosa cazzo voglia dire sentirsi un essere umano”.
    Il post di carmelo delle 17:31 ci racconta di alcune vicende personali molto significative della vita di Bolano, emigrato in Messico con la famiglia a 15 anni per problemi economici. DFW era figlio di accademici statunitensi benestanti. E’ inevitabile che i loro mondi narrativi siano diversi, e certamente – e purtroppo – il mondo di Bolano sembra destinato a parlare a un numero crescente di persone. Sono d’accordo con Lagioia quando sostiene che molti possano sentirsi più vicini ai naufraghi di Bolano che non allo Svedese di Roth, ma non mi pare che questo valga anche per l’Hal Incandenza di Wallace. In Infinite Jest il “mondo infero in cui avventurarsi per ritrovarsi finalmente faccia a faccia col Minotauro di questi anni” c’è, solo che invece del Minotauro c’è un Giano bifronte le cui due facce sono la dipendenza e l’entertainment. Se questo mondo sembra (un po’) meno agghiacciante della città di Santa Teresa è solo perché ciascuno coltiva l’illusione di poterne restare fuori.

  19. carmelo scrive:

    cio’ che dice alexpardi è da prendere in seria considerazione.
    Uno dei primi ada accosatre Bolano a Foster wallace è Jonatam Lethem sia pure in modo indiretto:

    Bolaño è stato considerato come una specie di bottone di reset per il nostro deplorabile e sporadico appetito di letteratura internazionale, situandosi in relazione alla generazione di Garcìa Marquez, Vargas Llosa e Fuentes, così come David Foster Wallace si pone in relazione a Mailer, Updike e Roth. Come in “Infinite Jest” di Wallace
    http://www.archiviobolano.it/bol_2666_lethem.html

    Questo accostamento che molti altri critici USa fanno non entra nel merito dello stile e/o della struttura delle opere dei due autori, ma si fonda su una mistificazione o comunque ridefinizione dell’immagine di bolano negli usa, denuncita da molti autori (per esempio horacio castellanos moya).
    E’ certo che bolano (che leggeva tutto) conoscesse foster wallace. Per quanto ne so ne aprla in un articolo, compreso nella raccolta tra parentesi, quando racconta in modo ironico di cosa parla quando parla con rodrigo fresan; al punto 22 dice:
    “”22) De David Lynch y del palabrerío de David Foster Wallace.”"
    palabrerio non so come è stato tradotto (non h osottomano la traduzione italaina) ma di sicuro non è certo un attestato di stima.

    sono ben altri gli autori USA che hanno influenzato secondo me bolano e possiamo nominarli con le stesse parole di jonatam lethem
    “”"”"”"
    Among other things, Fresan and I chatted about Bolano’s passion for American genre art, not only those touchstones his American publishers had bragged of, like David Lynch, but others they hadn’t, like James Ellroy and Philip K. Dick — which, obviously, gave me a lead in the work I was about to do.”
    Direi soprattutto James Ellroy e Philip K. Dick”

    Molto importante poi, anche per il confronto con gl iscrittori latinoamericani, sottolineare che bolano come dice alexpardi, era di estrazione sociale bassa, al riguardo suggerisco quest oarticol odi juan villoro
    http://www.archiviobolano.it/bol_dete_villoro.html

  20. Enrico Macioci scrive:

    @Alexpardi
    Hai ragione. Io peraltro adoro Foster Wallace, lo considero il più grande talento narrativo contemporaneo occidentale. E’ vero del resto che lui, in tempi di ironia e cinismo dilaganti, ha per primo stigmatizzato un certo modo di prendere le distanze (vedi il saggio E UNIBUS PLURAM, sulla tv e i suoi diabolici poteri di distorsione). Penso che Wallace fosse “quasi religioso”; e cioè che fosse divorato da un atroce nichilismo ma una parte di lui possedesse una profonda, meravigliosa spiritualità; e penso che questa lacerazione sostanzialmente l’abbia ucciso. Bolano mi pare più “cattivo”, meno “sensibile.” Con tutto ciò, fra i due Bolano è quello che più spalanca – perlomeno a me – dimensioni inedite e iniziatiche, mentre Wallace col suo titanico linguaggio/mondo mi dà più l’idea della fine di qualcosa, d’un crepuscolo grandioso ma ineluttabile.

  21. Eugenio S. scrive:

    @ Carmelo…

    ops… non credo di voler rispondere alla tua vis polemica in tono “larvatamente rancoroso”.
    Solo qualche precisazione: definire sociologo Bauman non ha niente di “larvatamente riduttivo”. Non so se hai letto Bauman, però, mi spiace, ma in effetti è un sociologo… un sociologo qualitativo, il che significa ecc..
    E poi: perché dovrebbe essere riduttivo esserlo? Mia sorella è una sociologa. Non mi metto qui a spiegare cos’è la sociologia. Scusami Carmelo. Hai visto larve dove non ce n’erano.

    Due: non disprezzo il libro della Bolognese. Ma non mi aiuta a capire Bolano. Punto. Non discutiamo più qui di un libro che molto probabilmente conosciamo solo tu ed io. E’ irreperibile qui in Messico, figuriamoci in Italia.

    Tre: mi spiace ma il tuo discorso su statunitensi, francesi di turno, anatomo patologi del testo denota scarsa conoscenza dei migliaia di modi di fare critica in qualsiasi paese del mondo. Un po’ sembra che ti riferisci al decostruzionismo, un po’ allo strutturalismo, un po’ alla teoria della letteratura che può inglobare entrambi e mille altre cose e metodi ecc.
    Prima mi fai un discorso di deterritorializzazione e poi metti in un calderone senza senso modi di fare critica che secondo il tuo discorso hanno un’identità nazionale…! e lo dico con ironia e una punta di sarcasmo.
    Davvero, il tuo discorso non ha senso.
    Parlavo degli Stati Uniti perché Bolano si sta studiando moltissimo nelle università statunitensi. Tu hai per caso notizia del fatto che negli USA ci sia un metodo critico di Stato?

    Oltretutto io mi riferivo al comparativismo… eheh… no davero… non ci siamo…

    Riguardo a Cortazar, se reputi banalissimo quello che ho scritto, ti stai autocontraddicendo avendo un poco sopra contestato a Lagioia la stessa idea.
    Mi permetto di dire che io penso ci sia un pizzico di originalità nel mio spiegare il PERCHE’ Bolano va oltre Cortazar, al di là della semplice affermazione. Tutti lo affermano, chi lo spiega??? Qui non l’ho argomentato in maniera esaustiva, ma tant’è.

    Riguardo al mio metodo critico, non capisco come tu possa anche solo intuire quale sia la mia impostazione dai due commenti fatti sopra.
    La polemica è altamente inutile.

    Andiamo avanti.

    Parlavamo di Bolano.

  22. Eugenio S. scrive:

    @Alexpardi
    “cosa cazzo voglia dire sentirsi un essere umano”: ecco: per esempio, e sarà banale ripeterlo, credo che chiunque legga Bolano provi un’esperienza emozionale e riflessiva simile a chi legge testimonianze sull’Olocausto. Non è un caso che 2666 vada indietro collegando tutto il secolo breve facendolo arrivare a Ciudad Juarez. Sembra davvero, come dice Achille, di vedere una concezione figurale della storia, in questo romanzo.
    http://www.archiviobolano.it/bolachillecastaldo.html

    Sempre, in ogni momento della nostra storia, e mai come adesso, dobbiamo continuare a reinterrogarci sulla nostra “condizione umana”. Ritornarci con nuovo spirito critico e nessun tipo di essenzialismo. Ma la domanda non può che riproporsi e senza nessuna possibilità di accusa di umanesimo o universalismo antropologico. “Che cos’è che FA l’umano”? (l’umano è soggetto ed oggetto della questione). 2666 lo fa, si interroga, lo narra, vi si perde e ci fagocita, così come Lautréamont, citato nel romanzo a proposito di Archimboldi…
    Penso poi a McCarthy, scrittore diversissimo… ma che pure va in questa direzione.
    Houellebecq: idem.
    Da posizioni diversissime mettono al centro l’inabissamento e la riemersione, come dice poco sopra Achille. Faccia a faccia con il minotauro.
    @Lagioia: il minotauro l’hai ripreso dall’articolo di Achille o entrambi avete avuto la stessa intuizione?

    @Enrico: il biblico in 2666 sarebbe interessante analizzarlo… ma non mi sento di poter condividere l’afflato religioso che leggi tu, né tantomeno il poterci “credere”… qual è la formulazione “positiva” che evinci dal romanzo, cioè: mi sembra che trovi nel romanzo una sorta di “soluzione” al male… sarebbe interessante se lo spiegassi.

    @Andrea F: l’idea che tutti i personaggi di 2666 abbiano letto Infinite Jest è vertiginosa…

    @ Achille: spero di riuscire a sviluppare le nostre discussioni milanesi di due anni fa…sarebbe una maniera di continuarle… il tuo commento è come sempre di una profondità filosofica destabilizzante… di chi è la citazione “se l’occhio ha una visione spaventosa, lo spirito s’arresta e sta sospeso”? Te la rubo! Sai bene a cosa sto lavorando…

  23. Alexpardi scrive:

    @Enrico

    Sono d’accordo con te (mi sa che qui scatta il ban, sui forum la regola è la rissa :-) .

    Se non bastassero le sue opere narrative, c’è il bellissimo discorso al Kenyon College (Questa è l’acqua) a mettere in luce tutta la tensione spirituale di DFW.

    Poi anche a me 2666, per usare le tue parole, apre scenari più inediti e iniziatici, ma questo lo ascrivo al fatto che la mia esperienza di vita è più vicina a quella di Wallace che non a quella di Bolano, e quindi il suo mondo interiore e letterario mi è più affine. E quindi Wallace mi tocca e colpisce, Bolano mi intriga.

  24. carmelo scrive:

    @eugenio
    hai ragione parliamo di bolano che poi è la nostra comune passione;
    mi è sembrato un po’, come dire, fuori misura, stroncare a freddo un libro che per l’appunto nessuno ancora ( spero non per molto: è un libro utilissimo per i lettori che vogliano contestualizzare l’opera di bolano e approfondire le tematiche e i personaggi, grazie anche alle puntuali e numerossissime citazioni dell’opera ) conosce qui, liquidare tutta la critica latinoamericana e pensatori di statura mondiale, solo per meglio esaltare l’articolo di Lagioia; il quale credo non credo abbia bisogno di questo genere di lodi.
    @achille c.
    “Credo che l’inabissarsi e il riemergere siano due immagini chiave per interpretare la narrazione di Bolaño.”"
    mi piace questa frase perchè coglie un aspetto fondamentale della scrittura di bolano, che appare come un fiume impetuoso che facgocita trascina tutto con se (“anche tradizioni che sembravano inconciliabili) ma che minaccia in ogni momento di sfilacciarsi in mille rivoli (bolano è un maestro nell’arte delle disgressioni) o di inabbissarsi negli inferi, per poi riemergere ancora una volta.
    Quanto alla figura del minotauro e dello specchio associata a belano, di cui parli nel tuo saggio, le trovo non solo efficaci, ma sorprendentemente simili a quelle che Alex Candia utilizza nel suo saggio http://www.archiviobolano.it/bol_criti_candia2.html
    @paolo castronovo
    penso che il tuo lavoro su manganelli possa dare buoni frutti e mi sto attrezzando per leggere questo autore.
    @enrico
    non ravviso elementi biblici e/o religiosi nell’opera di bolano, a meno che tu non intenda qualcos’altro. c’e’ ne i detective una riflessione sul male, che puo’ aiutare a chiarire al riguardo.

  25. Enrico Macioci scrive:

    @eugenio e carmelo
    Tutto il lungo pezzo sui ritrovamenti dei cadaveri femminili nel deserto del Sonora ha un passo biblico, da litania sacra, da liturgia sacrificale. Ma più in generale è il “senso” del libro a parermi “religioso”; ciò non significa però (necessariamente) uno sbocco positivo oppure una rivelazione – anzi 2666 è piuttosto disperato/disperante. C’è tuttavia una breccia aperta nel materialismo imperante in tanta odierna letteratura (eugenio, d’accordo con i parallelismi che fai tranne per quanto riguarda Houellebcq, secondo me lontanissimo non soltanto dallo spirito, ma pure dall’eccellenza di Bolano); c’è la percezione d’un viaggio sul crinale dell’abisso che però è un abisso misterioso, non è il nulla biologico già rivelato e iterato di Houellebecq appunto o di Roth, è piuttosto una scommessa, un viaggio nell’ignoto quasi rimbaudiano, un rischio di perdersi per trovarsi – o magari perdersi oppure trovare qualcosa di insospettabile e inimmaginabile e non per forza buono. Perchè Bolano tutto è tranne che “buono” o rassicurante. Non so se sono riuscito a spiegarmi.

  26. carmelo scrive:

    vorrei evidenziare una preoccupazione costante nell’opera di Bolano, che si traduce in una scelta stilistica che rappresenta l’impalcatura su cui l’autore fonda e costruisce le sue storie:
    il rapporto con il lettore.
    Bolano era un avido lettore di noir e ha studiato a fondo la letteratura poliziesca e i suoi meccanismi. In saggio di Diego trelles paz in corso di traduzione si dice:

    “”"”
    Esattamente, ciò che veramente distingue Bolaño dai suoi contemporanei, è il modo intelligente in cui ha incorporato nella sua narrativa meccanismi propri della letteratura poliziesca dove si coinvolge il lettore in modo attivo. Così, attraverso un gioco di referenze dove la realtà e la finzione si confondono in modo a momenti indecifrabile, Bolaño riesce a convertire il suo lettore in un segugio che compone pezzi del puzzle e, attraverso la lettura, crea il labirinto significativo della sua opera. In tal modo, come ben precisa Oviedo, “Bolaño finisce sempre per convertire i suoi lettori in detective”.”"”"
    e poi altrove
    In termini formali, per me ra chiaro che la sua prosa, di apparente semplicità aveva un lirismo contenuto e suggestivo e una musicalità molto poderosa e diversa da quella che avevano prodotto tutti gl iautori del boom. la lettura di Bolano determinò per me una dipendenza istantanea; sia per il carattere ludico e desacralizzante con il quale lo scrittore cilen osi confronta con i diversi generi con i quali dialoga solo per scomporli; sia per questo suo desiderio di coinvolgere noi come lettori attivi, offrendoci opere frammentarie che sempre appaioono incomplete affinche le completiamo con la nostra immaginazione diventando così complici, indaghiamo come decifratori, congetturiamo alla ricerca della verità attraverso meccanismi narrativi dove convivono mischiate la realtà e la finzione, i fatti e le congetture, i personaggi apcrifi con quelli storici. Non per caso osé Miguel Oviedo ha detto che “bolano finisce sempre per convertire i suoi lettori in detective”"”"”"”"”"

    di Diego trelles paz è stato tradotto Il circolo degli scrittori assassini

  27. Arturo scrive:

    Prima di tutto: Ciao Carmelo! Non correggermi troppo, lo so che in quello che ho scritto non tutto è motivato.

    Ora posso iniziare.
    Brevemente (ma mica tanto).
    Lo stesso R.B. dice che un punto di riferimento fondamentale per I detective selvaggi è stato Mark Twain, e credo (ma non ho letto tutti i commenti con attenzione) che nessuno l’abbia sottolineato.
    Poi, i tre autori (almeno tra quelli di lingua spagnola) che R.B. ammira di più sono Borges, Cortazar e Nicanor Parra, Parra è fondamentale per più di un motivo.
    Usare concetti come “va oltre” in letteratura, specie quando si paragonano i classici (o i quelli che crediamo saranno i classici del domani), non è di alcuna utilità: nessuno è andato oltre Cervantes, nessuno è andato oltre Shakespeare, nessuno andrà oltre R.B. : mettiamolo a fianco che è meglio.
    Foster Wallace non ha niente in comune con R.B., nemmeno nascosto in profondità. A me poi non esalta, ma questo è un altro discorso.
    Una cosa su cui insiste Lagioia e su cui non sono d’accordo è la connessione tra la letteratura di R.B. e Internet: perché? La sintonia che c’è tra Belano e Lima è una cosa vecchia come il mondo, tra amici affiatati, e l’interconnessione (di cui parlano anche altri) tra i vari personaggi dell’autore cileno, dipende solo dal fatto che sono tutti personaggi dell’autore cileno ( a ‘sto punto pure Raskolnikov, Stravogin, Myskin e i Karamazov erano interconnessi, e pure i personaggi di Moccia ora che ci penso).
    Apprezzo Lagioa e mi fa piacere che parli di Bolaño, ma non trovo grandi spunti in questo articolo.
    Pure l’intuizione di Paz non è che mi sembri fenomenale, nel senso, tanti scrittori usano quei meccanismi e l’esito differisce solo per il loro talento.

  28. Eugenio S. scrive:

    @ Arturo:
    non mi metto qui a difendere nessuno. Ma un testo va però capito e credo che le tue obiezioni non centrino la problematica generale e l’impostazione del saggio di Lagioia.
    Wallace e Bolano sono due scrittori diversissimi. Riferirsi a – o comparare – non significa costruire ascendenze indebite o somiglianze campate in arie.
    Dice Lagioia:
    “Due morti premature. Eppure una (quella dell’autore di Infinite Jest) sembra chiudere un ciclo, mentre l’altra sembra al contrario aprirlo.”

    Lagioia si riferisce a un contesto, quello del romanzo contemporaneo, postmoderno o come vogliamo chiamarlo (in realtà si riferisce soprattutto al romanzo statunitense, che credo sia quello che conosce meglio). Partendo da un contesto, cerca di sviscerare la peculiarità di Bolano, di spiegare perché “forse Roberto Bolaño all’improvviso diventa un confidente più attendibile di tanti grandi scrittori della contemporaneità con cui ci siamo accompagnati negli ultimi anni.”
    E sono abbastanza d’accordo – avendo letto alcuni degli autori che cita – che ciò accade perché:
    “il vero limite che rischiano di mostrare i pur robustissimi romanzi realisti come quelli di Philip Roth, la vera dannazione di scrittori iperconsapevoli come David Foster Wallace (e, nello stesso tempo, il motivo per cui tra gli statunitensi reggono ancora molto bene i figli dei narratori biblici come Joyce Carrol Oates e Cormac McCarthy) consiste nell’incapacità direi anche programmatica (nel caso di Roth, orgogliosamente programmatica) di vedere, sotto la superficie del mondo su cui scivoliamo sempre più velocemente, un mondo infero in cui avventurarsi per ritrovarsi finalmente faccia a faccia col Minotauro di questi anni.”
    Non sta dicendo né che Bolano è vicino a Wallace, né che è comparabile per tematiche e costruzioni narrative a McCarthy. Al contrario.

    2. Il problema di internet non andrebbe preso proprio alla lettera come fai tu…
    Non significa che i personaggi sono “interconnessi” come l’ipertesto internetiano.
    Si riferisce invece a un modo con cui facciamo esperienza del mondo oggi. Il saltare da un’operazione all’altra, da un’informazione all’altra, da un codice all’altro, da un sistema di segni e di narrazioni a un altro: a volte diversissimi tra di loro.
    Come mettiamo insieme questa eterogeneità che fonda (o sfonda, decostruisce) il nostro vivere e agire quotidiano?

    Forse dal modo in cui Bolano costruisce e mette in relazione le sue eterogeneità possiamo apprendere qualcosa…

    internet è solo un esempio. In realtà è tutto il sistema con cui facciamo esperienza (o no) del reale (o del virtuale) che è radicalmente cambiato a partire dal contesto di informatizzazione pervasiva e globalizzata (transnazionale) in cui viviamo…

    penso che questo è il nucleo problematico del saggio. Si può essere d’accordo o no. Io sto lavorando a cose molto simili.

    un saluto

  29. Arturo scrive:

    Quello che volevo dire, appunto, è che questi accostamenti, a mio parere, sono forzati e per nulla efficaci.

    Capisco che Lagioia parli di una certa narrativa americana, perché è quella che più lo interessa, ma reputo che sia la inadatta a sviluppare un discorso del genere. Forse, però, il mio è un pregiudizio derivante dal fatto che la narrativa statunitense che preferisco è un’altra.

    Probabilmente hai ragione tu ad avere scarsa fiducia nelle mie capacità di comprensione del testo, sicuramente non mi sono spiegato bene nel precedente messaggio, ma pensavo di aver parlato proprio di quello che tu indichi come nucleo problematico del saggio.

    Cerco di essere più chiaro.

    Per me la buona letteratura è sempre un’apertura verso qualcosa, non la chiusura di qualcosa.
    D.F. Wallace e P.Roth sono scrittori capaci, ma di certo non portano all’estremizzazione alcun discorso.
    I primi due grandi romanzi della storia sono post-moderni, lo sono con evidenza, intendendo il post-moderno nell’accezione più attuale e diffusa, quindi il romanzo è per natura post-moderno, mentre è il significato di post-moderno, se decontestualizzato da un ambito ristretto come quello della letteratura, si svuota, non essendoci di alcun aiuto nella comprensione della realtà o di un’epoca.
    Che internet sia solo un esempio, non sposta di una virgola quello che volevo dire. Tutto cambia e tutto rimane uguale, quante volte l’abbiamo sentito? Anche la scrittura è stata un cambiamento enorme. C’è chi dice che con la scrittura sia nata l’idea stessa di individualità. E il sapone? E l’energia elettrica? Gli aerei? Quello che intendevo è che il modo in cui R.B. mette in relazione le sue eterogeneità non ci fa imparare di più riguardo al nostro tempo di quanto facciano mille altri autori.

    Su R.B. mi era piaciuto invece molto un articolo uscito su TABARD, giugno 2009 (anche qui c’era un Minotauro) .

    Detto questo, l’articolo di Lagioia, rileggendolo, non è poi così male. Forse quando si leggono troppi testi su un argomento, si danno molte cose per scontate e si ricerca chissà quale nuova intuizione o prospettiva.
    Come articolo divulgativo, in effetti, può essere molto interessante. Però qualche libera associazione di troppo, qualche collegamento tirato per i capelli, ci sono: questa me la devi passare Eugenio S. :)

  30. carmelo scrive:

    Il detective ritorna sempre sul luogo del delitto. Specie quando il crimine semplice e lineare all’apparenza, è piu’ complesso di quanto gli indizi avrebbero lasciato supporre.
    Il detective sa che un delitto non ha mai una soluzione definitiva. E sa anche che il suo tentativo di ristabilire l’ordine e ricomporre il puzzle deve sottostare a un codice, e quindi sa bene che la sua soluzione è provvisoria.
    In questo caso il detective è il lettore.
    Le opere di Bolano all’apparenza semplici – scrittura piatta e monotona ha detto qualcuno – che ti sembra che in ogni momento siano sul punto di sfilacciarsi in mille storie inconcludenti in realtà a ben vedere sono sorrette da una solidissima e sapiente architettura, che resiste alle vertiginose torsioni e alle infinite disgressioni (ilide carmignani sottolinea la natura paratattica dei testi bolaniani) della sua scrittura, da una profonda conoscenza dei meccanismi della trama poliziesca, che è in grado di dettare il ritmo della narrazione.
    io non so bene cosa intendeva Lagioia riguardo al discorso che facevi arturo, ma secondo me Bolano riesce a cogliere la trama segreta del mondo e i movimenti tellurici che si propagano dalla frontiera. La frontiera che delimita il campo delle nazioni, delle lingue, dei saperi, dei generi, delle culture. questa frontiera che scricchiola è il punto di osservazione privilegiato per cacciare gli occhi nel buio ; stare al margine della nazione, del mercato, del buon senso, del codice per l’appunto per meglio osservare come l’ordine apparente vacilli.

    un classico è tale perchè fa i conti con tutta la tradizione che lo precede, e apre un territorio sconosciuto. Diffcile fare paragoni e comparazioni o stabilire influenze e ascendenze. Difficile ma è utile farlo.

    vorrei dire infine che l’unico vero e autentico racconto inedito di bolano si chiama el contorno del ojo, ed è stato tradotto da arturo e si puo’ leggere nel suo sito.

  31. Eugenio S. scrive:

    ok Arturo, secondo te l’inserimento di Bolano nel contesto degli autori citati da Lagioia non porta alcuna luce su Bolano.
    Proviamo a costruire un’altra mappa, allora. Però attenzione: non la mappa arciconosciuta delle ascendenze dichiarate o meno di Bolano.
    Ma la mappa della sua (e nostra) contemporaneità. E non a livello di somiglianze e colegamenti. No: a livello contrastivo, dialogico e conflittuale, se vuoi.
    Domandiamoci: perché è importante Bolano nel contesto della letteratura contemporanea?
    Lagioia lo ha tentato. Sarebbe interessante provarci anche noi.

  32. carmelo scrive:

    mi pare l’approccio piu’ giusto, eugenio.
    Forse fin ora sono stati sovrapposti due discorsi e da qui tutti gli equivoci.

  33. Eugenio S. scrive:

    Sì.
    Per esempio, e mi piacerebbe che Lagioia ci parlasse riguardo a questo.

    Secondo me la cosa più interessante è che lui si avvicina a Bolano da scrittore. Per questo lo mette vicino agli scrittori che da anni sono una parte delle sue letture da scrittore (da intellettuale scrittore).
    Non so se avete letto Lagioia. Io purtroppo da qui non sono ancora riuscito a leggere il suo ultimo romanzo, ma quando tornerò in Italia provvederò.
    Lagioia ha scritto un primo mini-antiromanzo che secondo me è un gioiellino, che fu tipo il suo prepararsi a scrivere un romanzo. E’ un libro totalmente “anti-bolanano”, iperconsapevole, metaletterario, e allo stesso tempo divertentissimo. In quel romanzo Lagioia decostruiva tutto, annichilava qualsiasi possibile procedimento per raccontare la realtà, diventata tanto complessa quanto autofagocitante – nel suo assorbire qualsiasi stesso discorso decostruttivo trasformandolo nel surrogato di se stesso.
    In questo primo libretto (ripeto: bellissimo, secondo me – anche se a un bolanomane – o a un bolanopata – non piacerebbe, ma tant’è… la letteratura è fatta di mille possibilità e rivoli) Lagioia incita a creare un readymade simile a quello di Duchamps (attuato dalla sorella di D.) ripetuto da Amalfitano. Incita a farlo, però, e con una vis esplicitamente parodica con Guerra e pace di Tolstoy. (è significativo che non sia un libro di geometria, ma uno dei simboli stessi della letteratura ottocentesca).
    Insomma Lagioia da quel primo libro si chiede: come raccontare tutto sto casino? Si interroga sui mezzi e sulle filosofie della contemporaneità. Non riesce a rispondere, ovvio, è nel presupposto stesso della sua parodia dell’antiromanzo non rispondere a questa domanda, ma rappresentarla da mille prospettive.
    Il secondo libro è invece un’immersione romanzeca (nel senso più finzionale-fittizio-farsesco della parola) in una parte – in una parte delle teorie del – contemporaneo. Non a caso si chiama Occidente per principianti, come se si proponesse narrativizzare un mondo ideologico, metterlo in scena, perché si autorappresenti inscenando allo stesso tempo tutte le sue aporie.E’ un romanzo sulla società dello Spettacolo, sul suo platonizzante mondo delle idee(ologie) in un mondo postmoderno-postideologico, in cui nessun originale esiste della copia platonica, quanto puri simulacri.
    Insomma: sono forse complesso. Lagioia ha scritto un romanzo postmoderno sull’italia contemporanea. Postmoderno significa che teorie arcinote sul postmodernismo si autorappresentano (ancora una volta, la consapevolezza dello scrittore riguardo ai suoi mezzi è favolosa).
    (In questo caso, per esempio, il “”problema-internet”" di cui si parlava qui sopra era risolto mimeticamente nella sintassi della scrittura: la sintassi dei suoi periodi è un fiume iperrelazionale e strabordante che collega e fagocita tutto).
    Ma: quel romanzo era ancora una preparazione al romanzo… era un romanzo saturato, era letteratura dell’esaurimento (come da grande tradizione postmodernista: Barth). Era come dire: scrivo della sbornia da dentro la sbornia. Scrivo dellOccidente dello Spettacolo con i suoi strumenti autodistruttivi.
    Io ho apprezzato molto anche questo libro. Però era un punto di non ritorno. Eccoci a Bolano. Al discorso di Lagioia su Bolano. Forse quando parla di Wallace & Co. si riferisce anche nascostamente a se stesso…
    Bolano parte dagli stessi presupposti teorici e filosofici, però li ingloba e li risolve in narrazione in maniera totalmente geniale e facendo un passetto in più: Bolano porta il postmodernismo (la saturazione di questi discorsi che ci provocano già un poco di stanchezza) al termine della notte (giusto per citare un romanzo che allo stesso Lagioia credo piaccia molto…)

  34. carmelo scrive:

    non ho letto Lagioia, ma dopo aver sentito Goffredo Fofi parlarne così bene, come cioè ilrappresentante di una nuova generazione che smuove le aque torbide stagnanti di questo paese, che ha smarito per l’appunto il filo del discorso, dopo il tuo post, mi viene voglia di leggerlo. Due cose vorrei dirti però:
    Tu parli dell’articol odi Lagioia a partre dalla produzione di Lagioia scrittore. Allora come lettore mi aspetto un saggio su Bolano di ben altra portata e profondità.
    Tu parli anche di Bolanopatia. ehmm.
    Sono convinto che ch ilegge Bolano viene colto da una specie di morbo per esperienza personale. Il primo effetto dirompente è una forte necessità, quasi dipendenza, della lettura. Leggere, leggere e ancora leggere. Il secondo effetto è una maggiore consapevolezza del proprio ruolo di lettore nel rapporto con l’opera. Il morbo ti spinge a considerare la letteratura come parte essenziale della vita.
    Avanzi maggiori pretese nei ocnfronti dell’opera e dell’autore. ma assolutamente ciò non vuol dire che rifiuti proposte diverse o alternative. Questo no, proprio no.

  35. Eugenio S. scrive:

    maronna mia Carmelo come sei esiggente!! è un saggetto quello di Lagioia, un’introduzione a un saggio. Non so quante battute siano. In pochi paragrafi uno ci infila un contesto e un’idea, punto. Io non saprei fare di meglio… non so quali sono i tuoi standard…eheh… e dai! se stiamo a parlare qua vuol dire che qualcosa su cui discuetere c’è no? se no andremmo sul tuo sito dell’archivio e ci faremmo una chiacchierata bolanana…eheh…

    Sono d’accordo sulla tua esperienza di lettura di Bolano.
    E’ anche vero che Bolano è uno scrittore tanto inclusivo quanto estremamente escludente. Per ogni influenza rielaborata, ce n’è un milione espunto. Ed espunto in maniera polemica. Ma come è giusto che sia.

  36. carmelo scrive:

    Poco prima di morire Bolano, diceva in una mail del 2 giugno 2003, a Diego Trelles Paz a proposito del suo romanzo:

    …..scrivilo. Senza paura; però anche, e questo forse è importante, con una umiltà degna di San francesco o almeno di Jacopone da todi. Ogni giorno che passa sono sempre più convinto che l’atto di scrivere è un atto cosciente di umiltà.
    Umili nella scrittura (“in ginocchio” diceva lui di fronte ai grandi), quanto esigenti nella lettura.

  37. El mezcal Los Suicidas scrive:

    Amen

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